Vladimir Putin sta pensando di rifondare un’altra Wagner? È quello che fanno trapelare alcune alcuni servizi di intelligence europei, che hanno messo all’allerta i paesi membri su quello che sembra essere un pericolo reale. L’idea del Cremlino sarebbe quella di reclutare ex carcerati e mandarli in guerra su territorio ucraino. L’operazione è tutt’altro che impossibile come si potrebbe pensare: basterebbe che queste nuove leve chiedano un visto Schengen a paesi “alleati” di Putin e il gioco sarebbe fatto. Bruxelles fa sapere del pericolo che un’operazione rappresenterebbe per la sicurezza dell’Europa, per cui invita i paesi aderenti alla massima attenzione. Quel che pare certo è che Putin non ha interesse a tenere questi soldati sul proprio territorio dato che milioni di criminali armati potrebbero costituire un pericolo per il suo regime e potrebbe così ripresentarsi uno scenario simile a quello della Wagner.

Il gruppo Wagner era la milizia privata russa guidata da Evgenij Prigozin, che ha avuto l’appoggio di Putin durante le operazioni militari sia in Ucraina che in Africa, fino alla ribellione del leader Prigozin nel 2023. Prima del vertice del 19 marzo molti capi di Stato e Premier dei Ventisette avevano manifestato le loro preoccupazioni alla Commissione europea sull’ingresso di queste milizie nell’area Schengen, affermando di come la presenza di individui con esperienze di combattimento violento stia aumentando significativamente, tanto che il numero di visti rilasciati ai cittadini russi è in continua crescita, e visto che Schengen garantisce la libertà di movimento all’interno dell’area l’impatto sulla sicurezza non può dipendere dallo Stato membro che ha rilasciato il visto o il permesso di soggiorno. Ciò che si chiede alla Commissione e di agire in maniera tempestiva.

L’appello è stato ascoltato soltanto in parte. Nelle conclusioni sull’Ucraina del vertice del 19 marzo c’è un passaggio decisamente ambiguo, dove il Consiglio europeo riconosce la potenziale minaccia sulla sicurezza interna della Ue rappresentata da queste nuove potenziali nuove milizie; tuttavia, invita la Commissione a fornire al Consiglio una valutazione sulle potenziali soluzioni al problema. Ma la complicazione sta proprio qui: l’Unione europea ha sì un codice sui visti Schengen, ma le decisioni sui visti restano di competenza degli stati nazione, per cui ciascun paese è libero di concedere ai cittadini di altri paesi l’ingresso non solo sul proprio territorio ma di tutta l’area Schengen. Le difficoltà aumentano se si considera che ci sono molti paesi “generosi” a rilasciare dei visti nei confronti di cittadini russi. All’inizio del conflitto in Ucraina, i paesi membri erano decisamente più severi e attenti alla concessione di visti a cittadini russi, ma col tempo le misure di sicurezza si sono decisamente allentante.

A Bruxelles si sono effettivamente accorti della vulnerabilità del sistema, e così dallo scorso novembre ha deciso di adottare norme più severe sui visti per i cittadini russi, per cui adesso gli Stati membri non possono più rilasciare visti per ingressi multipli. L’obiettivo è decisamente chiaro: stabilire un controllo di sicurezza costante e attento. Le cose però si complicano se si considera che le misure di sicurezza variano tanto da paese a paese. Tra i paesi più attenti a far uso di strumenti giuridici concessi da Schengen è l’Estonia, che dal 2022 è tra i primi Stati membri a segnalare con impegno la minaccia russa per l’Europa. Infatti, si attesta che più di mille combattenti russi sono stati inseriti dalle autorità estoni nella lista nera del Sistema di Schengen (SIS), quindi la loro segnalazione dovrebbe impedire la concessione del visto o l’ingresso nei paesi dell’area Schengen. Su questi controlli così serrati la Lituania ha subito seguito il modus operandi estone; tuttavia, il processo richiede un’applicazione tutt’altro che semplice e senza una coordinazione precisa tra i Ventisette diventa impegnativo applicare i protocolli di sicurezza di Schengen in modo stringente: “La sicurezza non può essere frammentata. Se un paese chiude le sue porte, ma un altro le lascia aperte, l’intero sistema rimane vulnerabile”, ha così avvertito il premier estone Kristen Michal.

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