La guerra lanciata da Donald Trump contro l’Iran può diventare un banco di prova importante per testare il nuovo Patto su migrazione e asilo adottato dall’Ue. Le tensioni attuali in Medioriente non sono preoccupanti solo per il pericolo terrorista: l’Ue teme una nuova ondata migratoria. Domenica scorsa c’è stata una telefonata di allineamento tra Ursula von der Leyen e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha detto di essere pronto a gestire una potenziale crisi migratoria. Bisogna capire se il nuovo patto sia in grado di fare altrettanto, proprio come fu nel 2015.

Nel 2026 i riflettori su Bruxelles sono soprattutto puntati sulla politica migratoria. Von der Leyen ha optato per una linea politica promossa dal Partito Popolare Europeo e dalla stragrande maggioranza degli Stati membri, ossia bloccare i richiedenti d’asilo alle frontiere e stillare accordi con paesi terzi. Il nuovo piano prevede importanti limiti sul diritto d’asilo, e c’è chi mette in dubbio la possibilità di garantire il rispetto dei diritti umani dei migranti. Il patto entrerà in vigore il prossimo giugno, e da Bruxelles fanno sapere che questa riforma di sistema riuscirà a garantire il giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità. La responsabilità spetterà ai paesi di ingresso, ai quali sarà affidato il compito di applicare le procedure che andranno evitare movimenti secondari all’interno della Ue. La solidarietà sarà invece degli Stati non in prima linea che andranno a supportare quelli di sbarco, attraverso ricollocamenti e aiuti economici.

C’è da chiedersi se funzionerà. Iniziative di un calibro simile in passato si sono già rivelate fallimentari, e il tema dell’immigrazione questa volta sembra essere affrontato in una cornice “meno umanitaria”, per cui pare  radicalmente cambiato il paradigma. Ciò è ovviamente dovuto allo spostamento verso destra della maggioranza dei governi Ue e del Parlamento Europeo, ma soprattutto sembra ormai consolidata una preferenza per la via esterna – stipulare accordi con i paesi  terzi – anziché quella interna – revisione dei trattati come il Regolamento di Dublino.

La nuova linea politica sembra dare dei risultati. Lo scorso anno gli arrivi irregolari si attestano a un numero di 178 mila, che se confrontati a circa un milione nel 2015 c’è da pensare che Bruxelles non farà altro che incoraggiare la dimensione esterna come strategia risolutiva. L’osservatore speciale in questo caso non può che essere la Libia e le sue instabilità politiche sempre più drammatiche, anche se le criticà del medio si estendono anche verso la Siria del dopo Assad, e non va dimenticato l’Afghanistan ripreso in mano dai talebani.

C’è inoltre un dato interessante da osservare. Secondo quanto riporta l’Oim  – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – lo scorso anno i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo sono stati 1.783. è il dato più basso dal 2020, un numero che dà credito alla tesi della Commissione sulla materia immigrazione: “quanto più precoce è l’intervento lungo le rotte, tanto maggiori sono le possibilità di prevenire incidenti e morti”. Certo bisognerebbe tener conto anche delle dichiarazioni dell’autorevole Mixed Migration Center, il quale sostiene che le politiche che scoraggiano gli sbarchi non sono necessariamente le più efficaci in poiché stimolano “le persone a percorrere rotte più pericolose e tortuose, e le morti potrebbero essere nascoste alla vista”. In sostanza i numeri che sono disponibili sulle morti in mani sono quasi certamente sottostimati.

Ma ormai l’imperativo che proviene da Bruxelles è il seguente: ridurre il numero degli arrivi illegali e mantenerlo basso. Questa visione non si accompagna “lavorando” soltanto però sulla dimensione esterna della migrazione: sul piano legislativo sono in arrivo nuove norme sui visti che penalizzano gli Stati che non collaborano nella gestione di frontiere e dei rimpatri. Inoltre, il quadro finanziario pluriennale 2028-2034 molto probabilmente prevederà ulteriori fondi per facilitare accordi con i paesi terzi e ridurre sempre di più le partenze.

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