Correva l’anno 2019 quando Pedro Sánchez, divenuto Presidente del Governo spagnolo un anno prima, pubblicò un libro dal titolo alquanto profetico, ovvero “Manuale di resistenza”. Profetico perché di cose ne sono accadute da quando Sánchez è entrato al Palazzo della Moncloa: nell’ordine, la pandemia, la tempesta Filomena, le crisi di governo che lo hanno costretto a scendere a patti con i nazionalisti catalani e baschi, la guerra in Ucraina, l’alluvione di Valencia e, dulcis in fundo, i casi di corruzione che hanno investito il suo entourage. Nonostante ciò, il socialista ha sempre voluto trasmettere l’immagine del capitano che non si fa piegare dal mare agitato. Sono sue, infatti, le recenti dichiarazioni in cui ha affermato che – in riferimento ai recenti scandali di corruzione del Partito socialista – “il mio dovere è prendere il timone, superare la tempesta e adottare le misure necessarie per riconquistare la fiducia dei cittadini”.
La Spagna di oggi è una Spagna fortemente polarizzata. Il mandato presidenziale terminerebbe nel 2027 e, anche se Sánchez si è già detto pronto a ricandidarsi, i sondaggi elettorali prevedono una vittoria della destra, grazie anche al boom elettorale di Vox. Frequenti le campagne mediatiche sui canali televisivi del paese così come sui social networks, dove il governo Sánchez viene preso di mira ed additato come principale responsabile anche del recente disastro ferroviario di Cordova, che ha causato 46 vittime.
L’andamento economico del paese degli ultimi anni racconta una Spagna diversa rispetto a quella della bolla speculativa immobiliare, che cara costò al governo socialista di Zapatero. Madrid cresce e non poco: la Commissione europea stima un aumento del 2,9% del Pil spagnolo nell’anno 2025 e, sebbene si potrebbe pensare che questa crescita sia falsata dalle politiche pubbliche espansive adottate durante l’era del Covid, il rapporto deficit/Pil è al 2,5%, pienamente in linea con i vincoli di bilancio richiesti dall’UE. Inoltre, migliorano i dati sulla disoccupazione, con il record di occupati registrato nel mese di febbraio.
A fronte di tutto ciò, tuttavia, i salari stentano a crescere ed il prezzo delle case, in particolar modo nelle grandi città, aumenta vorticosamente, non permettendo ai giovani di emanciparsi. Sánchez, da vero animale politico, sa bene che su questo tema si giocherà le prossime elezioni. I più maliziosi direbbero che la sua politica estera così dirompente sia stata messa in atto per mettere sotto il tappeto i problemi di casa. D’altronde, la Spagna è stata tra i primi paesi dell’UE a riconoscere la Palestina come stato indipendente scontrandosi spesso con Netanyahu e, più recentemente, si è opposta, in occasione del vertice Nato all’Aia, all’ulteriore aumento per le spese militari richiesto dagli Usa di Trump.
Le elezioni, previste per il 2027, secondo alcuni osservatori potrebbero essere convocate da Sánchez già nel 2026. Il socialista si appresta dunque a scrivere un nuovo capitolo del suo manuale di resistenza. La storia ci saprà dire se sarà quello conclusivo.

