Il 2025 ha rivelato in totale le fragilità delle istituzioni europee. Chi ne ha approfittato è stato sicuramente Donald Trump, che non ha per nulla esitato a giocare le proprie carte. Prima ha preso il controllo delle risorse petrolifere del Venezuela, adesso punta dritto alla Groenlandia e alle sue terre rare. Trump giustifica l’intervento come la necessità di offrire maggiore sicurezza a un territorio vittima delle inefficienze politiche europee. È l’ennesimo attacco alla Ue, ma la questione della Groenlandia questa volta può essere un importante presupposto per mettere la famiglia europea nella condizione di mettere da parte le sue divisioni e agire comunemente. I Ventisette leader si riuniranno il 12 febbraio: l’agenda dell’incontro prevede una discussione sulla competitività del mercato europeo ma sarà un’occasione per decidere su come rispondere all’inquilino della Casa Bianca che pare fare sul serio sul progetto di annessione della Groenlandia. Non ci sono più mezze misure: se l’anno precedente l’Ue ha mostrato tutta la sua debolezza, il 2026 può essere l’anno in cui affronta le molteplici e continue minacce, che sistematicamente subisce, e si autoafferma come rilevante soggetto politico su scala globale. Sia il presidente francese Emmanuel Macron che la premier danese Mette Frederiksen – la Danimarca ha responsabilità sulla Groenlandia, che è riconosciuta come una regione con ampia autonomia sotto la sovranità danese – nei loro messaggi di fine anno hanno usato toni decisamente aggressivi.
La crisi all’interno dell’Unione Europea si coglie tutta nel difficile Consiglio europeo di dicembre, mostrando le difficoltà dei leader nel sostegno all’Ucraina attraverso l’utilizzo dei beni russi congelati e la ratifica dell’accordo del Mercosur rimandato. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa aveva preferito sorvolare sulle difficoltà emerse: “Abbiamo rispettato i nostri impegni”, ma la realtà era più che palese. La frattura è diventata palese quando Ungheria Slovacchia e Repubblica Ceca hanno scelto di schierarsi con Vladimir Putin e di voltare le spalle all’Ucraina, non aderendo al piano di finanziamento del debito comune a favore del governo di Volodymyr Zelenskyj. Questo fatto è un precedente importante perché rivela una delle criticità più importanti dell’Unione Europea: se non si prevedono meccanismi di esclusione per gli Stati riluttanti e ostili c’è il rischio che in futuro arrivino a Bruxelles altri Viktor Orban.
Non ci sono però soltanto segnali di pessimismo. Il fatto che gli eurobond per finanziare le spese ucraine siano stati approvati da 24 paesi su 27 sancisce la fine del veto in politica estera e di difesa, un ostacolo che per lunghi anni era stato visto insormontabile, dando un vero e proprio punto di svolta. L’Europa ha dato segnali di maturità quasi inaspettatamente. Dopo l’approvazione degli eurobond era stato fin troppo chiaro su questo aspetto il premier polacco Donald Tusk: “Nessuno prenderà sul serio un’Europa debole e divisa, né nemici né alleati. Dobbiamo credere nella nostra forza, armarci e restare più uniti che mai. Uno per tutti, tutti per uno. Altrimenti siamo perduti”. Questi segnali di maturità europea sono adesso messi alla prova davanti alle nuove minacce poste da Trump e il suo vice J.D. Vance, che non perde occasione per seguire il tycoon newyorkese in fatto di intimidazioni all’Europa. Un monito intimidatorio di risposta a Trump lo ha lanciato direttamente Macron, che ha detto di come gli europei non approvano il nuovo colonialismo promosso da Washington.
Intanto il parlamento europeo ha elaborato un rapporto con all’interno un elenco di leve che l’Europa può far valere nei confronti di Cina e Stati Uniti. Tutti segnali che vogliono suggerire l’idea che il 2026 può essere l’anno in cui l’Europa si sveglia da un sonno troppo lungo e ingiustificato. Forse non è più un’illusione pensare che gli attacchi dei colossi globali stiano offrendo all’Ue importanti presupposti di autodeterminazione. Certo è che adesso ennesimi tentennamenti, esitazioni, ripensamenti, potrebbero costare caro adesso: il 2026 può essere davvero l’anno, nel bene o nel male, in cui l’Europa sceglie il proprio destino.

