La settimana scorsa si è chiuso il primo anno dell’Ursula von der Leyen-bis, e come “festeggiamento” la presidente della Commissione europea ha dovuto fare i conti con dei nodi che stanno venendo al pettine nella sua amministrazione. Per prima cosa, i due principali responsabili al commercio dell’amministrazione Donald Trump non sono più d’accordo con il piano von der Leyen sui dazi, oltre ad aver criticato fortemente il piano di regolamentazione digitale dell’Ue. Le accuse per Von der Leyen però arrivano anche dall’interno, con il primo ministro belga Bart De Wever che ha scritto una lunga lettera in cui spiega di come non sia per nulla convinto della possibilità di utilizzare gli attivi russi congelati in Europa per finanziare l’offensiva ucraina ai danni di Vladimir Putin.
Non si fa fatica a definire, almeno per adesso, inconcludente – per usare un eufemismo – il secondo mandato di Ursula von der Leyen. Da Bruxelles era trapelato che la sua riconferma era stata spinta in special modo dai Ventisette leader europei per dare continuità al pragmatismo del primo mandato. In realtà sembra che von der Leyen in questi 365 giorni si sia concentrata a smantellare tutto ciò che di buono era stato fatto nella sua precedente amministrazione, specialmente per ciò che riguarda il Green Deal. A un anno dall’inizio del suo secondo mandato l’Europa sembra sempre più spaesata geopoliticamente e finanziariamente, non in grado di sfruttare le sue risorse economiche-finanziare che la relegano, almeno sui numeri, a terzo colosso globale. Sui numeri per l’appunto, i fatti però sono altri. E i fatti dicono che l’Europa è assente, incapace di incidere su ogni aspetto politico che sconfini la scena nazionale e investa una dimensione globale.
Il paradosso del secondo mandato von der Leyen sta proprio nell’inversione a U sul Green deal. Von der Leyen aveva fatto della de-carbonizzazione il perno della sua politica; adesso sembra invece che il rapporto costo – benefici non sia più sostenbile, e quindi cambio di rotta. Già, ma verso dove? Da Bruxelles fanno trapelare che questo brusco ripensamento sia stato dettato dal rapporto sulla competitività di Mario Draghi. Peccato che nei suoi ragionamenti Draghi non aveva affatto criticato la decarbonizzazione: ciò che stava a cuore all’ex presidente della BCE era che l’Europa si dotasse di risorse in grado di competere sulla transizione e in special modo sul digitale. Auguri che sono rimasti inascoltati.
Il suo secondo mandato sta vedendo la rinuncia di strumenti di cui l’Europa si era dotata per affermare la propria sovranità: il Digital Services e il Digital Markets act. Con questi, l’Europa avrebbe dovuto imporre ai giganti americani e cinesi del digitale di sottostare alle regole europee per accedere al mercato europeo. Nulla di fatto. La verità è che von der Leyen sembra essere più preoccupata a non far indispettire l’inquilino della Casa Bianca e il leader del partito comunista cinese. Da questa prospettiva, il rapporto sulla competitività di Draghi è un’ottima lente di lettura degli affari europei da un anno a oggi: la verità è che l’Europa si trova in grave difficoltà, le proposte contenute nel testo di Draghi non hanno prodotto alcun effetto legislativo. Draghi stesso lungo questi 365 giorni se n’è lamentato, sottolineando più volte di come il nostro modello di crescita sta vivendo difficoltà sempre più critiche. La sovranità europea è a rischio.
Certo è che le responsabilità non sono solo della presidente della Commissione. La politica europea e degli Stati ha gravi colpe. I Ventisette ostacolano ogni processo d’integrazione: per nulla d’accordo su nuovi strumenti di debito comune o su riforme per l’unione dei capitali. Il parlamento europeo è nel più totale caos da quando il Partito Popolare Europeo si è alleato con le forze sovraniste per contrastare l’efficacia del Green Deal e le politiche migratorie. In tutto ciò però von der Leyen si dimostra sempre più accentratrice, isolando i commissari e i funzionari europei nei processi decisionali. Uno scenario, questo, che restituisce lo spaesamento politico dell’Ue.

