Domenica 12 aprile l’Ungheria è chiamata alle urne, e per la prima volta, da sedici anni a questa parte, Viktor Orban non è sicuro di vincere. Tutti i sondaggisti indipendenti più importanti danno favorito il partito Tisza, guidato da Peter Magyar. Lo scarto sarebbe di 9 punti percentuali, un margine più che sufficiente per poter garantire una maggioranza parlamentare; inoltre, un altro istituto, Median, ha elaborato una simulazione sulla base di cinque sondaggi realizzati tra febbraio e marzo, e da quello che emerge sembrerebbe che Tisza possa ottenere addirittura una maggioranza così ampia da poter contare su 138-143 seggi contro i 49-55 per Fidesz (il partito di Orban). L’Ungheria potrebbe trovarsi davanti lo scenario di lasciarsi alle spalle sedici anni di regime illiberale, ed è quello che si stanno augurando i leader europei, per quanto è un’illusione pensare che una sconfitta elettorale metta definitivamente Orban in fuorigioco e cancelli un’eredità politica, la sua, tanto rilevante da esser stato l’epicentro di una visione europeista e anti-sovranista all’interno della Ue.
Chi caldeggia per la sua rielezione è sicuramente il movimento MAGA, tanto che durante questa settimana JD Vance ha fatto visita in Ungheria per due giorni, un chiaro tentativo disperato di evitare una sconfitta di Orban da parte della Casa Bianca. Tuttavia, l’Europa non sembra realmente pronta ad affrontare uno scenario che veda trionfare Fidesz: c’è ancora una fetta importante di elettorato, almeno il 18%, che non sa ancora come voterà. Lungo tutti questi anni Orban ha pensato bene di costruire consenso retto non solo da narrazioni volte a diffondere terrore e paura, ma anche attraverso un deficit pubblico che sta creando seri problemi alle finanze ungheresi: sussidi e pensioni sono due delle voci più grosse nel bilancio dello stato ungherese. In pratica Orban dalla sua parte ha un forte sistema clientelare, per cui anche se dovesse uscirne sconfitto non è affatto detto che Tisza sarà in grado di governare (durante il suo governo Orban si è premurato di ridisegnare i collegi elettorali per favorire il suo partito e consentirgli una buona presenza in Parlamento).
Come affronterà una possibile ricandidatura di Orban l’Ue? Finora tutti i conteziosi con l’Ungheria Bruxelles li ha fermati, in attesa dell’esito delle urne. I rapporti tra l’Ue e Orban non sono positivi: il veto al prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina ha violato il principio di leale cooperazione europea, oltre a lasciare forti diffide dalla maggioranza dei Ventisette. Ma ciò che preoccupa di più la Commissione è affrontare una potenziale elezione contesa: se Orban non dovesse accettare l’esito delle elezioni non sappiamo in che modo l’Ue potrà agire, né come i governi nazionali si porranno. I guai peggiorerebbero se Donald Trump si congratulasse con Orban, non riconoscendo lui per primo l’esito delle urne. Da segnalare inoltre che da mesi Orban lamenta di interferenze ucraine nelle elezioni, per cui avrebbe l’alibi già pronto.
C’è inoltre un’altra questione da capire: come si rapporterà l’Europa con la vittoria di Peter Magyar. Magyar è un ex membro di Fidesz, ha saputo chiamare a sé l’elettorato di centrosinistra e centrodestra, ma rimane sostanzialmente un conversatore. Non sono state poche le ambiguità in campagna elettorale da parte sua, dove non ha mai saputo esprimersi con chiarezza su questioni tanto delicate a livello europeo come l’immigrazione o l’Ucraina, né cosa intende fare con lo stato di diritto compromesso negli ultimi sedici anni in Ungheria. Fino a che punto l’Europa può fidarsi?
La questione rivelante è però questa: l’eredità politica di Orban non sparirà anche se dovesse perdere le elezioni. Orban è il padre politico dell’euroscetticismo, il corrispettivo europeo del movimento MAGA, e attorno a lui ha costruito un importante consenso che va al di là dei confini ungheresi: la Slovacchia del premier Robert Fico, la Repubblica Ceca di Andrej Babis. Si può a pieno titolo considerare il padre spirituale del gruppo dei parlamenterai europei “Patrioti per l’Europa”, il terzo gruppo parlamentare più grande. Sono una serie di motivi per spiegare come di come al di là dell’esito delle urne l’Europa farà ancora i conti con Orban.
