Tra le pratiche politiche più gettonate di Viktor Orban in Europa il ricatto predomina, e ne ha dato riprova questa settimana, approfittando della piena disponibilità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di fare in modo che il petrolio russo possa tornare a scorrere attraverso l’oleodotto Druzhba verso Ungheria e Slovacchia il prima possibile. Ursula von der Leyen e Antonio Costa hanno parlato a nome dell’Europa, e hanno assicurato pieno supporto e assistenza all’Ucraina per la riuscita dell’operazione, soprattutto nel sostenere i costi che ne deriverebbero; fonti della Commissione europea fanno sapere che si attingerà al bilancio dell’Unione europea. Questa mossa l’Ue e Kyiv l’hanno studiata per sperare che Orban, e oramai il suo più fido alleato il premier slovacco Robert Fico, ritirino il veto sul prestito da 90 miliardi per il 2026-2027 che era stato concordato a dicembre a favore del governo di Kyiv. Senza queste risorse L’Ucraina rischia seriamente il default finanziario. Attualmente il prestito è garantito da 24 paesi (oltre all’Ungheria e la Slovacchia si è esentata anche la Repubblica ceca che gode di un trattamento speciale), ma per attivarlo serve una modifica del tetto di bilancio pluriennale dell’Ue, e per farlo è necessario quindi l’unanimità dei ventisette. Orban non ci ha pensato due volte a far valere il suo diritto di veto.
Bisogna capire se l’accordo stilato tra Kyiv e Bruxelles sarà sufficiente per avvallare il prestito. In un videomessaggio Orban è stato chiaro: “niente petrolio, niente soldi”, per quanto sia stata una presa di posizione che ha fatto irritare l’Ue, e non poco, l’Ue visto che l’accordo è già stato preso da mesi per cui non servono ulteriori negoziazioni. Orban di fatto sta utilizzando l’oleodotto di Druzhba per indebolire il sostegno europeo a favore dell’Ucraina. Ma la verità va cercata all’interno degli affari interni ungheresi e degli interessi personali del suo premier: il 12 aprile si terranno le votazioni nazionali e Orban è dato in calo nei sondaggi, per cui il blocco petrolifero sta diventando uno strumento di propaganda elettorale.
Il prestito aveva trovato un suo via libera a dicembre, con il cancelliere tedesco Friedrich Merz che inizialmente aveva avanzato la proposta di finanziarlo con gli attivi russi congelati in Europa dal febbraio 2022, ma l’opposizione di paesi membri come il Belgio hanno fatto accantonare il progetto, optando perciò per una soluzione che ha previsto l’utilizzo di debito comune europeo. Orban, Fico e il presidente ceco Andrej Babis avevano dato il loro benestare a patto che fossero tenuti a pagare una quota minore di interessi per ripagare il prestito. Ma il tempo stringe: secondo le stime della Commissione Kyiv rischia la bancarotta a maggio. Tuttavia, è difficile ipotizzare che Orban ceda prima del Consiglio europeo che si terrà giovedì prossimo.
Certo i contribuenti europei si trovano davanti a un paradosso tutt’altro che piacevole: dovranno pagare un oleodotto colpito da bombe russe per permettere che il petrolio russo continui a fluire; tutto questo per un veto deciso da Ungheria e Slovacchia che saranno esentati, o paganti in quota decisamente minore, dal pagamento del prestito a beneficio dell’Ucraina. Ma se arrivasse l’ok dei 24 paesi membri Orban non avrebbe più scuse per opporsi. Eppure tra i responsabili di questa scomoda situazione non può non essere interpellata la presidente della Commissione, dato che von der Leyen in più riprese aveva rassicurato che, in caso di veto ungherese, sarebbero state previste opzioni diverse per finanziare Kyiv. Di queste alternative non se n’è vista mezza, e tutto fa pensare che von der Leyen non stesse facendo altro che bluffare.
Allo stato attuale delle cose Kyiv rischia tra un mese e mezzo di non essere più in grado di pagare stipendi e rifornire il proprio esercito. È lo scenario in cui spera Vladimir Putin, ma tutto fa pensare che un accordo che metterà d’accordo tutti i ventisette si troverà. La riflessione va fatta sul metodo per l’accordo che si raggiungerà: l’Europa non può permettersi incidenti di percorso come quello corrente, ne lede la sua credibilità, ma sembra quasi che non riesca a evitare di apparire ai suoi rivali confusa e incapace di far procedere i suoi membri in modo univoco.

