Nel dibattito pubblico europeo il Green Deal è tornato di moda a fronte della nuova crisi dei prezzi dell’energia provocata dalla guerra in Iran. Durante il suo secondo mandato Ursula von der Leyen aveva provato a fare marcia indietro, ma in un dibattito al Parlamento Europeo sulla crisi in Medio Oriente e nel Golfo, la presidente della Commissione ha ripreso le difese della strategia di abbandono dei combustibili fossili per investire sulle rinnovabili e il nucleare: “finché importiamo una quota significativa di combustibili fossili da regioni instabili, siamo vulnerabili e dipendenti. E questa energia ha sempre un costo”. Queste le parole della presidente della Commissione Europea. Dall’attacco congiunto Usa-Israele nei confronti dell’Iran, nel mercato europeo il prezzo del petrolio è cresciuto più del 27%, mentre quello del gas del 50%. Von der Leyen è stata chiara: “traducendo questo dato in euro, 10 giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei altri 3 miliardi di euro in importazioni di combustibili fossili. Questo è il prezzo della nostra dipendenza”.
Dall’inizio della guerra Ucraina-Russia, l’Europa si è progressivamente impegnata a ridurre la sua esposizione verso il mercato energetico extra-europeo, ed è quindi meno vulnerabile alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili. Von der Leyen ha voluto però precisare su un punto: “questo non significa che siamo immuni agli choc dei prezzi”, le soluzioni perciò restano investimenti sulle fonti di energia rinnovabile e sul nucleare, tema che prima di questa ennesima crisi dei prezzi era praticamente un tabù a Bruxelles, ma che Von der Leyen adesso ritiene fondamentale per un percorso di indipendenza energetico. Nucleare e rinnovabili quindi dovranno essere la rotta a lungo termine del percorso d’integrazione europeo.
Il Consiglio europeo che si terrà il 19 e il 20 marzo aveva già in programma una discussione tra i capi di Stato e di governo sul mercato dell’energia europeo e su come renderlo più indipendente e competitivo. L’incontro prevedeva una messa in discussione sul modello l’ETS – il sistema di scambio delle quote di emissione di CO₂- da parte di paesi come l’Italia e Polonia, i quali ne chiedono dei profondi cambiamenti. Da Varsavia inoltre fanno sapere che sono contrari al sistema ETS2, che prevede una tassa sui consumi di carburanti e riscaldamento per i consumatori privati. Ma adesso è scontato che il summit verterà tutto sulla chiusura dello stretto di Hormuz. Tuttavia, il tema non sarà quello di ridurre i prezzi dell’energia ma di studiare sostegni concreti per le famiglie e le imprese. L’UE sembra essere stata riproiettata nello scenario dell’inverno del 2022, dove fu chiamata a trovare soluzioni a seguito della riduzione delle forniture di gas russo. Per ora gli strumenti dovrebbero essere gli stessi già utilizzati in precedenza: maggior flessibilità per gli aiuti di stato, aumento di sovvenzioni e price cap. “Stiamo preparando diverse opzioni: un migliore utilizzo degli accordi di acquisto di energia e dei contratti per differenza, misure di aiuti di Stato e valutare di sovvenzionare o mettere il tetto massimo al prezzo del gas” ha detto Von der Leyen. È ovvio, comunque, che saranno misure temporanee, che dovranno aiutare l’Ue a far guadagnare tempo.
La Commissione sta inoltre valutando se liberare le riserve di stabilità e aumentare così le quote ETS, e di rendere gratuite molte di queste per le industrie energivore, oltre a sollecitare i governi europei a tagliare le tasse sull’energia. Per ora la discussione verte tutto sull’ETS, e come questo determina la formazione del prezzo: “senza l’ETS consumeremmo cento miliardi di metri cubi di gas in più, rendendoci ancora una volta più dipendenti” ha spiegato la leader della Commissione attraverso un documento informale. L’ETS avrà soltanto aggiustamenti minimi, giusto un processo di modernizzazione, ma non è affatto in discussione quello che è considerato uno dei pilastri della politica energetica europea.

