Avrà certamente tirato un sospiro di sollievo la Commissione europea dopo che Donald Trump e Xi Jinping hanno annunciato una tregua di un anno sulle restrizioni alle esportazioni di terre rare che la Cina aveva annunciato il 9 ottobre, in risposta alla guerra commerciale promossa dall’inquilino della Casa Bianca. Per ora la Commissione non ha commentato, per quanto positiva, e adesso Bruxelles ha guadagnato un po’ di tempo. L’Europa non aveva molta scelta: o accettare di togliere i dazi sui veicoli elettrici cinesi oppure  di rinunciare alla legislazione a tutela del mercato europeo dai comportamenti cinesi. Come per gli Stati Uniti, l’Europa si trova costretta a fare i conti con il suo ruolo subalterno che ha verso il mercato cinese.

La decisione stabilita da Pechino di imporre delle restrizioni alle esportazioni di terre rare colpiva principalmente gli Stati Uniti, ma avrebbe avuto forti ripercussioni sul mercato europeo, tanto che nelle settimane precedenti tra i più importanti esponenti del settore produttivo automobilistico europeo si erano messi in contatto con la Commissione, avvisandola che entro poco avrebbero esaurito le scorte di terre rare, specialmente di magneti permanenti, fondamentali per la produzione di computer e smartphone, sensori, sistemi di movimentazione, ecc.. La questione era stata ovviamente discussa durante il Consiglio europeo del 23 ottobre, dove il presidente francese Emmanuel Macron aveva proposto come soluzione l’utilizzo dello “strumento anti-coercizione”, e usarlo come arma di negoziazione contro Pechino. Entrato in vigore nel 2023, lo strumento anti-coercizione consente agli Stati membri di adottare dazi sui beni, imporre restrizioni alle esportazioni, limitare l’accesso al mercato dell’Ue. Ursula von der Leyen aveva alzato i toni, durante un discorso a Berlino, attaccando la politica commerciale promossa dalla Cina: “minacciano la stabilità delle catene di approvvigionamento globali e avranno un impatto diretto sulle aziende europee”. Come già detto, il mercato europeo è fortemente esposto nei confronti di Pechino: macchine per la produzione di semiconduttori, moti a reazione e macchinari avanzati per la realizzazione del programma aeronautico nazionale; aeri di Airbus, prodotti dell’acciaio specializzato e tanto altro ancora.

Che le minacce di Macron fossero vere o meno, la commissione ha preferito fare utilizzo della diplomazia, anche perché lo strumento anti-coercitivo avrebbe un suo senso soltanto se poi l’Europa fosse in grado di sopperire nell’istantaneo all’offerta cinese; una cosa che, almeno nel breve periodo, poteva essere tutt’altro che realistica.  Intanto a Berlino von der Leyen ha presentato il piano RESourceEU, che dovrebbe permettere all’UE di poter diversificare le fonti di terre rare verso altri fornitori come il Brasile o l’Australia. Per ora il piano è in fase di preparazione e ci vorrà ancora del tempo. A Bruxelles c’è la convinzione che l’Europa rischi di essere una vittima collaterale della faida Cina-USA, ma c’è anche chi crede che Pechino non stia facendo altro che degli “stress-test” per capire fino a che punto l’Europa è in grado di spingersi.

Pechino pretende molte concessioni dall’UE: rimuovere dazi suoi veicoli elettrici e acciaio, rimuovere le indagini sugli investimenti cinesi che riguardavano il finanziamento di grandi progetti in rinnovabili o infrastrutture, fine delle inchieste sui sussidi stranieri. Ma per come si sta muovendo la Commissione appare invece che Bruxelles si stia preparando ad elaborare diversi provvedimenti intenti a negare l’accesso del mercato europeo alla Cina, come per esempio dando preferenza agli operatori economici europei per la concessione di appalti o l’inserimento di nuovi paletti per potenziali investitori stranieri. Non sono pochi gli Stati membri che ritengono scorretti i comportamenti di Pechino, e che già solo questi giustificherebbero l’utilizzo dello strumento anti-coercitivo, senza passare per la diplomazia. Eppure è una strada che von der Leyen non sembra voler percorrere: andare a fare un braccio di ferro con la Cina significa, sicuramente, mettere da parte gli interessi dell’industria tedesca, soprattutto quella automobilistica, che si è dimostrata insofferente davanti a misure così aggressive nei confronti di Pechino.

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