martedì, 29 Novembre 2022

Grosse Koalition: volti nuovi a Berlino

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A cinque mesi dalle elezioni e dopo innumerevoli settimane di colloqui, trattative e negoziazioni, manca ormai solo un passaggio per il via libera al nuovo governo tedesco: il voto degli iscritti della SPD, che avranno tempo fino al 2 marzo per approvare – o respingere – l’accordo di coalizione con la CDU.

L’aspetto un po’ paradossale, però, è che in tutto il tempo trascorso da quel fatidico 24 settembre sono successe talmente tante cose, che lo scenario politico tedesco è cambiato in maniera decisiva: e lo stesso si può dire per i partiti in ballo, compresi quelli che comporranno il nuovo governo. Chi in maniera drammatica e improvvisa, chi invece con un po’ più di tempo a disposizione, tutti gli schieramenti sono attraversati da smottamenti profondi, che portano alla ribalta volti nuovi ai quali dovremo sempre più abituarci.

Naturalmente la situazione più tellurica l’ha vissuta e la vive la SPD. Meno di tre giorni dopo la firma dell’accordo, chi quella firma l’aveva apposta ha dovuto fare tutti i passi indietro immaginabili.

Martin Schulz era uscito dalla stanza delle trattative con la nomina a Ministro degli Esteri in tasca, annunciando contestualmente che avrebbe tuttavia rinunciato alla guida del partito. Fin da subito, però, sono iniziati i malumori: Schulz era stato chiarissimo nei giorni successivi alle elezioni, escludendo categoricamente che sarebbe entrato in un governo a guida Merkel, e una giravolta così clamorosa non è passata inosservata – tanto che sui social network sono iniziati a circolare numerosi tweet e meme al riguardo.

Soprattutto, i dirigenti socialdemocratici hanno temuto che questo balletto potesse mettere seriamente a repentaglio il voto degli iscritti, e pare abbiano posto Schulz davanti a un vero e proprio ultimatum: o rinunci tu, o ti votiamo contro noi. Di conseguenza, il primo passo indietro: nel primo pomeriggio di venerdì 9 febbraio, il leader della SPD conferma che rinuncia al Ministero degli Esteri, augurandosi la fine delle polemiche e invitando i militanti a votare Sì al rinnovo della Grosse Koalition.

Un momento però: il leader della SPD? Siamo sicuri che, ora, Martin Schulz possa tornare tranquillamente alla guida del partito?

Naturalmente no; e dunque, secondo passo indietro. La sera del 13 febbraio, Schulz annuncia le sue dimissioni dalla presidenza della SPD, indicando alla sua successione Andrea Nahles, potentissima capogruppo al Bundestag ed ex-Ministro del Lavoro. Il passaggio di consegne dovrà essere confermato dal voto dei delegati, in un congresso previsto per aprile; intanto, però, il partito è affidato a un commissario/reggente, Olaf Scholz – sì, proprio il Sindaco di Amburgo e capofila degli avversari interni di Schulz, l’uomo che andrà ad occupare lo scranno del Ministro delle Finanze e sarà vicecancelliere nel nuovo governo. E che si ritrova, ora, ad avere la SPD praticamente in mano. Non male per uno che un anno fa, papabile candidato alla Cancelleria, aveva dovuto far spazio a Martin Schulz; che in estate doveva gestire una popolarità in caduta libera a causa della brutta gestione del G20 ad Amburgo; e che, ancora, a fine dicembre era stato sì rieletto fra i 6 vicepresidenti del partito, ma con una percentuale a favore pessima (59,2%).

In maniera meno vistosa, ma non per questo meno decisa, anche dalle parti della CDU è iniziato il ricambio ai vertici. È di questi giorni, infatti, la notizia che i conservatori avranno un nuovo Generalsekretär (“segretario generale”), figura chiave nella vita di partito a cui vengono affidati importanti compiti sia dal punto di vista politico che, soprattutto, operativo e organizzativo.

Peter Tauber, che ricopre la carica dal 2013, aveva già subito un brutto colpo nello scorso aprile, quando venne reso noto che l’organizzazione della campagna elettorale – uno degli incarichi tradizionalmente assegnati al Generalsekretär – sarebbe stata affidata non a lui, ma a Peter Altmaier, braccio destro di Merkel e capo dello staff della Cancelleria. Tauber, poi, è tutt’altro che amato nel partito: se da un lato è ritenuto uno dei responsabili del pessimo risultato elettorale di settembre, dall’altro non gli viene perdonato, in particolare dall’ala più conservatrice, di aver aperto a cose come lo Ehe für alle, il matrimonio egualitario approvato quest’estate. In più, alcuni problemi di salute piuttosto seri lo hanno costretto a un delicato intervento chirurgico all’intestino a metà gennaio: un passo indietro anticipato rispetto alla naturale scadenza, prevista per dicembre, è parso quindi quasi inevitabile.

Merkel ha però già indicato un candidato alla successione, anzi una candidata: Annegret Kramp-Karrenbauer, Governatrice del piccolo Land del Saarland riconfermata alle elezioni locali dello scorso marzo, con una vittoria le cui proporzioni erano totalmente inaspettate. “AKK”, come viene soprannominata, è da sempre molto vicina alla Cancelliera e ne replica per certi versi i tratti politici principali: un po’ a destra sui valori sociali, ma senza esagerare, a favore delle politiche di accoglienza dei rifugiati, e un po’ a sinistra sulle misure economiche e di redistribuzione – ricalcando insomma quello schema centrista che secondo molti è alla base della longevità di Merkel.

AKK, però, ci aggiunge anche del suo: molto popolare, i tedeschi la vedono come una persona simpatica e alla mano, distante in questo dalla freddezza percepita nella Cancelliera; in più, ha dimostrato di saper mobilitare l’elettorato CDU in maniera molto efficace, risorsa estremamente preziosa in un momento delicato come questo, all’indomani del peggior risultato alle politiche dal 1949. Una nomina, dunque, che spunterebbe le armi della corrente più radicale del partito, perché sarebbe davvero difficile trovare un profilo migliore da proporre; soprattutto, una nomina che certifica come Merkel abbia capito benissimo che questo è, con ogni probabilità, il suo ultimo giro di giostra, ma abbia tutta l’intenzione di essere lei stessa, in prima persona, a gestire la transizione.

Ah, e un’altra cosa: AKK sarà la seconda Generalsekretärin nella storia della CDU. Sapete chi è stata la prima? Vi do qualche indizio: è bionda, una volta fu definita in modo poco lusinghiero da un Primo Ministro italiano, e governa la Germania dal 2005.

L’attenzione, però, si concentra adesso sugli iscritti SPD, che a partire da questa settimana inizieranno a votare per posta sull’accordo di coalizione. L’esito è tutt’altro che scontato, anche se secondo alcune rilevazioni circa i due terzi dei militanti hanno intenzione di votare a favore; certo è che se invece vincesse il No si aprirebbe una nuova fase di totale incertezza. L’ipotesi più probabile, a quel punto, sarebbe un ritorno alle urne: eventualità che terrorizza quasi tutti, ma in particolar modo i socialdemocratici. Lunedì 19, infatti, è stato diffuso un sondaggio che vede per la prima volta la SPD crollare sotto il 16% e finire dietro ad Alternative für Deutschland, il partito xenofobo di estrema destra: segno che, forse, fra i volti nuovi della politica tedesca a cui dovremo abituarci ce ne saranno anche alcuni davvero poco raccomandabili.

 

di Edoardo Toniolatti

[dt_quote]Dal 24 settembre, giorno delle elezioni, sono successe talmente tante cose, che lo scenario tedesco è cambiato in maniera decisiva[/dt_quote]
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