domenica, 29 Gennaio 2023

Mario Rodriguez: la regina è sempre la tv

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L’intricato scenario politico italiano si presta a più di una osservazione. Mai come in questo momento è opportuno riflettere sul ruolo dei media vecchi e nuovi, sullo stile comunicativo degli attori politici, sulla formazione del consenso e sulla leadership all’interno dei partiti. Di questo e molto altro abbiamo avuto il piacere di parlare con Mario Rodriguez, tra le altre cose docente di Comunicazione Politica e fondatore di MR & Associati.

In base al quattordicesimo rapporto Censis sulla comunicazione, l’87,8% di chi ha tra 30 e 44 anni e addirittura il 90,5% dei giovani tra 14 e 29 anni è su Internet. Nel 2017 la televisione ha raggiunto la percentuale del 95,5%, perdendo solo 2 punti rispetto all’anno precedente, ed emerge che dopo i telegiornali, per gli Italiani c’è Facebook come canale informativo. Secondo lei, che peso hanno avuto Facebook e la Tv nell’ultima campagna elettorale?

Credo che i social network non vadano considerati un medium come si è considerata in passato la televisione. Credo che sia meglio considerare i social network, come Facebook o Twitter, come gli attori responsabili di una forte mutazione dell’ambiente nel quale i soggetti politici agiscono. In questo ambiente era già fortemente radicata la televisione che aveva da tempo assunto una posizione dominante nel sistema dei mass media. Il fatto nuovo è il ping pong che si genera tra social network e sistema mediatico dominato dalla televisione. Tutto questo contribuisce a costruire il nuovo ambiente mediatizzato entro il quale si muovono gli attori politici. Per essere più semplice e schematico: certo, social network e televisione hanno giocato un ruolo determinante in questa campagna elettorale. Però a me pare che sia stata la televisione a dare le carte, a determinare il gioco. Insomma non è ancora nata e, oggi, ho dubbi che possa nascere una sfera pubblica webbizzata che si contrappone e mette in ombra la sfera pubblica mediatizzata dominata dalla tv.

Credo poi che in Italia questo sia avvenuto anche per fattori esterni al sistema mediatico ma interni al sistema politico. Fattori peculiari della realtà italiana come quelli relativi all’indebolimento delle forme organizzate della rappresentanza politica, i partiti. Per esempio, la fine del sistema di finanziamento pubblico ai partiti politici ha fortemente contribuito ad un indebolimento della loro presenza nella società. La disponibilità di risorse economiche ha contribuito a far sì che la prima scelta dei candidati e dei partiti nazionali nelle campagne elettorali – se non l’unica – sia stata l’attivazione della propria presenza sui social network. Una scelta dettata anche dalla economicità più che da una comprensione profonda del nuovo ambiente: si sta sui social per essere attenzionati dai media e soprattutto dalla tv. Un tweet fa diventare newsworth! Ma per i media presidiare i social è più facile e conveniente. E anche i media non se la passano molto bene da un punto di vista aziendale.

L’influenza della relazione interessata tra televisione e social (Facebook e Twitter) andrebbe perciò approfondita: perché i social media sono diventati la principale sorgente delle news che il sistema mediatico prende in considerazione? E che conseguenze ha tutto questo nella costruzione della seconda realtà, quella appunto costruita dai media? Due debolezze, le risorse scarse sia della politica sia dei media determinano un circuito perverso del quale approfitta la capacità del sistema mediatico di determinare l’agenda e quindi le attenzioni del pubblico. Ma la realtà che ne esce è ipersemplificata, banalizzata, polarizzata. I mass media (in questo caso sarebbe meglio dire i talk show televisivi, anche quelli di intrattenimento, ben inteso) si confermano un potere politico e uno dei poteri davvero forti.

Nel suo testo “Consenso. La comunicazione politica tra strumenti e significati” pubblicato nel 2013 da Guerini e Associati, ha ricordato che secondo Pierre Bourdieu il campo mediatico influenza quello politico. La televisione inoltre, può rendere un personaggio credibile e competente agli occhi dei telespettatori proprio in virtù della presenza sul piccolo schermo. C’è un politico che attualmente trae vantaggio dall’essere in tv?

Non mi pare che in queste elezioni vi sia l’affermazione di un personaggio costruito “in video” nei programmi televisivi come possiamo dire fosse successo in passato per la Polverini nella regione Lazio. Certamente un personaggio come Di Maio esiste prima perché vive della luce riflessa di Beppe Grillo (del capitale simbolico del Movimento) poi dei silenzi di Casaleggio junior ma soprattutto delle ospitate televisive. Attenzione: forse agevolato da condizioni favorevoli ma il news management di Casalino va preso con un certo rispetto professionale. La capacità di creazione di pseudo event è stata notevole a cominciare dalla emersione della lista dei “ministri” per arrivare alla sua presentazione (via email) al Colle. Anche in questo caso l’effetto setaccio – il winnowing effect della media logic – viene confermato. Il sistema mediatico, tv in testa, ha la capacità di affermare o distruggere personaggi (i social possono aiutare ma chi determina in ultima analisi è comunque la tv). Se Di Maio non avesse avuto delle abilità televisive molto probabilmente non sarebbe emerso come leader.

In un passaggio del suo libro “Consenso. La comunicazione politica tra strumenti e significati”, ha spiegato che convincere una persona equivale a spingerla a rivedere le proprie opinioni, aggiungerne nuove o modificare quelle preesistenti e che, in particolare, “nell’interpretazione delle novità si adotta quasi sempre la strategia comunicativa di fare riferimento, di stabilire un’analogia, con il passato, con qualcosa di già accaduto.” L’esempio tipico è l’evocazione del pericolo comunista usato da Berlusconi per identificare la sinistra. Secondo lei, anche Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno adottato questa modalità comunicativa ed eventualmente, quale elemento del passato hanno recuperato per veicolare in maniera più efficace il proprio messaggio?

A me pare che sia Di Maio sia Salvini abbiano cercato di distinguersi e farsi riconoscere dando un’interpretazione di quanto abbiamo vissuto negli anni recenti, diciamo negli ultimi 10 vent’anni. La costruzione della propria rappresentazione è sempre fatta in chiave di reinterpretazione del passato. Per Salvini per quanto riguarda la globalizzazione, per Di Maio per quanto riguarda le diseguaglianze e l’arretratezza economica del Mezzogiorno.

Lei ha scritto che fare politica oggi equivale a dire cose per acquisire consenso e poi farne altre per non perderlo, in quale misura i nuovi media rendono evidente l’incoerenza delle promesse fatte dagli attori politici in momenti diversi?

Non credo che il problema sia la realizzabilità delle promesse ma la credibilità di chi le fa, il promettente. Il fatto che egli incarni quella promessa indipendentemente dalle cose che dice o che riuscirà a fare. Importa il comportamento che ha assunto nella sua vita e che presenta al giudizio degli elettori. Berlusconi è sempre stato il più credibile nel promuovere l’abbassamento delle tasse anche se nelle sue prime esperienze di governo aveva fallito proprio su quel tema. Se c’era uno che ce l’avrebbe potuta fare era proprio lui, sia per le persone di destra che lo amavano per quello sia per quelle di sinistra che proprio per quello lo vedevano come il prototipo negativo di quel potenziale evasore fiscale che alberga in ogni cultura civica debole. Così Salvini appare il più credibile nell’affrontare in maniera dura il problema dell’immigrazione e della sicurezza. Di Maio a sua volta per la sua vita e quello che incarna (l’enfant du pays) è apparso il più credibile per il prendersi cura del Mezzogiorno. Ripeto il problema non è la verificabilità empirica delle promesse ma la credibilità del promettente.

In più occasioni ha ribadito la necessità di costruire partiti al passo con i tempi, capaci di intercettare le istanze sociali e di selezionare una classe dirigente adeguata. Secondo lei, il consenso ricercato dai leader politici può aiutare a consolidare quello nei confronti del partito di riferimento o rischia paradossalmente di essere un elemento di disturbo?

Credo che il ruolo del leader sia essenziale soprattutto nel nostro tempo caratterizzato da una politica centrata sugli eletti più che sui partiti. I partiti del nostro tempo non sono visioni del mondo in affermazione, comunità che si fanno stato, sono cerniere essenziali (tra società civile e stato) per il funzionamento delle istituzioni, sono “funzionali” al buon “funzionamento” delle istituzioni democratiche. Il leader è un semplificatore di complessità in un mondo in cui proprio la complessità aumenta e determina grandi problemi alla governabilità. A livello dei governi nazionali ma anche a livello delle associazioni, dai partiti ai club sportivi. Affermata l’indispensabilità dei leader, affermato il bisogno di allevare leader, va affrontato il problema di avere un’organizzazione che li formi (il leader va domato ma non azzoppato). Infine bisogna affrontare il problema degli stili di leadership. Un leader forte crea il proprio ricambio (per questo la leadership deve essere contendibile e l’organizzazione aperta). Nella sostituibilità sta la continuità della propria leadership. Un processo non lineare anche conflittuale certo. Quindi non c’è leadership forte senza organizzazione forte (un’organizzazione forte non è necessariamente pesante o burocratizzata e in questo le nuove tecnologie diventano essenziali). Non vi è quindi contraddizione tra riconoscimento della funzione del leader e riconoscimento della funzione dei team, delle squadre, delle organizzazioni, dei partiti. Non è un caso che nella storia politica americana forme di partito leggero si sono sviluppate di pari passo con Think tank che garantiscono la connessione tra lo studio, l’analisi, l’esercizio della leadership e la decisione.

 

di Giusy Russo

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“certo, i social network hanno giocato un ruolo determinante in questa campagna elettorale. Però a me pare che sia stata la televisione a dare le carte”

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