mercoledì, 04 Agosto 2021

Trump e Gettr: i social sono nelle nostre mani (?)

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'ambito del Digital Engagement e Intrattenimento. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Avete già sentito parlare di “Gettr”? Vuole essere un mix di “get back together, better” (ritornare insieme, ma meglio). Dal nome converrete con me che potrebbe anche sembrare un’iniziativa carina. Poi però, vedendola accostata al nome di Trump, ho frenato l’entusiasmo e approfondito.

Vi ricordate quando, qualche mese fa, Facebook e Twitter bandirono Trump fino a data da definirsi? Be’, in quell’occasione aveva anche detto che sarebbe tornato con una piattaforma social sua, dando un altro assaggio della sua ormai nota mania di protagonismo.

Ebbene, amiche e amici, lo ha fatto. Quantomeno si può dire che è un uomo di parola…

The almighty Trump?

Donald Trump ha fatto non uno, ma ben due tentativi per tornare sulla scena social. Nel maggio scorso, insieme al suo staff e soprattutto al suo fedelissimo advisor Jason Miller, ha lanciato la pagina webFrom the Desk of Donald J. Trump”, pensata come un blog per condividere le sue dichiarazioni e raccogliere feedback da parte degli elettori. Dopo nemmeno un mese, Miller ha anticipato la chiusura della pagina, sostenendo che fosse solo un tentativo per un qualcosa di più grande a cui stavano lavorando. Eh, d’altronde, cos’altro poteva dire?

Ora invece è il turno di Gettr, un vero e proprio social media. La sua genesi è interessante: la piattaforma è stata inventata da un miliardario cinese in esilio, un certo Guo Wengui, da tempo amico di Steve Bannon, l’uomo dietro il grande lancio di Trump in politica; si tratta di una sorta di evoluzione della piattaforma Getter, che aveva lo scopo di promuovere la propaganda anti-partito.

Come doveva funzionare Gettr

Il progetto iniziale non è evidentemente andato in porto, e alla piattaforma Gettr è stato dato scopo diverso:dare lustro al claimMake America Great Again”… “and again” mi sentirei di aggiungere.

Il social è stato lanciato furbamente il 4 luglio, Independence Day negli Stati Uniti – la regia è di Bannon – e si presenta come uno spazio destinato agli ultra conservatori, ai fan di Trump che sognano di vederlo tornare. Si trova – se mai vi dovesse venire la curiosità, non si sa mai – in versione Beta su Apple e Google Store. Si possono postare video di massimo 3 minuti, ogni post può contenere 777 caratteri (il significato di tale cifra ancora non sono riuscita a scoprirlo, ma ho la sensazione che nulla sia lasciato al caso) e si deve avere più di 17 anni per registrarsi.

… e come funziona

Il social si pone come “mercato libero delle idee”, dove nessuno sarà mai bandito per le proprie opinioni. Che poi, se ci sono solo conservatori, facile non bandire nessuno…

Ah, altro colpo di scena: il profilo di Trump non c’è; sarà molto probabilmente parte della sua strategia comunicativa… sembrerebbe proprio che il tycoon americano stia costruendo le basi per tornare all’attacco, ma a modo suo, che sembra sempre preferire, nonostante abbia avuto diverse conferme del fatto che non sia sempre il migliore.

L’opinione pubblica? Da prima del lancio dell’app a oggi, non ha fatto altro che distruggere l’ambizione dell’ex Presidente degli Stati Uniti. Dopo una sola settimana dalla sua nascita, Gettr è già diventato un oscuro mondo digitale dove regna la finzione: inondato da account impostori, contenuti decisamente a luci rosse e meme anticonservatori che i suoi stessi amministratori sono stati costretti a censurare.

Sicurezza nel web

Potrebbe persino trasformarsi in un e-commerce parallelo, visto che c’è già chi vende figurine o alternative a determinati farmaci. L’utente di Twitter @JubaBaghdad ha hackerato il sito e diversi profili di personaggi di spessore già registrati “solo per divertimento”. Tra questi, lo stesso fondatore, Jason Miller, e altre personalità dello scenario trumpiano come Mike Pompeo, Steve Bannon, Marjorie Taylor-Greene e Harlan Hill.

La questione cybersecurity, per altro, pone un ulteriore quesito: se per proteggere una banca, per dire, si piazzano guardie armate, per proteggere i dati degli utenti – che, quanto a valore, non hanno nulla da invidiare al denaro – cosa è necessario fare? Certo, esistono già mezzi per proteggere dati sensibili ma, a quanto pare, “fatta la legge, trovato l’inganno”, visto che si sente sempre più spesso di abili hacker in grado di carpire e rivendere dati al miglior offerente. Si va dal furto di profili Instagram con milioni di follower, chiedendo poi denaro in cambio della restituzione della possibilità di accesso al legittimo proprietario, all’appropriazione di dati sensibili ai danni, per esempio, delle compagnie telefoniche (ricordate il caso di inizio 2021, che ha coinvolto ho.mobile?). Insomma, nell’epoca in cui il dato si traduce in potere e merce, una riflessione sulla sicurezza “virtuale” è quantomai urgente.  

Social e Big Data

In fondo, è tutta una questione di Big Data. E, come dice Mirko Lalli, CEO di The Data Appeal Company, i social network sono i nuovi Big Data. Più dati circolano e più il social suscita interesse, da parte di utenti e aziende. E siamo proprio noi utenti ad alimentarli, nutrirli e di conseguenza deciderne le sorti. I social di cui non vogliamo sapere niente hanno vita breve.

Da questo punto di vista, sono un tool estremamente democratico; chiunque faccia dichiarazioni è soggetto al giudizio del singolo utente. Perdere potere è questione di poche ore, se si commette un errore che l’utente non perdona.

I social sono un’arma, è vero, e questi anni, anche solo questi ultimi mesi, ce lo hanno dimostrato. Ma in fin dei conti, chi può premere sul grilletto? Il vero potere, e conseguente responsabilità, è nelle nostre mani, giusto? Be’, non proprio.

A cosa stai pensando?

Che lo abbiamo fatto con consapevolezza o meno, abbiamo colmato il web di dati, dati che ci descrivono, che descrivono chi siamo, le nostre abitudini, cosa acquistiamo (it’s marketing!) – insomma, abbiamo caricato, soprattutto sui socialun più o meno fedele ritratto del nostro essere.

Ritratto che alimenta la macchina, permettendo una profilazione e via discorrendo.

Social, dunque, che noi utenti abbiamo alimentato con i nostri dati, e che sono già diventati grandi piattaforme di comunicazione, da Twitter a Instagram. Non si tratta di un semplice computer, a cui è possibile staccare la spina. La macchina è in moto, pienamente autosufficiente – e, anche se non lo fosse, viene costantemente alimentata da tweet, instapics, status su Facebook.  Del resto, non è proprio la creatura di Zuckerberg a chiederci: a cosa stai pensando?

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