domenica, 29 Gennaio 2023

Titolo di studio: Tiktoker

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Che quella dello tiktoker sia una professione lo abbiamo capito tutti già da un po’: in diritto, infatti, agire con professionalità significa esercitare abitualmente una data attività produttiva. Produttiva, in tal caso, è dir poco, con quello che si legge in giro. Il Wall Street Journal, citando la classifica fatta da Forbes, afferma che le star di TikTok guadagnano più di molti top manager di famose società statunitensi.

Il lavoro al tempo dell’era digitale

I cosiddetti “nuovi lavori” come youtuber, tiktoker, instagrammer, sono nati nell’era del digitale. Lavori che quando i nostri genitori erano giovani non solo non esistevano, ma non c’erano nemmeno i mezzi per poterli immaginare. E così, mentre i rivoluzionari sessantottini volevano cambiare le idee nelle teste delle persone (senza riuscirci), il mondo ha cambiato gli strumenti nelle mani delle persone, come il cellulare connesso ad internet, determinando una vera rivoluzione.

Di lì a poco, come funghi dopo la pioggia, sono spuntati gli influencer, quelli che il telefono lo hanno puntato verso di loro. E ciò che prima accadeva nel gruppetto della parrocchia, cioè che qualcuno che dettasse tendenza – insomma influenzasse il gruppo su piccola scala – con il mare magnum di internet, senza limiti né confini, è diventato un macro potere.

Il tiktoker sponsor, il tiktoker scienziato…

Intuito ciò, molte aziende, soprattutto di abbigliamento, che è la cosa che più interessa ai giovani adolescenti, hanno capito il potenziale guadagno e hanno iniziato ad ingaggiare questi giovanissimi dal numeroso seguito per sponsorizzare i propri prodotti, senza preoccuparsi se fossero belli o brutti – insomma, mettendo fuori gioco modelle e modelli, che con le loro foto patinate sono diventati sempre più una nicchia. Perché – anche senza dover scomodare Confucio – «non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che prenda i topi».

La figura dell’influencer con l’ambizione di diventare imprenditore digitale, youtuber o tiktoker, si è però imborghesita e al risultato conseguito senza arte né parte si è aggiunta l’ambizione di produrre e realizzare contenuti tecnico-scientifici. Quindi l’appassionato di automobili ha iniziato a recensire macchine e motori elencando dettagliatamente problemi e prestazioni. L’estetista di periferia ha cominciato a consigliare prodotti e cure, descrivendo cause ed effetti, riuscendo così in quella svolta leggendaria di fare della propria passione una professione e l’utopia è diventata realtà.

… e il tiktoker AD

Ma dietro un’utopia si nasconde sempre una distopia e prefigurarla spesso aiuta a scongiurarla. Non mi riferisco al fatto che molti tiktoker, youtuber, instagrammer abbiano abbandonato il proprio lavoro, cartellini e matricole per concentrarsi sul loro alter ego social, oppure a chi ha creato un’azienda mettendosi in proprio. La distopia potrebbe figurarsi nel momento in cui aziende importanti nel selezionare personale dirigenziale adottino come criteri più rilevanti del titolo di studio i numeri e le capacità mostrate sui profili social. E non parlo in termini di pubblicità e visibilità per un’azienda, ma proprio di valutazione della capacità, di know-how, acquisite in maniera parallela, perfezionate nella creazione e realizzazione di contenuti divulgativi in una data materia.

Così potrebbe accadere che chi recensisce automobili su TiK Tok venga nominato amministratore delegato della più importante società automobilistica. E in tal caso a finire in fuori gioco sarebbe il sistema di formazione universitario. Perché un giovane ambizioso non sceglierà più di prepararsi seguendo un iter accademico standardizzato insieme ad altre persone, ma sceglierà piuttosto di acquisire conoscenze specifiche che potrà testare quotidianamente sui canali social con una propria metodologia libera, creativa e antiaccademica. Tanto poi gli basterà inserire nel curriculum vitae come titolo studio tiktoker, youtuber, instagrammer, e al posto del voto il numero di follower.

Se questo dovesse accadere, la nuova sfida per l’università sarà riacquisire prestigio attraverso una formazione che muova la creatività critica dei giovani, che è il vero zoccolo duro dei social network.

Articolo a cura di Giovanni Negri da Brusciano

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