martedì, 28 Giugno 2022

Tasse, quote: la tariffazione del carbonio progredisce nel mondo

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Esistono oggi quasi una cinquantina di sistemi per dare un prezzo al carbonio, con un indotto complessivo, secondo l’I4CE, di 57 miliardi di dollari nel 2020, tre volte di più che nel 2016. Ma il prezzo di quasi la metà delle emissioni di CO2 coperte è ancora troppo basso per incitare alla decarbonizzazione.

Intervistati ai primi dell’anno nel quadro di un sondaggio del CREDOC (Centre de Recherche pour l’Étude et l’Observation des Conditions de Vie ndr), meno di un quarto dei francesi si diceva pronto a pagare più tasse su carburanti, gas naturale o gasolio da riscaldamento con l’obiettivo di contrastare il riscaldamento globale: prima ancora della crisi energetica attuale, legata alla volata dei prezzi. Nonostante questo sostegno limitato dell’opinione pubblica alla cosiddetta “tassa sul carbonio” – che esiste già altrove –, la tariffazione del biossido di carbonio continua a guadagnare terreno nel mondo.

Dal primo gennaio, la Germania possiede la sua tassa sulle emissioni di CO2 non coperte dal meccanismo di scambi di quota europeo. Quest’estate, la Cina ha lanciato il suo mercato interno del carbonio, che è immediatamente diventato il più grande al mondo, sorpassando quello dell’UE. Tutto questo mentre, obbligato dalla Brexit, il Regno Unito è uscito dal mercato europeo e dispone da allora di un proprio sistema. E lo scenario per cui l’UE mette sui binari la prima tassa sul carbonio ai suoi confini, sotto il nome di “meccanismo di correzione del carbonio alle frontiere”, mette in guardia più Paesi, come la Russia, la Malesia, il Kazakistan o la Tailandia.

56,8 miliardi di entrate. In totale, 47 regioni, Paesi o gruppi di Paesi, che rappresentano insieme il 60% del PIL mondiale, avevano fissato un prezzo del carbonio nel 2020, secondo un bilancio stimato dall’Istituto dell’economia per il clima (I4CE), pubblicato giovedì 21 ottobre. «Il tema del carbonio progredisce – osserva Marion Fetet, ricercatrice presso l’I4CE. C’è davvero qualcosa che si muove, a dispetto della pandemia da Covid».

Il think thank ha calcolato che gli introiti generati dalle tasse e dai mercati delle quote di carbonio sul pianeta sono enormemente aumentati nel giro di un anno: in quota al 52% dalle tasse e al 48% dalla compravendita delle quote, i ricavi hanno raggiunto i 56,8 miliardi di dollari nel 2020, contro i 48 miliardi del 2019 e i meno di 17 miliardi nel 2016. D’altro canto, l’instabilità dei prezzi dell’energia a livello europeo ci dice qualcosa. Il “raccolto” mondiale resta però molto scarso, a fronte delle sovvenzioni alle energie fossili che ammontano «ancora ad almeno 450 miliardi di dollari» nel 2020, sottolineano gli autori del rapporto. Dito puntato soprattutto alle notevoli disparità di prezzi del carbonio: da meno di un dollaro per tonnellata di CO2 equivalente in Ucraina, per esempio, ai 142 dollari della Svezia, un riflesso, quest’ultimo, delle diverse condizioni di vita da un paese all’altro.

Tutto sommato, quasi la metà delle emissioni regolamentate sono coperte da un prezzo di meno di 10 dollari… ben lontano dalle posizioni del consesso scientifico, che indica il raggiungimento di un “pieno effetto di incitamento” a una cifra compresa tra i 40 e gli 80 dollari a tonnellata, sostiene il think thank. Con un prezzo di 44,60 euro (ossia 54 dollari), la Francia rientra in questa norma e la sua tassa – il celebre “contributo energia-clima” realizzato nel 2014 e congelato dopo il movimento dei “gilet gialli” –, che riguarda il 35% delle emissioni di CO2 nel Paese, ha generato un gettito di un po’ più di 8,3 miliardi di dollari l’anno scorso, secondo I4CE. Un record mondiale.

Dove vanno questi soldi? Anche in questo caso, la direzione varia a seconda delle regioni. Se in Francia o nei paesi del nord Europa le entrate confluiscono nel bilancio generale statale, in Europa è a progetti “verdi” che ne è indirizzata una buona parte, se non addirittura il totale in Giappone o in California. La Svizzera, dal canto suo, ha deciso di versarne un terzo a un fondo per il clima e di redistribuire il resto alla popolazione, attraverso un assegno staccato dall’assicurazione sanitaria. La Colombia Britannica in Canada ne indirizza una parte, sotto forma di “credito d’imposta per l’azione climatica”, alle famiglie a reddito medio-basso.

«Tassare il carbonio permette di far evolvere i comportamenti verso pratiche più sostenibili nei confronti del clima, ma la trasparenza sull’utilizzo delle entrate e l’accompagnamento degli abitanti verso la transizione energetica sono essenziali per poterli rendere accettabili», riassume Marion Fetet. Solo così questi sistemi potranno guadagnare il favore dell’opinione pubblica.

Traduzione a cura di Antonio Somma
Articolo a cura di Muryel Jacque, LesEchos

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