sabato, 27 Novembre 2021

Talk FOR Justice: la risorsa Smartworking

Da non perdere

Il secondo dei tre Talk FOR justice in partnership con Il Riformista, dal titolo “La risorsa Smartworking”, si è tenuto il 11 novembre (è possibile rivedere qui il dibattito integrale, mentre per leggere l’articolo relativo al primo appuntamento basta cliccare qui). Gli ospiti erano Aldo Bottini, Alberto Irace e Francesco Radicetti. L’evento è stato moderato da Massimo Micucci, CdA della Fondazione Ottimisti&Razionali.

A differenza di quello che i più potrebbero pensare, lo smartworking è stato introdotto nel nostro ordinamento molto prima che la pandemia impattasse sulle nostre vite e sulla nostra attività lavorativa.

Lo smartworking, o lavoro agile, è stato infatti introdotto e disciplinato dagli art. 18-22 dalla legge n.81 del 2017[1], in cui è definito come una modalità di esecuzione del lavoro subordinato.

I presupposti di tale tipologia di lavoro sono: un accordo tra le parti (derogato durante la pandemia che ha previsto ed introdotto lo smartworking di emergenza), l’utilizzo di sistemi tecnologici e la mancanza di una postazione fissa.

Potremmo dire insomma che tra i pochi aspetti postivi che ha portato con sé il virus vi è sicuramente la “rivoluzione smar tworking”, avviando un processo di cambiamento sia nel settore pubblico che privato del mondo del lavoro e delle modalità di svolgimento del lavoro, tanto da arrivare ad un anno e mezzo dall’ inizio della pandemia a 5,37 milioni di lavoratori da remoto, come riportato dalla ricerca svolta dall’Osservatorio sullo smartworking[2] del Politecnico di Milano.

“Il lavoro subirà un’evoluzione che non significherà il ritorno al lavoro com’era prima”

A dare inizio al dibattito è stato Alberto Irace, CEO di Alia, che ha affermato di essere «tendenzialmente favorevole alle innovazioni» anche se «in questa fase storica preoccupato per lo smartworking», segnalandone infatti come sia al momento necessario intraprendere un percorso di adattamento delle persone ai nuovi processi lavorativi.

Le difficoltà da superare del lavoro agile riguardano la contemporaneità del lavoro nelle equipe e il processo di socializzazione che a distanza altera le regole di ingaggio relazionali tra le persone.

Sui limiti del lavoro in modalità asincrona, il CEO di Alia afferma che la collaborazione a distanza è più rara e difficile e che «il rischio più grande è collegato alla vitalità dell’organizzazione» ed è perciò necessario investire al fine di superare tali limiti, ma conclude sul punto rassicurandoci che «la produttività non è a rischio, anzi possono raggiungersi grandi risultati».

“Lo smartworking è qui per restare”

La frase dell’avvocato giuslavorista Aldo Bottini porta con sé un certo effetto, ma in realtà è solo la punta dell’iceberg di una serie di convincenti motivazioni a sostegno della “risorsasmartworking.

«Per far diventare lo smartworking una risorsa è necessario comprendere che quest’ultimo è uno strumento manageriale che permette un cambio di mentalità nel concepire il lavoro. La vera sfida è passare da una valutazione legata al tempo ad una legata al risultato».

Ma il “tema” principale, per l’avvocato Bottini, è mettere in moto il cambiamento: mappare le attività e capire quali tra queste richiedono il lavoro in presenza, valorizzandolo, e quali attività invece possono essere gestite ed organizzate da remoto, partendo dal presupposto che la prestazione lavorativa non è uguale per tutti i reparti, uffici ed aziende.

Ed infatti è proprio da tale considerazione che viene apprezzata l’impostazione data dal Legislatore del 2017 che ha, in modo puntuale, “cucito” la disciplina dello smartworking intorno all’ accordo individuale ricamando su misura, in base alle esigenze dell’individuo, la prestazione lavorativa da svolgersi in remoto.

All’importanza dell’accordo individuale devono essere di pari passo analizzati, per Bottini, due nodi centrali del lavoro agile: il luogo e il tempo.

Se «il luogo è un aspetto più facile da regolare non può dirsi lo stesso per gli orari lavorativi». Infatti, quanto al primo,ha affermato l’avvocato Bottini, l’imposizione di «vincoli spaziali sarebbe contraria allo spirto della legge e non porterebbe nessun vantaggio alla prestazione lavorativa», mentre cosa diversa e più articolata da trattare sarebbero le problematiche legate alla prestazione lavorativa svolta all’ estero.

Viceversa, la dimensione temporale presenta maggiori criticità se da un lato infatti «lo smartworking non ha precisi vincoli di orario» dall’altro è necessario per il lavoratore garantire la reperibilità e la disponibilità per il lavoro svolto in maniera sincrona.  

Al fine di evitare di incorrere in prestazioni lavorative anche ben oltre l’orario di lavoro e lesive del diritto alla disconnessione (diritto già previsto dal legislatore nella disciplina del 2017 e riaffermato con due recenti interventi legislativi) è necessario che negli accordi individuali si faccia precisamente riferimento alla dimensione tempo: al lavoro asincrono, al diritto alla disconnessione e alla reperibilità.

Insomma, ha concluso l’avv. Bottini, lo smartworking è una leva organizzativa per rendere più efficiente i processi; si deve quindi andare oltre la concezione dello smartworking come «strumento concesso per finalità assistenziali  e di prevenzione del contagio».

“Il lavoro agile è una risorsa se è funzionale all’ erogazione dei servizi

«Dobbiamo vedere al lavoro agile in una visione post pandemica, vedere cosa ha funzionato e soprattutto ottimizzarlo in una prospettiva futura improntata all’ efficienza». Ha esordito così il capo ufficio legislativo del Ministero della Pubblica Amministrazione Francesco Radicetti, ed ancora precisa che «superata la pandemia, abbiamo riscontrato come il lavoro agile sia un ottimo strumento che dovrà essere sviluppato ulteriormente nella pubblica amministrazione ma con presupposti e parametri diversi rispetto a quelli che ci hanno accompagnato fin ora».

È proprio nella Pubblica Amministrazione che sono stati introdotti i piani organizzativi del lavoro agile (POLA[3]) che individuano le attività che possono essere svolte in modalità remota e ne regolano le modalità attuative; ed è da qui che Radicetti ha sviluppato una riflessione legata al futuro della Pubblica Amministrazione e alle future assunzioni nella pubblica amministrazione.

Sul punto il capo dell’ufficio legislativo della PA pone un quesito: «quale sarà la differenza tra il personale della pubblica amministrazione che non svolge attività in presenza e il collaboratore esterno?» e da qui la riflessione che «lo sviluppo del lavoro agile nel tempo potrebbe creare nuove figure di lavoro e creare anche una nuova gerarchia nelle amministrazioni».

La chiave di volta per l’utilizzo dello smartworking nella PA deve puntare all’ «efficienza e funzionalità dell’amministrazione assicurando risposte a quello che i cittadini cercano».

Articolo a cura di Diotima Pagano


[1] https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2017-05-22;81!vig=

[2] “Per l’81% delle grandi imprese, il 53% delle PMI e il 67% delle PA il lavoro da remoto fa parte di un modello di Smart Working strutturato o informale, e nell’89% delle grandi imprese, nel 35% delle PMI e nel 62% delle PA, lo Smart Working rimarrà o diventerà, al termine dell’emergenza, una pratica presente nell’organizzazione.” – cfr. Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano.

[3] Ai sensi dell’art. 263 del decreto-legge n. 34 del 2020, convertito con modificazioni dalla legge n. 77 del 2020, le amministrazioni pubbliche, entro il 31 gennaio di ciascun anno (a partire dal 2021), redigono, sentite le organizzazioni sindacali, il Piano organizzativo del lavoro agile (POLA), quale sezione del Piano della performance.

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