mercoledì, 04 Agosto 2021

Storia. Quella passione per la campagna nella patria della rivoluzione industriale

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Le innovazioni tecnologiche, che oggi sembrano il pane quotidiano di miliardi di esseri umani, hanno spesso costituito uno strappo culturale. Per quanto portatrici di migliori condizioni di vita, i popoli hanno dovuto metabolizzarle all’interno dei propri sistemi di valore. E le resistenze sono state sempre forti, fino a diventare un serio problema politico. Perfino nell’Inghilterra tardo-vittoriana dell’industrialismo trionfante.

A fine Ottocento, la “nazione di bottegai” sperimentò una sorta di ritorno al “countryside”. La letteratura popolare idealizzava le case di campagna nascoste dai rampicanti, i prati ben tenuti, le armoniose comunità contadine. Il best seller Alfred Tennyson descrisse scene rustiche affascinanti.

Il romanzo più famoso di Thomas Hardy parlava della vita nelle campagne e si intitolava Far from the Madding Crowd. “I nostri contadini sono i soli superstiti dell’Inghilterra medievale”, scriveva Hardy. Il mercato, le fabbriche, il benessere materiale erano lontani. La città divenne il capro espiatorio dell’onda conservatrice e del suo manierismo. Abituati all’esperienza ancestrale della privazione, i contadini sembravano disprezzare le ricchezze. Popolazioni marginali in un’Arcadia realizzata.

E il riflusso contagiò gli intellettuali più diversi, conservatori, liberali, radicali. Alcuni di loro tornavano davvero alla terra. Il poeta Alfred Austin, che lasciò Londra nel 1901, in campagna aveva trovato “locande rustiche, canoniche, ospizi, attività oneste, persone gentili”. Negli stessi anni Rudyard Kipling acquistò un castello nel Sussex. “Abbiamo scoperto l’Inghilterra e siamo venuti a viverci”, scrisse. William Morris, prestigioso pensatore di sinistra, costruì con News from Nowhere un’utopia pastorale, senza città, libera da tensioni.

Perfino l’irrequieto D.H.Lawrence fu affascinato dalla “bellezza tranquilla della campagna, fatta di cose andate, di pura memoria”. Il disagio nei confronti dello sviluppo, espresso e popolarizzato da quella élite culturale, avrebbe tuttavia frenato non poco la storia seguente del Regno Unito. Malgrado la forza geopolitica del paese, l’industrialismo non aveva trovato un’anima.

Era “progresso senza ali”, come recita il titolo italiano di un vecchio saggio di Martin J. Wiener (Il Mulino). Sta tutta qui la sfida che ha di fronte Margaret Tatcher, concludeva Wiener nel 1985: non la riduzione della spesa pubblica o lo scontro con i sindacati, ma “la trasformazione di questa struttura mentale, di questa ideologia”. Missione compiuta? Soltanto in parte, sembra dire la vicenda della Brexit.

 

di Paolo Macry

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A fine Ottocento, la “nazione di bottegai” sperimentò una sorta di ritorno al “countryside”. La letteratura popolare idealizzava le case di campagna nascoste dai rampicanti

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