giovedì, 21 Ottobre 2021

Squid Game: quando le serie tv sostituiscono i media

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'ambito del Digital Engagement e Intrattenimento. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Angosciante. È la parola che più spesso viene associata alla serie del momento: Squid Game. Questo non ne limita l’audience, al contrario, incuriosisce, intrattiene, genera discussione. Squid Game è al primo posto nella top 10 di Netflix delle serie più viste dell’ultimo mese, definita dallo stesso CEO Ted Sarandos come «la serie della piattaforma streaming potenzialmente più popolare di sempre». Da quando è stata lanciata, meno di un mese fa, le azioni del colosso dell’intrattenimento a Wall Street sono aumentate dell’8%.

Seul protagonista dell’esportazione culturale

Squid Game è l’ennesima riprova della chiara emersione di una cultura pop sudcoreana a cui stiamo assistendo negli ultimi anni. Iniziata con la canzone tormentone “Gangnam Style” 9 anni fa, e continuata con il thriller più recente “Parasite”, che racconta il divario tra ricchi e poveri, vincitore di 4 Oscar e colmo di colpi di scena inaspettati, si concretizza soprattutto con il fenomeno del K-Pop, pop coreano, la cui ascesa è diventata un case study della Harvard Business School. Il K-Pop vede protagonisti influencer e celebrity, che sempre più frequentemente diventano ambassador in Asia di molti brand di lusso.

Questi format rappresentano l’arte del ventunesimo secolo, che contribuisce in maniera importante alla percezione del paese a livello internazionale.

Comunicare attraverso le serie tv

Se le serie americane sono spesso romanzate, Squid Game parte da una situazione iniziale apparentemente molto rappresentativa di una parte della società sudcoreana, facendone una critica politica e sociale. La serie riunisce personaggi di diversa estrazione sociale e con diversi background, dall’uomo d’affari in difficoltà, all’immigrato pachistano, al profugo nordcoreano in fuga dalla dittatura, all’anziano che sta morendo di cancro, che hanno però una caratteristica comune: sono sommersi di debiti che non riescono a ripagare e sembrano non poter uscire dalla loro condizione. A “salvarli” – si fa per dire – un gruppo di uomini mascherati che propone loro di fare dei giochi come “un, due, tre stella”, per intenderci, dove però l’eliminazione è molto più dolorosa di quanto pensino. In palio, 45.6 miliardi di won sudcoreani (circa 33 milioni di euro).

I protagonisti del gioco, quindi, sono disposti a rischiare la vita costantemente pur di evadere dalla propria invivibile condizione. Il tema del debito personale non è un artificio della sceneggiatura, ma una realtà sociale drammatica. A seguito del boom economico che la Corea del Sud ha vissuto nell’ultimo ventennio, responsabile anche dell’inasprimento delle disuguaglianze, il Paese è oggi lo Stato asiatico con la peggiore disparità di reddito: disoccupazione giovanile, economia oligopolistica, mercato immobiliare totalmente disfunzionale (i prezzi delle case a Seoul sono cresciuti del 50% negli ultimi 4 anni). A ciò si aggiunge una pressione sociale e familiare non indifferente, che spinge i giovani ad ottenere quanto più successo possibile, il prima possibile. Forse questo spiega, in parte, perché la Corea del Sud è uno dei più grandi mercati di criptovalute al mondo.

La pandemia, e il conseguente allentamento delle regole sui prestiti da parte di governo e banca centrale, hanno esacerbato una situazione già difficoltosa. I più indebitati sono i trentenni, con prestiti totali pari a circa il 270% del loro reddito annuo, secondo la banca centrale sudcoreana.

Squid Game potrebbe rappresentare, quindi, il campanello d’allarme di un’emergenza nazionale che necessita di una soluzione non più rinviabile.

Un potente strumento di informazione internazionale

La serie sudcoreana, uscita su Netflix da sole 3 settimane, è disponibile in 190 paesi. Di questi, è arrivata al primo posto in 90 paesi, dagli Stati Uniti agli Emirati Arabi, dal Brasile alla Lituania, Italia compresa. Verrebbe quasi spontaneo interrogarsi, a questo punto, sul potenziale comunicativo delle serie tv: potrebbero rappresentare un mezzo di comunicazione a livello internazionale più efficace di molti media, alle volte di parte se non apertamente schierati?

Certo è che le notizie di un Paese come la Corea del Sud, quindi molto lontano da noi, geograficamente e culturalmente parlando, arrivano necessariamente filtrate dalla nostra stampa, dai nostri media. Oltre a fare una selezione delle informazioni, per cui solo quelle considerate più importanti sono comunicate, è quasi impossibile che vengano riportate così come lo sono raccontate lì. Più sono gli attori che intermediano la trasmissione dell’informazione, meno quell’informazione resterà obiettiva. Vi ricordate il gioco del telefono senza fili?

Le serie tv, come la musica, il cinema, l’arte in generale, invece, possono arrivare dall’altra parte del mondo, se hanno potenziale, senza manipolazioni. Così come le serie tv turche diffuse da Al Jazeera in Medio Oriente, che sullo sfondo mostravano l’unico Paese democratico dell’area, vengono considerate come uno degli elementi di maggiore influenza delle primavere arabe, allo stesso modo Squid Game potrebbe costituire una chiave di lettura che aiuti a comprendere meglio come funziona il modello di vita sudcoreano, aumentando anche la consapevolezza generale sull’argomento.

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