domenica, 29 Gennaio 2023

Social Media e disinformazione: un quadro generale

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L’Oxford Internet Institute (OII) ha rilasciato il suo nuovo report sullo stato della disinformazione sui social media nel mondo. Un fenomeno che si accresce di anno in anno.

Il rapporto, frutto di un monitoraggio durato tre anni, delinea il quadro delle operazioni tese a diffondere informazione deviata sui social network. Il documento esce in un momento in cui c’è grande attenzione sul tema a livello mondiale. 

Negli Stati Uniti la tensione è infatti alta per l’impeachment contro Trump, da sempre accusato di esser stato aiutato nelle presidenziali del 2016 da provetti hacker russi. Di qualche settimana fa è invece il caso di Hong Kong, dove le principali aziende (Twitter, Facebook, Youtube) hanno denunciato l’attività sulle loro piattaforme di campagne di disinformazione. In quest’ultimo caso addirittura si è registrata per la prima volta una risposta ufficiale e dura dalle società contro i tentativi di divulgare fake news da parte della Cina.

Il gruppo di lavoro dell’OII, guidato da Samantha Bradshaw e da Philip N. Howard, è uno dei centri studi più affidabile sul tema. Non a caso sono stati chiamati dal Senato americano per redigere un’analisi indipendente sulle modalità di influenza dei troll russi sulle elezioni presidenziali, quelle che hanno visto a sorpresa la vittoria di Trump sulla Clinton. In quello studio avevano scomposto le tecniche di disinformazione fatte per polarizzare il dibattito politico, a scapito del bacino elettorale dei democratici (ispanici,  afroamericani, messicani).

Nel nuovo report invece l’attenzione è stata posta sulla diffusione del fenomeno, facendo emergere la grande importanza che ormai riveste nello scenario geopolitico mondiale. Le informazioni utili a compilare la ricerca sono state raccolte da organizzazioni giornalistiche, gruppi della società civile e governi; a cui ha fatto seguito l’indagine su dei casi tipo.

Negli ultimi 3 anni, da quando è partito lo studio, i paesi in cui si sono manifestati attività di questo genere sono più che raddoppiati, passando da 28 (2017) a 70 (2019). Sette di essi sono stati anche ricondotti ad attacchi transnazionali (Cina e Russia in primis). Facebook domina quale piattaforma prescelta nella maggior parte dei paesi (56) per far girare “fake news”. 

 

È utile soffermarsi sull’Italia, dove lo studio mette in evidenza alcuni punti interessanti: da noi la disinformazione ha scopi soprattutto politici e partitici, mentre risulta totalmente inesistente in favore di aziende e di organizzazioni civili. Nel nostro paese poi la maggioranza di queste attività viene effettuata tramite bot, robot programmati per diffondere e moltiplicare like e condivisioni dei post. Assente è invece il ricorso a umani, cyborg e utenti rubati. Infine il valore comunicativo dei messaggi da noi ha lo scopo di distrazione da altre notizie e di ampliamento delle divisioni insite nella società. 

Confrontandolo con gli altri paesi, lo scenario che emerge della disinformazione in Italia è di un sistema ancora embrionale, in fase di ampliamento, come molti altri in Europa. C’è ancora strada da fare prima di arrivare ai livelli di altre nazioni, come il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America, dove la tecnica e l’utilizzo sono ormai a livelli avanzatissimi.

Come affermano le conclusioni dello studio, questi sistemi non si fermeranno in futuro, ma anzi evolveranno ulteriormente facendo proprie le nuove tecnologie – intelligenza artificiale, realtà virtuale, Internet of Things – e assumendo forme sempre più complesse e articolate. Tuttavia non ci si può arrendere al diffondersi di questi strumenti. È importantissimo quindi continuare ad analizzarli, per poi valutare risposte e creare anticorpi nella società in grado di resistere a queste campagne.

Come giustamente suggerisce il coautore dello studio Philip Howard in un’intervista del dopo brexit:

Sia il referendum sulla Brexit che le elezioni statunitensi hanno rivelato i problemi della democrazia moderna e le piattaforme dei social media stanno attualmente mostrando i suoi limiti.  Questo non è un problema tecnologico. Siamo esseri sociali e quindi cercheremo naturalmente modi per farlo e useremo la tecnologia per socializzare a vicenda. Ma la tecnologia potrebbe anche essere parte della soluzione. Una riprogettazione non così radicale potrebbe occasionalmente esporci a nuove fonti di informazione o avvertirci quando le nostre reti sociali sono troppo limitate. I social media stanno perciò danneggiando la democrazia? Sì, ma possiamo anche usare i social media per salvarla.

Un’attenzione che quindi deve partire dalle aziende proprietarie dei social media, chiamate a fare uno sforzo per contenere il fenomeno, anche se questo richiederà dei costi. Dei consigli pratici a tal proposito sono già arrivati, presentati da uno studio condotto dalla New York University, riferito alle contromisure da adottare in vista delle future presidenziali del 2020. Si tratta di un loro dovere ma anche di una loro necessità, visto il calo di fiducia che si sta lentamente manifestando tra gli utenti, a partire proprio dagli Stati Uniti.

 

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