mercoledì, 08 Febbraio 2023

Siamo in una nuova era. E non ce ne rendiamo conto

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«Evoluzione, Morpheus. Evoluzione. Come per i dinosauri. Guarda dalla finestra: avete fatto il vostro tempo. Il futuro è il nostro mondo, Morpheus. Il futuro è il nostro tempo». Così parlava l’agente Smith in “Matrix” poco meno di 20 anni fa. L’era digitale era appena cominciata, ma nessuno immaginava quali sviluppi avrebbe avuto.

Dal 1999 ogni aspetto della nostra vita è irrimediabilmente cambiato. Economia, politica fino al modo di concepire il tempo libero e i rapporti sociali. Sono nati nuovi mestieri, vocaboli e comportamenti che nessuno avrebbe potuto prevedere. Persino le modalità di formazione delle opinioni personali non sono più le stesse: il report “Infosfera” 2018 mostra come 3 dei 5 media di accesso alle informazioni più diffusi siano “online” (browser, siti e giornali sul web). Sembrano statistiche banali, ma solo pochi anni fa tutto ciò sembrava quantomeno improbabile. Oggi è realtà.

Di fronte a questi mutamenti strutturali l’essere umano deve ripensare l’intero modo con cui concepisce l’ecosistema in cui vive. Se infatti la società si è facilmente abituata alle novità più propriamente “tecnologiche” della rivoluzione digitale (smartphone, social media ecc.), la sfida più grande è riuscire a superare alcuni paradigmi mentali propri di un mondo senza web. Un salto ontologico che riguarda il modo di guardare e concepire il mondo, e non solo l’automatizzazione di alcuni processi lavorativi. Il passaggio ad un nuovo contesto storico diverso dal precedente come la prima Repubblica francese lo era dall’ancien régime.

Baricco parla di un «errore di prospettiva» per cui la rivoluzione tecnologica sarebbe solo un effetto, una conseguenza di una rivoluzione mentale[1].

Se solo da grandi idee nascono grandi invenzioni, è anche vero che un tale cambio di visione ad oggi non coinvolge ancora l’intera popolazione, ma solo pochi intellettuali e “addetti ai lavori”.

Ogni processo evolutivo impiega un certo periodo di tempo per realizzarsi appieno, producendo asimmetrie se non viene regolato e indirizzato correttamente. Come spiega Marco Bentivogli, segretario generale Fim-Cisl, nell’ultimo numero di Wired: «Sarà fondamentale per il futuro del nostro Paese e del nostro sistema democratico lavorare alla transizione tecnologica, comprendere le competenze del futuro, ripensare tempi e spazi di lavoro, un diverso sistema educativo e un nuovo sistema di rappresentanza e dei diritti».

Un compito che non può che spettare alle istituzioni, ai governi e alla politica in generale, soggetti che devono sapersi reinventare ed essere all’avanguardia di un sistema sempre più controllato da GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon). È dunque necessario un connubio in cui il pubblico indichi e prepari la strada e il privato (grandi e piccole aziende), porti a termine il processo di crescita economica, professionale ma soprattutto intellettuale della collettività. In questo senso fondamentale è la collaborazione tra i diversi soggetti nella formazione del personale e nel reskilling, soprattutto in quei paesi, come l’Italia, con bassa natalità e invecchiamento progressivo della popolazione.

Siamo di fronte ad un processo di lungo periodo, che spinge inevitabilmente a rivalutare quegli aspetti del sistema democratico-liberale oggi in crisi, rimodulandoli ed adattandoli al nuovo contesto storico di riferimento. Come avverte anche il professore di Storia della Hebrew University di Gerusalemme Yuval Noah Harari: «La convergenza delle tecnologie informatiche e di quelle biologiche potrebbe presto espellere dal mercato del lavoro miliardi di soggetti e mettere a rischio sia la libertà e l’uguaglianza[2]».

La società digitale non deve però mettere in discussione i diritti ottenuti con la democrazia e il welfare state. La libertà personale, di parola e l’uguaglianza giuridica sono principi che fanno ormai parte delle costituzioni di tutti gli Stati democratici, oltre che dell’immaginario collettivo occidentale. Ma nell’era digitale il loro ruolo cambia e così, ad esempio, il libero accesso alle informazioni non coincide sempre con il diritto alla retribuzione per la creazione di contenuti (art. 11 della normativa europea sul copyright).

L’obiettivo finale deve essere la piena inclusione di tutti in una nuova dimensione, una nuova realtà psicologica e tecnologica diversa dal passato, ma che prospetta infinite possibilità di miglioramento della condizione umana. Un risultato raggiungibile solo con la collaborazione tra tutte le componenti della società: istituzioni pubbliche, imprese ma soprattutto individui.

[1] Cfr. A. Baricco, The Game, Einaudi, Torino, 2018, pp. 30 – 32.
[2] Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Firenze-Milano, 2018, p. 12.

 

di Jacopo Simonetti

[dt_quote]Di fronte a questi mutamenti strutturali l’essere umano deve ripensare l’intero modo con cui concepisce l’ecosistema in cui vive. Se infatti la società si è facilmente abituata alle novità più propriamente “tecnologiche” della rivoluzione digitale (smartphone, social media ecc.), la sfida più grande è riuscire a superare alcuni paradigmi mentali propri di un mondo senza web.[/dt_quote]
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