giovedì, 21 Ottobre 2021

Sensemaking, la formazione oltre la tecnica

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Consapevolezza di sé e del mondo esterno, capacità di comprensione dell’ambiente in cui siamo, imparare dall’esperienza e costruirsi un approccio analitico e complessivo. Queste caratteristiche descrivono il sensemaking, una delle skill fondamentali per il mercato del lavoro secondo Karl Weick. Nessuna di queste caratteristiche sembra però provenire da corsi di laurea specifici, soprattutto se pensiamo a quelli che, per decenni, il mondo occidentale ha giudicato i percorsi più indicati per raggiungere l’olimpo delle carriere di successo.

Scott Hartley, nel suo The Fuzzy and the Techie, spiega in che modo le arti liberali saranno la chiave per l’evoluzione del mondo digitale. Scrive di come il futuro della tecnologia sarà guidato dai laureati in scienze umane e sostiene che “[…] se vogliamo preparare gli studenti a risolvere problemi su larga scala, dobbiamo spingerli ad ampliare, non limitare la loro educazione e i loro interessi”.  

La verità è che questo è il classico Segreto di Pulcinella, perché la profonda utilità dei corsi di studio umanistici è la motivazione che spinge migliaia di ragazzi ogni anno ad iscriversi a percorsi di questo tipo, per la disperazione di – alcuni, molti – genitori.

I ragazzi che hanno fatto questo tipo di scelta forse hanno sempre saputo che le discipline umanistiche possono rendere le vite e il lavoro migliore: integrare il rigore scientifico, l’attenzione ai dettagli e alla logica con l’empatia e la saggezza proprie delle discipline umanistiche è l’unica vera chiave di un mondo il cui alfabeto sembra essere una cascata in espansione esponenziale di dati e numeri, ma la cui lettura sfugge più facilmente a un laureato in ingegneria o informatica di quanto si possa pensare.

Ha fatto il giro del mondo la notizia, di poche settimane fa, dell’inaugurazione del corso “Psychology and the Good Life” a Yale, praticamente dalla cima dell’Ivy League. Colpisce soprattutto che il corso abbia visto un successo da record, con 1200 partecipanti: in 316 anni di vita di Yale University, non si era mai raggiunto un numero così alto, che corrisponde a circa un quarto degli studenti iscritti all’intero triennio. La notizia fa riflettere soprattutto se pensiamo che le migliaia di giovani studenti privilegiati che sentono la necessità di imparare a vivere bene ed essere felici, provengono da una delle Università che per definizione apre le porte al successo. Non sappiamo se questa sia domanda di sensemaking, ma fa riflettere un successo così ampio di qualcosa di cui fino a pochi mesi fa non si era mai parlato e parallelamente fa riflettere la completa cecità di istituti di formazione e politiche del lavoro miopi nei confronti dell’effetto felicità.

Che il divario tra ricchezza e povertà aumenti non è una novità, ma se ci spostiamo in Italia e osserviamo il rapporto tra la crescita della produttività e quella dei salari, è evidente che, pur avendo fatto molto nella direzione di un sistema economico basato su strutture di produzione sempre più veloci, gli effetti sull’aumento dei salari non sembrano essere all’altezza. Ha senso continuare ad aumentare la produttività se il primo effetto del lavoro sulla vita delle persone – il salario – non ci fa vivere meglio?

Lo scollamento tra produttività e felicità non è un fenomeno solo italiano, ma rientra in uno scenario globale in cui le grandi aziende stanno cominciando a porsi il problema di ambienti professionali sovrappopolati da figure dalla formazione quasi esclusivamente tecnico-scientifica.

L’Harvard Business Review sottolinea il trend per cui le figure provenienti dall’ambito STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematic) non porterebbero a un miglioramento delle performance delle aziende, ma, al contrario, sarebbero da sole incapaci di comprendere la veloce evoluzione della tecnologia. Questo effetto porta ad aumentare quantità e velocità dei processi, ma non qualità.

Poche settimane fa il Washington Post ha pubblicato un articolo in cui si racconta cosa passa per la testa delle Human Resources di Google: le competenze tecniche sono fondamentali per un colosso come Google e questo non è messo in discussione, ma il mito per cui siano solo queste a garantire una carriera felice e di successo a quanto pare è improvvisamente diventato falso.

A nessuno studente dovrebbe essere impedito di laurearsi in un campo che ama basandosi su una falsa idea di ciò che gli servirebbe per avere successo. Le forti capacità di apprendimento sono la chiave per carriere a lungo termine, soddisfacenti e produttive. Quello che aiuta a prosperare in un mondo in evoluzione non sono le scienze aerospaziali. Potrebbero invece essere le scienze sociali e, sì, anche le scienze umane e le arti, a contribuire a renderti non soltanto pronto per la forza lavoro ma anche pronto per il mondo. (The Washington Post – The surprising thing Google learned about its employees — and what it means for today’s students)

Il sensemaking è una delle spie di una mutazione postmoderna che conferma la necessità di riconoscere il pericolo di sopravvalutare i numeri in quanto tali: se è vero che alcune aziende cominciano ad assumere un maggior numero di persone dalla formazione umanistica, è perché non possiamo rischiare di costruire un mondo di aziende tutte uguali, con processi tutti uguali, di persone che dimenticano di pensare perché non serve.

 

di Noemi Borghese

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