sabato, 27 Novembre 2021

Sempre il solito G20

Da non perdere

Noel Angrisani
Laureato in Scienza della Politica, ha completato il suo percorso di studi con un master in Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d'Impresa. Per due anni si è occupato di progettazione europea, successivamente ha lavorato presso un'agenzia di eventi corporate e B2B per il No-Profit. Dopo essersi cimentato nel public affairs, oggi lavora come consulente in ambito organizzazione e pianificazione.

A leggere le cronache trionfalistiche del G20 appena concluso, la sensazione di déjà-vu è piuttosto forte. La dichiarazione finale, generica e lacunosa, prevede l’impegno nel mantenere il surriscaldamento globale entro 1,5 gradi e produrre zero emissioni. Nulla di particolarmente innovativo e decisivo rispetto ai precedenti vertici. Motivo per cui è lecito osservare con disincanto e una buona dose di cinismo i resoconti della stampa. Certo, indubbiamente è stata un’ottima vetrina per l’Italia e per la (già) solida reputazione internazionale di Mario Draghi, ma al di là di stucchevoli elogi per un ritrovato multilateralismo – più di facciata che di sostanza – o entusiasmo per photo opportunity, i problemi su clima ed energia rimangono intatti.

Obiettivi annacquati

Infatti a Roma, come per il Consiglio Europeo, i risultati più significativi sono stati ottenuti su altri temi: l’obiettivo di vaccinare il 70 % della popolazione mondiale entro la metà del 2022; l’accordo ampio e trasversale sulla minimum tax; l’intesa per sospendere i dazi su acciaio e alluminio. Sul clima, anche in vista del COP26 in svolgimento a Glasgow proprio in questi giorni, gli obiettivi fissati in precedenza al 2050 sono stati annacquati con scadenze generiche “attorno alla metà del secolo” e azioni indefinite che non avranno nulla di significativo o efficace.

Al termine dei due giorni «le speranze disattese, ma non sepolte» consentono un riflessione  sul perché questi incontri sono spesso criticati per la loro irrisolutezza.

Il primo punto da chiarire riguarda la struttura e il formato di questa assise sulla cui utilità viene sollevato più di qualche dubbio, infatti come scrive Dario Fabbri su Limes «ormai il G20 conta addirittura meno di un tempo, dunque pressoché nulla. Condizione inevitabile per una assise nata alla fine degli anni Novanta per magnificare il Washington Consensus, nel frattempo fiaccata nella sua ineffabilità dal sentimento agonistico (soprattutto) di cinesi e russi. Oltre che dal declino degli altri Brics, tutti membri del G20 e oggi alle prese con giganteschi problemi strutturali».

I grandi assenti del G20

È quindi inevitabile che una struttura profondamente logorata dal conflitto a bassa intensità, tra sfera atlantica e alleanza sino-russa, trovi la sua acme su questioni energetiche e ambientali. E qui veniamo al secondo aspetto da chiarire. La Cina e la Russia, grandi assenti del G20, erano i convitati di pietra proprio sulle questioni climatiche. Il paese asiatico in quanto è leader delle emissioni di Co2, mentre la Russia è il player energetico decisivo sul gas, soprattutto in una fase di crisi.

I temi dell’ecologia e della transizione energetica non hanno una lettura univoca e universale, anzi restano profondamente divisivi, non tanto su un aspetto ideale, ma sulla loro applicazione concreta. Non deve perciò stupire la risposta del Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che in un’intervista al Corriere della Sera ha avuto gioco facile nel criticare l’obiettivo di neutralità climatica al 2050 : «Se è un’ambizione dell’Unione europea, anche altri Paesi hanno diritto ad avere ambizioni […] Noi non ragioniamo per slogan o ambizioni, guardi a cosa è successo all’ambizione dell’Unione europea di fare a meno dei gasdotti russi. Noi abbiamo razionalmente calcolato che raggiungeremo la neutralità carbonica entro il 2060 e lo faremo».

Com’è quel detto sulle buone intenzioni?

L’autonomia strategica viene rivendicata anche dall’alleato asiatico, declinata però nell’accezione economica, la cui sintesi è: in passato, gli occidentali per sostenere lo sviluppo economico hanno contribuito notevolmente ad inquinare, motivo per cui ora i Paesi in via di sviluppo hanno pieno diritto a sostenere la propria crescita economica e combattere la povertà, anche a discapito dell’ambiente. Non a caso la Cina, proprio in questo momento e pur confermando i propri impegni, sta producendo un milione di tonnellate di carbone al giorno.

Le buone intenzioni del G20 cozzano inevitabilmente con i segnali e gli atteggiamenti provenienti dagli altri attori globali. È legittimo dubitare sulla percorribilità e sul realismo delle misure proposte, ma soprattutto dei risultati. I precedenti incontri offrono un’ottima testimonianza. Molto probabilmente, invece di proseguire in una coazione a ripetere di comportamenti e meccanismi sempre più inefficaci, sarebbe più utile un radicale cambio di paradigma al fine di elaborare percorsi di governance globale (climatica) condivisi e condivisibili.

La soluzione per la drammaticità dei temi trattati non è rappresentata da prove di forza.

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