martedì, 31 Gennaio 2023

La Russia vista dall’interno: intervista a Pasquale Terracciano, ex Ambasciatore italiano in Russia

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'advertising. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

La Russia è una superpotenza a metà tra due mondi diversi, quello europeo e quello asiatico. Non è facile comprendere le complesse dinamiche di un Paese dalla storia tutt’altro che facile. A darci una mano nel tentare di far luce su vari aspetti della società e dell’economia russa è stato Pasquale Quito Terracciano, che ha ricoperto il ruolo di ambasciatore italiano in Russia fino a ottobre 2021.

Russia
Pasquale Quito Terracciano, ex Ambasciatore italiano in Russia
  • La Russia è sicuramente oggi uno degli argomenti caldi della scena politica internazionale. Stati Uniti e Cina sono i suoi due grandi competitor globali; l’Unione Europea si trova in una situazione alquanto complessa. Qual è il ruolo della Russia rispetto a Stati Uniti, Cina e UE?

La Russia conserva un po’ il complesso della superpotenza che ha visto disconosciuto il suo ruolo a livello internazionale e quindi è sempre ansiosa di trovare occasioni per collocarsi in un dialogo alla pari con gli Stati Uniti.

Quindi gli Stati Uniti sono, da una parte, il contraltare necessario alla Russia per conservare il suo ruolo di superpotenza, grazie al suo possesso di armi nucleari e alla sua presenza nel consiglio di sicurezza dell’ONU; dall’altra parte però rappresentano anche l’antagonista principale, per due motivi:

  • nel corso degli anni, è andato approfondendosi un gap valoriale: i russi hanno cercato di rafforzare la loro identità facendo leva sui valori tradizionali quali la patria, la famiglia, la Chiesa, allontanandosi quindi dal modello occidentale di società aperta, laddove negli anni 90 sembravano invece volersi omologare;
  • l’altro è un motivo soggettivo che ha qualche fondamento oggettivo: la sensazione russa di essere accerchiata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, e tutto ciò che questo complesso di insicurezza e sensazione di accerchiamento comporta. Ovviamente, noi sappiamo che la Nato non è un’alleanza offensiva, quindi la Russia non dovrebbe poter contestare alla Nato atteggiamenti aggressivi nei suoi confronti; è anche vero però che l’Occidente non è mai riuscito a trovare un equilibrio post guerra fredda che potesse rispondere alle preoccupazioni legittime di sicurezza della Russia. Noi abbiamo avuto un atteggiamento in linea con i nostri valori: tutti i Paesi indipendenti e sovrani hanno diritto, ad esempio, di aderire alla Nato, scegliere le proprie alleanze, inclusa l’Ucraina. Non abbiamo però fatto molti sforzi per cercare di comprendere il punto di vista russo. Un errore, secondo me, è stato denunciare il trattato di INF (trattato sulle forze nucleari a medio raggio) perché questo, unito all’allargamento della Nato che ha portato all’avvicinamento alla frontiera russa di forze Nato, ha creato ansia a Mosca. Forse da parte dell’Occidente sarebbe stato opportuno mostrare maggiore considerazione per queste preoccupazioni russe.

Per quanto riguarda il rapporto con la Cina, è diventato sempre più stretto, per lo più per necessità da parte russa.

I russi non hanno mai avuto un rapporto facile con la Cina, l’hanno sempre temuta, hanno avuto anche, storicamente, periodi di forti tensioni; il motivo principale per cui viene temuta tutt’ora è che viene vista come una minaccia per i territori dell’estremo oriente russo (territori con grandi risorse naturali come la Siberia orientale) che facilmente possono ricadere nell’orbita cinese, così come possono ricadere nell’orbita cinese anche le ex Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, considerate dalla Russia come territori vicini (soprattutto alla luce dell’iniziativa cinese “One Belt One Road”, che infatti allarma la Russia).

Nonostante ciò, l’antagonismo crescente con gli Stati Uniti e l’Occidente hanno spinto la Russia nelle braccia della Cina, sia politicamente che economicamente, e potenzialmente anche militarmente. Non siamo al punto di un’alleanza, non credo che ci si arriverà mai: la Cina è molto prudente, non ha mai riconosciuto l’annessione della Crimea, per esempio, mentre invece la Russia su Taiwan ha un atteggiamento più vicino agli auspici cinesi. Non è infatti un rapporto tra uguali: la Cina è ben più forte come potenza, e i russi sanno bene di rischiare di diventare junior partner di un’alleanza tra Pechino e Mosca. Kissinger aveva il quadro molto chiaro quando raccomandava di assicurarsi che la distanza tra Mosca e Pechino fosse sempre maggiore di quella che c’era tra Washington e Mosca e tra Washington e Pechino. Quindi conservare le due relazioni americane con Russia e Cina per tenerle separate tra di loro. Adesso, invece, il gioco si è ribaltato e assistiamo a una saldatura sempre più stretta tra Russia e Cina (a livello economico, energetico). Però, ripeto, non è tanto una scelta libera della Russia quanto una necessità dettata dalle condizioni strategiche.

Infine, considerando l’Unione Europea, la Russia si lamenta del fatto che i contatti con l’Unione si siano ridotti. Non ci sono più da molti anni incontri al vertice, come erano previsti dall’accordo tra Russia e UE. La Russia però vede anche un vantaggio in questa situazione, perché l’assenza di contatti con l’UE le consente più facilmente di fare il gioco che lei preferisce, e cioè dialogare con i Paesi europei singolarmente. Ovviamente, così facendo, il loro peso nel confronto bilaterale con il singolo Paese europeo è maggiore rispetto a quello che avrebbero trattando con il blocco UE. E qui c’è un errore da parte europea perché meglio sarebbe stato invece tenere aperto il dialogo e soprattutto mantenerlo sempre a livello di Unione Europea invece di delegarlo ai singoli Stati. Questa è una scelta imposta dai partner dell’est, con una visione abbastanza miope, perché sarebbe loro interesse avere tutta l’Unione Europea forte come blocco a trattare con la Russia, piuttosto che andare in ordine sparso. È il prezzo che pagano alla loro chiusura totale di contatti con la Russia ed è un risultato un po’ paradossale, a mio avviso.

  • La democrazia russa è una sorta di oggetto misterioso per l’opinione pubblica estera, insomma non russa. Che tipo di sfide affronta e che politiche di welfare adotta nei confronti della popolazione?

L’aumento della tensione tra Occidente e Russia purtroppo ha portato a un indebolimento in Russia di quei valori che invece l’Occidente vuole promuovere. C’è stato un affievolimento della democrazia in Russia, diventata sempre di più una managed democracy: gli spazi di dissenso si sono andati chiudendo, la repressione è aumentata anche con strumenti ibridi come il canale giudiziario, che chiaramente viene un po’ asservito alle necessità del potere esecutivo, e in tutto ciò non c’è obiettivamente un movimento di opposizione a Putin credibile. Putin gode ancora, anche se in calo nei sondaggi, dei favori della popolazione. Probabilmente, oggi avrebbe una rielezione alle Presidenziali con il 60% dei voti; è considerevole però anche il dato sulla fiducia, perché solo il 30% dei russi hanno fiducia in Putin. Diciamo che quindi, un 60% lo vota, ma una metà non ha fiducia e vota lui in mancanza di alternative e soprattutto sempre ricordando con terrore il caos degli anni ‘90, che nessuno vuole vedere ripetersi.

Il tenore di vita è nettamente migliorato rispetto agli anni ‘90 ma oggi l’economia è abbastanza stagnante, non ha il dinamismo necessario per consentire un costante aumento della qualità di vita. Il welfare è ancora in parte quello ereditato dai tempi sovietici: c’è un’educazione, una sanità che erano dei servizi forniti alla popolazione in una misura sufficiente. La qualità però è andata scemando e anche le previsioni, per gli standard occidentali, sono decisamente basse. In tutto questo, continua ad esserci una politica abbastanza efficace per sostenere l’occupazione: la disoccupazione è tra il 4 e il 5%, considerabile una percentuale fisiologica. Ovviamente, ci sono tanti lavoratori con salari minimi e soprattutto c’è una divaricazione profonda tra le grandi città e la provincia e più in generale tra la parte più occidentale della Russia e quella più orientale, dove i servizi sono decisamente di livello inferiore e il tenore di vita decisamente più basso.

  • In che modo la Russia ha gestito e gestisce la crisi sanitaria da Covid-19 e come si è distinta rispetto agli altri grandi Paesi?

Nel contesto pandemia da Covid-19, la Russia è un misto di storie di successo e di fallimento.

Sappiamo che la Russia è stato il primo Paese a sviluppare un vaccino: lo Sputnik. È stato anche però il primo a politicizzarlo, a partire dalla scelta del nome, che chiaramente fa riferimento a una storica gara: grazie allo Sputnik, i sovietici vinsero la gara nello spazio, essendo riusciti a mandare un uomo nello spazio prima degli Stati Uniti. Dando un nome del genere al vaccino, hanno voluto sottolineare questo senso di anticipazione sul resto del mondo, sfavorendone l’accettazione globale.

Se sono arrivati primi con la messa a punto del vaccino, sono stati decisamente lenti nell’implementare un programma di vaccinazione, un po’ per una produzione non sufficiente, un po’ anche per la sfiducia innata che il cittadino medio russo ha nei confronti di tutto ciò che arriva dallo Stato.

Un altro successo è stato invece l’avere una medicina di base solida: in Russia, nel caso di sospetto Covid, viene a domicilio una squadra medica che fa tampone, verifica se c’è il contagio e dà delle terapie da seguire a casa, laddove non è necessario il ricovero. La cura del malato Covid lasciata alla medicina di base ha funzionato quindi abbastanza bene. Facendo un confronto con i nostri sistemi occidentali, nonostante siano in generale molto superiori a quello russo, se si guarda alla medicina di base, sicuramente siamo andati troppo in là nello smantellarla, per puntare sulla creazione di poli sanitari di alto livello, ma che non danno quell’assistenza domiciliare che in alcuni casi è necessaria.

  • Che tipo di rapporti corrono tra Italia e Russia, rispetto anche all’Unione Europea?

Noi abbiamo un rapporto tradizionalmente abbastanza positivo con la Russia, pur essendo l’Italia collocata fermamente nell’ambito dell’Atlantico e pur essendo i russi consapevoli di questo. Nonostante non ci possano chiedere scarti dalla linea comune, il rapporto tra Italia e Russia è sempre stato improntato al dialogo e rispetto reciproco e c’è sempre stato un fondo di simpatia tra i due Paesi.

Ovviamente, negli ultimi tempi, tutto ciò è più difficile, soprattutto dopo il 2014 e dopo questi atteggiamenti minacciosi assunti dalla Russia nei confronti dell’Ucraina.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, la Russia tende ad ignorarla; noi non possiamo fare altrettanto, quindi anche se siamo più inclini di altri verso il dialogo, non necessariamente la nostra linea passa. Ad esempio, anche se noi non siamo particolarmente convinti dell’utilità delle sanzioni (siamo tra l’altro quelli che ne traggono costi maggiori, dopo la Germania), le applichiamo con precisione. Non abbiamo mai cercato di sfilarci da questo strumento, che comunque è una concretizzazione della solidarietà europea. È però legittimo rivendicare le ragioni del dialogo in un’ottica di lungo periodo. È evidente che se adesso siamo in una situazione in cui dobbiamo confrontare la minaccia, al tempo stesso dobbiamo proiettarci verso il futuro per cercare di trovare delle soluzioni che rimuovano le ragioni che ci hanno portato a questa situazione.

Ovviamente, nel momento in cui la Russia pretende di limitare le scelte sovrane di altri Paesi e ragiona in termini di bilanciamento della propria potenza militare con gli Stati Uniti, quando la proposta è facciamo una nuova Yalta, noi non dobbiamo limitarci a dire no ma dobbiamo invece proporre di fare una nuova Helsinki, cioè di cominciare a porre le basi per un panorama di sicurezza che possa conciliare le esigenze della comunità euro-atlantica con le preoccupazioni espresse dalla Russia. Fu un esercizio che riuscì negli anni ‘70, con la conferenza di Helsinki, appunto, non vedo perché non debba riuscire oggi, quando non c’è nemmeno l’ostacolo del conflitto ideologico.

  • Qual è la situazione economica russa? Siamo abituati ad immaginarla molto dipendente dal settore energetico. Come stanno le cose?

È vero, è un’economia ancora molto dipendente dalle esportazioni di prodotti energetici, di idrocarburi in primo luogo. Ha una buona gestione macroeconomica: una valuta ragionevolmente stabile, riserve di oltre 620 miliardi di euro, quindi anche in grado di superare lo stress test di sanzioni vecchie e nuove. Ma non cresce proprio perché troppo unidimensionale, cosa che non le consente una capacità di crescita sufficiente per ottenere un aumento del tenore di vita considerato fondamentale da molti dei suoi cittadini.

Non cresce, in primo luogo, come dicevo, perché troppo unidimensionale, in secondo luogo perché c’è troppa burocrazia, non c’è certezza del diritto. Tra l’altro, alcune di queste sono caratteristiche in comune con l’Italia, almeno l’Italia pre PNRR. Invece, caratteristica completamente diversa della loro economia rispetto alla nostra è la predominanza dei grandi gruppi, controllati in parte dal Kremlino. Basti pensare che il GDP russo è prodotto per l’83% da grandi gruppi, una proporzione inversa a quella italiana. E anche questa mancanza di grass root economy, di imprese che nascono dal basso, spiega la rigidità dell’economia russa e la sua difficoltà a crescere a ritmi più sostenuti.

Negli anni ‘90, la grande industria sovietica è stata in buona parte smantellata. Oggi, esiste un programma di diversificazione dell’economia e di reindustrializzazione e inoltre l’Italia ha contribuito in maniera non indifferente a questo processo, con molte imprese italiane che hanno creato impianti produttivi in Russia. Lo sforzo c’è, ma è un cammino ancora decisamente lungo da fare.

  • Ci siamo. Ecco l’elefante nella stanza. Russia, Ucraina, Stati Uniti. Alcuni attribuiscono più responsabilità alla Nato, altri alla Russia. Come la vede?

Nell’immediato, c’è un atteggiamento aggressivo da parte russa che ha creato questa crisi e che non si può ignorare. Dall’altro lato, forse, ci sono state delle scelte un po’ affrettate da parte della Nato. Ad esempio, la decisione del 2008 di offrire la prospettiva di adesione all’Ucraina quando non c’erano le condizioni. Infatti, oggi, nessuno pensa che l’Ucraina possa entrare nella Nato. Si è creato un falso problema con questa accelerazione teorica, che però ha portato delle conseguenze pratiche reali che si potevano evitare con un atteggiamento più graduale, più prudente da parte della Nato. In questo contesto, è giusto esercitare una deterrenza nei confronti di un atteggiamento aggressivo russo ma bisogna anche rimuoverne le origini e arrivare a una qualche forma di intesa.

L’Unione Europea potrebbe giocare un ruolo da protagonista proponendo una serie di negoziati che ci portino a un punto di equilibrio e che rimuovano le cause che hanno originato questa situazione di tensione, a prescindere dalle responsabilità da un lato o dall’altro.

Io non credo che Putin abbia realmente intenzione di invadere l’Ucraina. Detto questo però, è chiaro che c’è una condizione pericolosa quando uno ammassa tante truppe ai confini. Quello che a me preoccupa è ciò che può succedere nel Dombass: una provocazione da una parte o dall’altra potrebbe innestare reazioni a catena che possono portare a una situazione fuori controllo.

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