martedì, 28 Giugno 2022

Road to France 2022: alla vigilia del primo turno

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'advertising. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Eccoci qui, torniamo a parlare di elezioni Presidenziali in Francia. Questo perché il 28 marzo scorso è ufficialmente partita la campagna elettorale. Oggi, a Macron e ai suoi sfidanti rimane meno di una settimana per convincere i quasi 50 milioni di francesi iscritti alle liste elettorali a sceglierli nel corso del primo turno, previsto per il 10 aprile.

Partiamo dai sondaggi, che ora danno una classifica leggermente diversa da quella di metà febbraio, che vedeva Macron in prima posizione a 10 punti di distacco dalle due donne della destra, Valérie Pécresse e Marine Le Pen, a pari merito.

Secondo gli ultimi dati, infatti, il Presidente uscente otterrebbe il 28,5% dei voti. Recupera terreno Marine Le Pen, con il 22% dei voti, in aumento da diverse settimane. Al terzo posto, Jean-Luc Mélenchon al 15%, davanti a Éric Zemmour (9,5%) e Valérie Pécresse (8,5%). Diventa sempre più probabile, quindi, lo scenario che abbiamo già vissuto nel 2017 di un duello Macron-Le Pen per il secondo turno.

L’ascesa nazionalista e la strategia di Marine Le Pen

Alla vigilia della sua vittoria alle Presidenziali del 7 maggio 2017, una delle promesse che Macron fece ai francesi fu: «Farò di tutto, durante i prossimi 5 anni, perché non abbiate più alcuna ragione per votare per gli estremismi». Cinque anni dopo, deve ammettere la sua sconfitta a tal proposito: su France Inter, quando lunedì 4 aprile dichiara di non esserci riuscito. «Il grande sconvolgimento delle nostre società sono le ‘paure’ che alimentano il voto per gli estremismi».

Dall’inizio dell’invasione russa, Marine Le Pen è salita nei sondaggi di quasi 7 punti percentuali. Favorita in parte dal conflitto russo-ucraino, che come tutti i conflitti e in maniera quasi automatica, induce i popoli a chiudersi in sé stessi, ad avere paura, come dice Macron, situazione che porta più persone a scegliere la via del nazionalismo e della protezione, in maniera più istintiva che razionale. D’altra parte, sicuramente Marine Le Pen ha adottato una strategia vincente nell’affrontare il tema guerra. Sappiamo che è sempre stata vicina alla Russia e a Putin, ma il giorno dell’inizio del conflitto, ha optato per una breve condanna e poi ha commentato con uno strategico: «Non faremo il presidente della Repubblica». Ossia, non è il nostro ruolo. Ha lasciato la patata bollente, com’era prevedibile, nelle mani di Macron.

A differenza di Zemmour, si è detta favorevole all’accoglienza dei «rifugiati di guerra» ucraini. «Il popolo francese è generoso e amichevole». Lei che ora difende «l’integrità territoriale dell’Ucraina» ha dichiarato nel 2014 l’annessione della Crimea «non illegale» e basata su un voto «senza possibile contestazione», tuttavia non riconosciuto dalla comunità internazionale. Difende ancora nel suo progetto “l’alleanza” con la Russia sulla sicurezza in Europa, Africa e Asia.

Contraria alle sanzioni contro il regime di Putin, sa che il suo elettorato è combattuto: secondo l’ultimo sondaggio Ipsos realizzato per Le Monde, la maggioranza vuole effettivamente rafforzarle (54%). Quindi, in linea di massima, sulla questione conflitto russo-ucraino, Marine Le Pen si concentra sul potere d’acquisto, in linea con il suo elettorato, che è il più preoccupato per le conseguenze economiche della guerra.

L’appello all’azione di Macron

Dopo settimane passate a occuparsi della guerra in Ucraina, a parlare con Putin, Biden e Zelensky, Macron ha certamente rafforzato il suo status di uomo di Stato, trascurando però la campagna elettorale nazionale.

Fino al 2 aprile scorso, data in cui ha tenuto il suo primo e probabilmente unico comizio alla Défense, a Parigi, davanti a 30mila persone.

Il suo speech inizia con gli obiettivi raggiunti nel corso degli ultimi 5 anni, tra cui cita un tasso di disoccupazione “al minimo degli ultimi 15 anni”, più aperture che chiusure di fabbriche «per la prima volta in 30 anni», grazie alla «spinta che è stata data all’imprenditorialità, alla disindustrializzazione, all’innovazione e agli investimenti», «un lavoro che paga meglio» grazie all’abbassamento dei contributi e l’eliminazione dell’imposta sulla proprietà, l’aumento “storico” del potere d’acquisto, i pasti a 1 euro per gli studenti, la moltiplicazione dei punti di accoglienza per le donne vittime di violenza nelle stazioni di polizia.

Poi arriva il suo invito a «lavorare di più, come in Italia, Spagna e Germania», alzando l’età della pensione, oggi a 62 anni, a 65. E sono ancora tanti, dice il Presidente, «gli obiettivi da raggiungere per respingere l’estremismo». Ed è per questo che chiede l’aiuto dei francesi «per la Francia, e per l’Europa».

In questo clima di pre-elezioni, quindi, abbiamo una Marine Le Pen che cerca di concentrare la campagna sulla vita quotidiana dei francesi (solo un elettore su tre ritiene che se fosse eletta darebbe una buona immagine della Francia all’estero (28%) e sarebbe in grado di affrontare gravi crisi (36%) – contro il 65% e il 64% per l’attuale capo di Stato). D’altra parte, però, è più percepita come desiderosa di cambiare le cose (59%) e di capire i problemi della “gente come noi” (46%) rispetto al Presidente. E un Macron, il cui modello esplicito è quello di François Mitterrand, eletto nel 1981 con il famoso slogan della “force tranquille”.

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