sabato, 27 Novembre 2021

Rilancio del nucleare: otto domande per un dibattito radioattivo

Da non perdere

Emmanuel Macron ha annunciato la sua intenzione di far costruire nuovi reattori, giustificando questa scelta con la necessaria indipendenza energetica della Francia e la lotta contro il riscaldamento climatico. Ma a che punto è la filiera? Facciamo il punto della situazione.

Quale posto la Francia deve assegnare al nucleare nel quadro della sua transizione energetica? Annunciando, senza entrare nel dettaglio, martedì 9 novembre, la sua volontà di rilanciare il programma nucleare francese, il presidente Emmanuel Macron ha preso posizione e contribuito a imporre il dibattito a cinque mesi dalle prossime elezioni presidenziali. Con i suoi 56 reattori e circa il 70% d’elettricità di origine nucleare, la Francia gode di uno dei sistemi elettrici più decarbonizzati d’Europa. Ma il suo parco, costruito tra gli anni 1970 e 1990, il secondo più importante nel mondo, secondo solo agli Stati Uniti, sta invecchiando: 36 anni di anni in media. Per ragioni di obsolescenza, dovrà in gran parte essere spento entro la metà del secolo.

Il paese sarà quindi obbligato a rimpiazzare questa importante capacità di produzione elettrica a basso impatto di emissioni. In parallelo, per rispettare i suoi obiettivi climatici e ridurre il suo consumo, ancora maggioritario, di energie fossili, bisognerà che produca il 35% di terawatt di elettricità in più, rispetto a oggi, entro il 2050, secondo lo scenario principale proposto dal Réseau de Transport d’electricité (RTE) il gestore nazionale della rete di trasporto d’elettricità. In questo contesto, più domande emergono: la Francia dovrà lanciare un programma finalizzato a costruire in serie altri reattori di nuova generazione, gli EPR (sigla inglese per “reattore pressurizzato europeo”)? Oppure farebbe meglio a concentrare tutti i suoi sforzi sulle energie rinnovabili, come l’eolico o il solare, e uscire progressivamente dal nucleare? Sulla questione, l’opinione pubblica, gli esperti e i politici restano divisi.

È indispensabile avere nuovi reattori per affrontare la sfida climatica? Per i suoi sostenitori, fare a meno dell’atomo nel momento dell’emergenza climatica sarebbe una follia. Il nucleare è, insieme all’eolico, la sorgente di energia che emette meno gas a effetto serra nel corso del suo ciclo di vita, dall’estrazione del minerale fino allo smantellamento delle installazioni. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), il nucleare ha permesso di evitare, nel mondo, l’equivalente di almeno 60 gigatonnellate di CO2 dal 1970, che corrispondono a cinque anni di emissioni del settore elettrico a livello mondiale. I reattori hanno anche il vantaggio di produrre elettricità in base alla domanda e in maniera continuativa, contrariamente agli impianti eolici e ai pannelli solari, la cui produzione varia in funzione del meteo o del ciclo giorno/notte. Sono, per i loro difensori, un complemento inevitabile allo sviluppo delle rinnovabili. A livello mondiale, le grandi istituzioni, tra cui l’Agenzia internazionale dell’Energia (AIE), fanno seriamente affidamento su di un aumento delle capacità di produzione nucleare nel corso dei prossimi decenni. «La sfida del cambiamento climatico è talmente enorme che non ci si può permettere di escludere delle tecnologie a bassa emissione di carbonio», ritiene Fatih Birol, direttore generale dell’AIE. La parte globale dell’atomo nella produzione mondiale di elettricità resterà tuttavia limitata – meno del 10%, secondo l’AIE.

Per gli oppositori del nucleare, al contrario, la costruzione di nuovi reattori non è necessaria per rispondere agli obiettivi climatici. Innanzitutto, per loro bisogna guardare alla questione dei ritardi: in Francia, la messa in servizio di una prima coppia di EPR dovrebbe arrivare, nella migliore delle ipotesi, non prima del 2035 o del 2040. Essi non contribuiranno quindi alla riduzione molto forte delle emissioni, attesa di qui al 2030. Alcuni tra esperti e ONG ritengono che la priorità, per rispondere rapidamente alla sfida del riscaldamento, sia piuttosto quella di agire sulla gestione dei consumi e sull’efficienza energetica, con lo sviluppo allo stesso tempo di rinnovabili e di soluzioni di flessibilità, in particolare per lo stoccaggio di energia sulle batterie. In un rapporto, pubblicato il 25 ottobre, il gestore nazionale RTE lascia aperto il dibattito. Sui sei scenari che permettono tutti di raggiungere la neutralità energetica nel 2050, tre fanno affidamento sulla realizzazione di nuovi reattori.

La filiera è capace di costruire nuovi reattori? La Francia ha vissuto a lungo contando sul suo parco storico. Una decina d’anni separa la messa in servizio del primo reattore inaugurato a Civaux (Vienne), nel 1999, e il lancio, nel 2007, del cantiere attuale di Flamanville (Dipartimento della Manica). Un “vuoto” che ha in particolare condotto a una “perdita di competenze generalizzate”, come ha indicato nel 2019 il rapporto Folz sulle disavventure del cantiere di Flamanville. Negli ultimi anni, l’Autorità per la sicurezza nucleare (ASN) ha espresso ugualmente preoccupazioni a più riprese sulla “capacità industriale di EDF e degli attori della filiera”, nel quadro dei lavori colossali intrapresi attualmente per prolungare di dieci anni l’attività dei reattori già esistenti. Alla fine del 2020, il suo presidente, Bernard Doroszczuk, ricordava che il settore avrebbe dovuto in qualche modo farsi le ossa: «la filiera si è messa in moto per avere dei nuovi grandi progetti», ma «bisogna anzitutto che essa mostri la sua capacità di passare in revisione» i reattori arrivati all’età di 40 anni. “In un certo senso, è un test preliminare”, insisteva. Oggi la filiera si dichiara “pronta” a riprendere i grandi lavori, come il gruppo Electricité de France (EDF) ha di nuovo sostenuto, l’8 novembre, in occasione di una tappa sul “piano Excell”. Dal 2019, il gruppo coordina questo “piano di eccellenza della filiera nucleare” con l’obiettivo di recuperare “la fiducia” e di “costruire al primo colpo in conformità ai requisiti di sicurezza ed efficienza”. L’ente nazionale sottolinea che, a differenza dei primi EPR – pressoché dei prototipi – i nuovi reattori saranno realizzati a partire da una concezione semplificata. Per esempio, “la diversità dei rubinetti in catalogo è stata abbattuta di un fattore dieci, passando da 13000 [per l’EPR di Flamanville] a 1200 referenze [per i futuri EPR].”

In parallelo a Flamanville, EDF ha partecipato, nel 2018, al lancio del primo EPR nel mondo: quello di Taishan, in Cina, dove una fuga di gas rari ha già causato un arresto temporaneo. Il gruppo porta avanti anche un progetto nel Regno Unito (Hinkley Point C). «Per arrivare a coprire gli investimenti necessari, le imprese avranno bisogno di visibilità», sottolinea Cécile Arbouille, delegata generale del Gruppo degli industriali francesi dell’energia nucleare. La filiera francese, che rivendica 220000 impieghi diretti e indiretti, ritiene che una nuova coppia di reattori potrà rappresentare 10000 assunzioni in più. Arbouille spera di attrarre «le giuste competenze al momento opportuno», in un paese in cui, guardando al complesso delle filiere, mancano per esempio i saldatori.

Quanto costerebbe il rilancio di un programma nucleare e chi lo pagherebbe? A Flamanville, i costi hanno preso il volo: dai 3,3 miliardi di euro previsti nel 2007, il conto totale potrebbe arrivare a 19,1 miliardi di euro nel 2023 (di cui 12,4 miliardi di costi di costruzione), secondo la Corte dei Conti. Davanti a tutto ciò, EDF assicura che il lancio di sei EPR permetterebbe di abbattere i costi, grazie alla produzione in serie. Il gestore attribuisce oggi un costo di 46 miliardi di euro per la costruzione di tre nuove coppie di reattori, mentre i ministeri della transizione ecologica e dell’economia prevedono già dei costi più alti, tra i 52 e i 64 miliardi di euro, secondo un documento di lavoro rivelato da Contexte. Le modalità esatte del finanziamento non sono state ancora definite, punto non indifferente per EDF (di cui lo Stato detiene la maggioranza delle quote), già fortemente indebitata. Gli sfruttamenti di nuovi reattori avrebbero bisogno di un coinvolgimento significativo dei poteri pubblici, per esempio sotto forma di garanzie di prestito. «Il costo di produzione di elettricità dipenderanno molto dallo schema finanziario, un po’ come se fosse un’auto per cui si paga una rata mensile», spiega Valérie Faudon, delegata generale della Società Francese per l’Energia Nucleare. «Tutto dipenderà dal tasso a cui è stato concesso il prestito». Lo Stato raccoglie in effetti denaro sul mercato a tassi molto inferiori degli attori privati.

Nel suo rapporto del 25 ottobre, RTE stima, basandosi su un’ipotesi di tassi per il finanziamento molto convenienti (4%), che costruire dei nuovi reattori è “sensato da un punto di vista economico”. Malgrado dei “costi lordi di produzione delle nuove centrali nucleari (…) in media più elevati di quelli associati ai grandi parchi di produzione delle energie rinnovabili”, e malgrado le somme necessarie al raccoglimento e allo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, nonché allo smantellamento futuro dei siti, gli scenari più nuclearizzati «possono portare, sul lungo termine, a dei costi più bassi per la collettività di uno scenario 100% rinnovabili». Per il sistema elettrico, il metodo di calcolo utilizzato da RTE è quello dei “costi completi annualizzati.” A causa del loro carattere intermittente, le energie rinnovabili come l’eolico o il solare hanno bisogno di una maggiore capacità di trasporto e di flessibilità (deposito, controllo della domanda e nuove centrali di supporto).

La conclusione di RTE non convince gli oppositori del nucleare, che sottolineano l’abbassamento molto forte dei costi del solare e dell’eolico osservata in questi ultimi anni. «Se mettiamo in conto l’incertezza legata alle ipotesi [su cui si è basata RTE], i diversi scenari mettono in mostra uguali ordini di grandezza in fatto di costi: non c’è veramente alcun vantaggio economico nel nucleare», sostiene Greenpeace. Secondo lo studio di RTE, lo scenario del mix elettrico meno costoso entro il 2060 (e anche il più nuclearizzato) costerebbe 59 miliardi di euro all’anno, contro gli 80 miliardi per lo scenario più oneroso, che non conta sull’apertura di nuove centrali nucleari.

Il nuovo nucleare che garanzie ci dà in termini di sicurezza? Nel suo bilancio annuale 2020 sullo stato delle installazioni del parco, Bernard Doroszczuk ritiene che la sicurezza sia “nel complesso migliorata” nel 2020, pur ponendo l’accento sulla persistenza di “punti su cui occorre attenzione.” I futuri EPR2, se mai vedranno il giorno, saranno più sicuri o no dei reattori attuali? L’ente nazionale per la vigilanza sul nucleare francese (GSAM), ha dato il suo assenso, nel 2019, alle “opzioni per la sicurezza” proposte da EDF per queste future installazioni, che dovrebbero garantire lo stesso livello di sicurezza dell’EPR di Flamanville. «Il vero lavoro da fare in materia di sicurezza riguarda i reattori detti di seconda generazione, attualmente attivi in Francia e la cui concezione risale agli anni ’70, e la terza generazione, di cui fanno parte Flamanville 3 e gli EPR2», precisa Julien Collet, direttore generale aggiunto dell’ASN. La terza generazione, in particolare, mette in conto, a partire dalla sua concezione, il rischio di un incidente con fusione del nocciolo, nonché quello di eventi esterni, come terremoti o inondazioni dal carattere estremo.

Malgrado questi progressi, gli oppositori ricordano che la Francia non sarà mai totalmente al riparo da un incidente e citano le catastrofi di Chernobyl (1986) e Fukushima, a seguito di uno tsunami (2011). Le conseguenze per le popolazioni e per l’ambiente possono essere enormi. Essi ritengono anche che il sistema di controllo della sicurezza, che si basa in particolare sul principio della notifica di malfunzionamenti da parte di EDF, non sia sufficiente.

Saremo in grado di gestire i rifiuti e smantellare le installazioni? Oltre al rischio di incidenti e all’impatto ambientale, la gestione dei rifiuti è il tema che preoccupa la maggior parte degli oppositori del nucleare. Alla fine del 2019, l’Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi immagazzinava 1,67 milioni di metri cubi di rifiuti radioattivi. I più pericolosi non ne rappresentano che una piccola quota: il 3% di essi concentra più del 99% della radioattività – resteranno radioattivi ancora per centinaia di migliaia di anni. Attualmente depositati nelle installazioni di Orano à La Hague (Manica), potranno sulla lunga distanza essere interrati sotto 500 metri di argilla à Bure, nella Mosa. Il progetto di un Centro Industrale di stoccaggio geologico (Cigéo), ancora fortemente contestato, è in attesa del riconoscimento di una sua utilità pubblica, che potrebbe avvenire nelle prossime settimane. A livello mondiale, nessun sito di stoccaggio definitivo di questi rifiuti ad alta attività è ancora stato messo in servizio, ad eccezione di un’installazione pilota negli Stati Uniti per dei rifiuti provenienti da programmi militari.

Al di là del Cigéo, l’ASN ha moltiplicato gli allarmi sul rischio che di “filiere di gestione sicure” non sentiremo parlare che tra i quindici o i vent’anni a venire per gli altri tipi di rifiuti, a causa della lentezza del decisore politico. A La Hague, le vasche dove sono depositati i combustibili esausti saranno saturi entro il 2030. Lo stesso vale per l’installazione che ospita i rifiuti debolmente radioattivi a Morvilliers (Aube), mentre per altri prodotti, come i materiali stipati nel cemento, non c’è nessuna soluzione di deposito a tempo indeterminato.

I sostenitori del nucleare sostengono, dal canto loro, che la filiera ha dato prova, da quarant’anni, della sua capacità di gestire i rifiuti che produce senza ripercussioni su salute o ambiente. “I rifiuti più pericolosi sono in quantità molto ridotta rispetto al servizio che ci rendono”, insiste Myrto Tripathi, presidentessa dell’associazione Voix du Nucléaire [Voce del Nucleare ndt], “e Cigéo è una soluzione per gestirli.” Per quanto riguarda lo smantellamento, nove reattori di quattro tecnologie differenti sono attualmente “in corso di decostruzione in Francia”, secondo EDF. Il più vecchio si trova a Chinon (reattore a grafite-gas) e il suo arresto risale al… 1973. La decostruzione dei reattori di seconda generazione (ad acqua pressurizzata), che costituiscono la maggioranza del parco complessivo, costerebbe, secondo il gestore, tra “350 e 400 milioni di euro” per unità. Oltre a quelli di Fessenheim (Alto Reno) nel 2020, solamente due reattori di questa categoria sono già stati fermati sul sito di Chooz (Ardenne): la fine del loro smantellamento è prevista per il 2024, cioè trentatré anni dopo il loro arresto. In futuro, EDF spera di riuscire a contenere le prossime decostruzioni entro una quindicina di anni di lavori.

In cosa il nucleare è garanzia di indipendenza? Fin dall’inizio, l’investimento sul nucleare si è basato sull’idea di una certa sovranità della Francia. Nel marzo del 1974, meno di un anno dopo lo shock petrolifero, il piano Messmer, dal nome dell’allora Primo Ministro, aveva un obiettivo: fare a meno delle importazioni di idrocarburi per la produzione nazionale dell’elettricità, a partire dalle centrali ripartite nel paese. Ancora oggi, mentre il consumo di energia si basa in Francia principalmente su importazioni di energie fossili, i sostenitori del nucleare sottolineano l’interesse di una fonte di energia prodotta sul territorio.

In parte grazie all’atomo, la Francia produce sul suo suolo poco più della metà dell’energia che consuma (54,6% nel 2019). Tuttavia, questa percentuale si abbasserebbe significativamente se l’Agenzia internazionale dell’Energia e Eurostat prendessero in considerazione l’origine dei minerali necessari alla combustione nucleare. Il paese importa circa 8000 tonnellate di uranio naturale all’anno, in particolare dal Kazakistan, dal Canada e dal Niger. “La geopolitica dell’uranio non ha niente a che fare con quella delle energie fossili. La distribuzione dell’uranio è più omogenea sulla terra e si immagazzina molto facilmente per molti anni”, precisa Michel Berthélemy, economista all’Agenzia per l’energia nucleare, all’interno dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Essendo questo minerale presente in diversi paesi e in tutti i continenti, i rischi di dipendenza da un paese o dall’altro sono minori. “L’uranio rappresenta circa il 5% del costo globale di produzione dell’energia”, sostiene il gruppo Orano, specializzato nella filiera dei combustibili, a dimostrazione del fatto che le alterne vicende dell’uranio non modificherebbero il costo totale se non in maniera marginale.

È possibile un dibattito democratico? Dopo l’annuncio del presidente sulla costruzione di nuovi reattori, i detrattori del nucleare hanno denunciato une decisione “antidemocratica” e “unilaterale”. «Se si fosse espresso in quanto candidato alle presidenziali, Emmanuel Macron avrebbe avuto ogni legittimità a pronunciarsi in favore di un rilancio del nucleare», ha per esempio replicato France Nature Environnement [Francia, Natura e Ambiente ndt]. «Il problema è che lo ha fatto in quanto Presidente. I cittadini e le cittadine meritano di disporre dell’avvenire energetico e decarbonizzato della Francia, attraverso un dibattito democratico vero e ricco.» «Non è imponendo delle decisioni dall’Eliseo che si riuscirà nella nostra transizione ecologica» ha anche dichiarato Greenpeace.

Di fatto, la costruzione – o meno – di nuovi reattori non sarà messa in opera che durante il prossimo quinquennato, in funzione del candidato che sarà stato eletto. Con questo annuncio, Emmanuel Macron ha in effetti chiarito la sua posizione nel quadro delle campagne presidenziali. «Almeno le sue intenzioni sono chiare», afferma Nicolas Goldberg, analista dell’energia presso lo studio Colombus Consulting. «E ci saranno necessariamente dei dibattiti in Parlamento, nel quadro di un progetto di legge di bilancio per quel che riguarda il finanziamento, i regolamenti da applicare, per l’aggiornamento della programmazione pluriennale dell’energia…», documento, quest’ultimo, che costituisce la tabella di marcia dell’energia in Francia e che deve essere rivisto da qui al 2023. Nel Parlamento, una quindicina di deputati ha depositato a metà ottobre una proposta di legge per rinforzare i poteri del Parlemento sulla strategia nucleare, istituendo diverse misure di trasparenza perché gli eletti possano pronunciarsi «in modo chiaro sulle scelte che coinvolgono l’avvenire di un’intera nazione». I cittadini potrebbero essere consultati per quanto riguarda la scelta dei siti presi in considerazione per installare nuovi reattori, se la loro costruzione venisse effettivamente lanciata.

A che punto siamo nella ricerca sul nucleare? A fine agosto 2019, il Commissariato per l’energia atomica e le energie alternative (CEA) decise di abbandonare un progetto di ricerca su di un nuovo tipo di reattore nucleare, detto di quarta generazione, Astrid. «Astrid era il programma faro della ricerca nucleare francese. L’industria nucleare francese non dispone più oggi di progetti compatibili di lungo termine, che permettano ai ricercatori di confrontare e validare le nuove opzioni tecnologiche», riassume un rapporto dell’ufficio parlamentare di valutazione delle scelte scientifiche e tecnologiche dell’8 luglio (Opecst), che lamenta “il rischio di perdere le conquiste di settant’anni di ricerca”. Dei sei concetti di quarta generazione, esplorati da Stati Uniti, Russia, Cina o India, la Francia non conserva delle competenze che su due di essi. La famiglia Astrid, detta dei reattori a neutroni rapidi raffreddati al sodio, e quella detta dei sali fusi, in cui il combustibile è liquido, mescolato a dei sali che servono anche per lo scambio termico. Queste due tecnologie consumano meglio l’uranio e possono anche “bruciare” il plutonio o altri elementi, permettendo di ridurre le scorie da trattare e di limitare i rischi di dipendenza dall’uranio.

Un’altra via della ricerca viene battuta senza alcun progetto pilota in Francia, quella dei reattori controllati da acceleratori di particelle, per trasmutare la materia, cioè trasformare elementi radioattivi in elementi dalla vita più breve o meno attivi. Da ottobre, il piano di investimenti ‘Francia 2030’ ha acceso i riflettori sui “piccoli reattori modulari”, di potenza inferiore e che non implicano una rivoluzione tecnologica. Il progetto Nuward, in particolare tra EDF e il CEA, deve confluire su un prototipo dimostrativo verso il 2035. Il tutto sembra però destinato principalmente all’esportazione. Per finire, il progetto più concreto nell’ambito della ricerca sul nucleare è il reattore internazionale ITER, in corso di costruzione alle Bocche del Rodano, il cui fine è di mostrare la capacità di generare energia attraverso la fusione nucleare, piuttosto che per fissione, il principio che ad oggi anima tutti i reattori in attività.

Articolo a cura di David Larousserie, Perrine Mouterde e Adrien Pécout, Le Monde, edizione di venerdì 19 novembre 2021

Traduzione a cura di Antonio Somma

- Advertisement -spot_img

Talk For

F&NEWS