giovedì, 21 Ottobre 2021

Rifiuti nucleari – Il dibattito sul deposito nazionale

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Francesca Santoro
Classe '95. Cultrice di linguistica generale, scrittrice in erba, lettrice appassionata. Ama i bei film e le serie tv, ma non più del suo gatto. Teinomane convinta.

Prosegue il ciclo di TalkForEnergy organizzati dalla Fondazione Ottimisti&Razionali con l’appuntamento del 15 settembre, in partnership con Fincantieri Infrastructure. Il talk, dal titolo “Rifiuti nucleari – Il dibattito sul deposito nazionale”, risulta quanto mai attuale. Continua infatti il Seminario Nazionale proposto dalla Sogin, prima occasione di confronto e discussione per quanto riguarda la scelta del sito di costruzione del Deposito Nazionale e Parco tecnologico, al fine di smaltire e gestire i rifiuti radioattivi prodotti e in produzione. Ne abbiamo discusso insieme a Gianluca Comin, Jacopo Giliberto, Umberto Minopoli, Chicco Testa e Giuseppe Zollino, con la moderazione di Claudio Velardi.

Quali sono i nostri rifiuti nucleari?

La prima evidenza per Umberto Minopoli, Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare, è il ritardo della discussione e, chiaramente, della costruzione del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico. Già ai tempi in cui erano attive le centrali nucleari, e parliamo degli anni Cinquanta e Sessanta, l’Italia avrebbe dovuto dotarsi di una modalità di sistemazione dei rifiuti, dal momento che lo smaltimento e lo stoccaggio sono le fasi finali del ciclo di ideazione di un processo nucleare. Ma non si tratta di solo di rifiuti appartenenti al nostro passato di centrali nucleari; infatti, abbiamo «96mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di cui circa il 60% sono derivanti da processi energetici – smantellamento di vecchie centrali nucleari e di vecchi stabilimenti legati al ciclo del nucleare energetico -, ma il 40% sono costituiti da rifiuti che provengono da altre attività, in particolare dall’attività medicale». Attualmente questi rifiuti radioattivi sono in depositi provvisori e inadeguati. Minopoli ha sottolineato come sia errata la correlazione fra necessità di costruzione del Deposito ed una eventuale discussione del tutto teorica sul ritorno del nucleare in Italia: in primo luogo, siamo l’unico paese a non avere ancora questa infrastruttura; in secondo luogo, il deposito va costruito sulla base di una quantità esatta di rifiuti, che si sono prodotti e che sono in produzione anche per attività legate alla medicina, all’industria e all’agricoltura. Attualmente la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee indica appunto le aree potenzialmente adatte e che rispettano i criteri stabiliti, ma al termine del dibattito – in seguito al confronto fra i vari stakeholder – e di ulteriori valutazioni, sarà redatto un documento definitivo, che presenti i siti idonei a ospitare il deposito. Siamo solo all’inizio di un dibattito che procederà ancora per diversi anni, poiché all’approvazione della carta seguiranno iniziative, conferenze, volte ad analizzare in dettaglio il territorio e le sue caratteristiche. Minopoli ha ricordato casi in Europa e in Giappone in cui c’è stata grande competizione per accogliere depositi analoghi, e non è escluso che in Italia si verifichi lo stesso, in futuro, in seguito all’avanzamento del dibattito.  

Il Deposito come opportunità

Il dibattito in corso ha dimensioni e durata senza precedenti, ha sottolineato in prima battuta Gianluca Comin, Presidente della Comin & Partners. Con l’ottima moderazione di Iolanda Romano, il dibattito, organizzato e strutturato in modo efficiente, riguarda in questa prima fase le modalità della realizzazione del Deposito. Ci sono state delle dichiarazioni favorevole da organizzazioni ambientaliste quali WWF e Legambiente, che si rendono conto della necessità dell’opera. Il Deposito non rappresenta soltanto un luogo di stoccaggio, ma è «anche un parco tecnologico, forse una delle più grandi occasioni che ha il nostro Paese per riportare i cervelli dall’estero, i nostri fisici, più apprezzati all’estero che in Italia – come ha scritto giustamente Jacopo Giliberto; e costituire così un nucleo di ricerca e di valutazione e di approfondimento delle tematiche relative all’energia nucleare che in nuce c’è nel nostro Paese».

Comin ha ricordato che l’impianto non ha alcun rischio, e in merito è necessaria una campagna informativa di cui il dibattito della Sogin rappresenta solo il principio, soprattutto nelle regioni identificate come idonee ad ospitare il sito. Un modello da tenere presente è quello francese, che per la costruzione di un deposito analogo ha svolto una campagna di informazione per descriverne i vantaggi economici, di attrazione di cervelli e imprese, centri di ricerca, che ha portato ad un largo consenso nel paese ospite, dopo un’iniziale percentuale contraria dell’85%. Il dibattito sul Deposito può rivelarsi un’occasione per sperimentare una comunicazione professionale ed esperta, che veda il confronto con i cittadini uno dei passaggi fondamentali, per riceverne anche stimoli e suggerimenti.

Un impianto senza rischi

Anche Giuseppe Zollino, docente di Tecnica ed Economia dell’Energia all’Università di Padova ha guardato all’innovazione della procedura, prevista da un decreto legislativo del 2010 nel quale si prendeva in considerazione anche un percorso di individuazione delle aree idonee per le centrali nucleari. Ad oggi, è rimasta la parte relativa al Deposito che, ha ricordato Zollino, è un deposito definitivo, quindi di smaltimento, per i rifiuti a molto bassa e bassa attività; per gli altri rifiuti è solo un deposito temporaneo, di stoccaggio. Nei paesi OCSE ci sono più di cento depositi del genere, e in Norvegia è in esercizio il secondo, pur non essendoci una storia di centrali nucleari. L’Italia fa ampio uso delle proprietà della radioattività per moltissimi settori, soprattutto quello medicale: non si fa riferimento solo ai radiofarmaci, ma anche ai materiali dei macchinari che producono i radiofarmaci. Le caratteristiche del deposito sarebbero identiche anche se non ci fossero state, nella storia italiana, delle centrali nucleari. Zollino sottolinea la validità e l’efficienza della carta di Sogin, pronta dal 2015 ma pubblicata solo nel 2021, che presenta la lista dei criteri individuati correttamente sulla base delle esperienze internazionali. Il dibattito che ne è derivato difficilmente porterà ad una “lotta” per contendersi il Deposito, «ma il dibattito stesso è uno strumento per aumentare almeno la conoscenza degli argomenti: il Deposito non costituisce alcun rischio». I piccoli svantaggi (quali, ad esempio, la limitazione d’uso delle aree limitrofe al Deposito) saranno controbilanciati dall’indotto che il Deposito comporta. Per Zollino bisogna puntare sulla trasparenza, sulla corretta informazione, e chiarire che «il Deposito è un oggetto inerte, poiché i rifiuti radioattivi decadono nel tempo, e dopo che saranno stati in quel deposito 150/200 anni, rimarrà un blocco di cemento rinforzato da molto metallo privo di radioattività» e soprattutto privo di rischio di fuoriuscita di radiazioni.

Un dialogo aperto e costruttivo

Anche per Jacopo Giliberto, giornalista de “Il Sole 24 Ore”, rendere attrattivo l’impianto non sarà una impresa facile: una strada percorribile potrebbe essere quella della compensazione. In piccole realtà gli incentivi potrebbero portare a enormi benefici, come è accaduto a Caorso, sede della più grande centrale nucleare d’Italia.

È fondamentale, nel dibattito, l’apertura al dialogo e all’informazione. Chicco Testa, Presidente di Fise Assoambiente, ha notato l’impossibilità di raggiungere il consenso unanime nel corso del dibattito, e sarà necessario quindi affidarsi a un principio di maggioranza – mettendo da parte, auspicabilmente, polemiche e contrasti superflui, mantenendo uno spirito sì critico, ma non chiuso, come è già stato fatto da parte del mondo ambientalista, come ricordava Gianluca Comin.

Siamo solo agli inizi del dibattito sul Deposito Nazionale, ma le premesse sono interessanti e positive.

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