giovedì, 21 Ottobre 2021

Spettacolarità e Giustizia: un report

Da non perdere

commento TAR Lazio – Roma – sez. III – sentenza del 18 giugno 2021 – n. 7333

Se indubbiamente esiste una spettacolarizzazione della Giustizia, pari attenzione non può che riservarsi alla spettacolarità delle inchieste televisive, sfocianti poi – come nel caso in esame – in una pronuncia del giudice amministrativo capitolino cui una parte, che si assume lesa da una trasmissione del noto format “Report”, ha chiesto (ed in parte ottenuto) l’ostensione di atti e documenti afferenti alla predetta indagine.

Tralasciando il merito delle questioni, sono importanti alcuni punti, salienti, che la sentenza propone.

Processualmente le parti hanno dibattuto sulla legittimazione alla richiesta; se la RAI possa essere ricompreso fra i soggetti tenuti all’accessibilità dei suoi dati; se, quanto oggetto dell’inchiesta, possa o meno, essere coperto dal segreto giornalistico.

A tali molteplici problematiche, il Tribunale amministrativo ha (ordinatamente) risposto ribadendo la distinzione fra accesso civico ex DL. nr. 33/2013 (modificato ex DL. n. 97/16) e accesso documentale ex L. n. 241/1990 ed affermando che la RAI integra «una delle ipotesi, contemplate in via normativa, di esclusione sul piano soggettivo dall’ambito di operatività della figura dell’accesso civico».

Differente la posizione della RAI rispetto all’accesso documentale di cui alla L. n. 241/1990: la Rai – affermano i giudici amministrativi – è assoggettata all’accesso ex artt. 22 e seg. L. n. 241/1990 «in forza del riferimento normativo anche ai “gestori di pubblici servizi” in quanto tale ente, pur nella sua veste formalmente  privatistica di spa e pur agendo mediante atti di diritto privato, osserva indubbiamente significativi elementi di natura pubblicistica», sicché, dopo aver elencato altri indici rilevanti, si sentenzia che «non è revocabile in dubbio la sua riconducibilità [della RAI] di pieno diritto all’ambito di applicazione della normativa sul diritto di accesso, entro i limitati confini delimitati dall’art. 23 della Legge n. 241..».

Accertata la estensibilità ex art. 23 della legge n. 241/1990, il Tribunale amministrativo ha riconosciuto in modo pieno la legittimazione della parte ricorrente alla ostensione, atteso il diretto collegamento fra il danno che la parte ritiene di aver subito e la possibilità difensiva che scaturisce dalla conoscenza degli atti de quibus.

La sentenza quindi sancisce il diritto dell’interessato alla accessibilità delle «richieste informative rivolte in via scritta dalla redazione del programma ad enti di natura pubblica in merito all’eventuale conferimento di incarichi ovvero di consulenze in favore di parte ricorrente, unitamente ai riscontri forniti dai suddetti enti, in quanto rientranti nel novero dei documenti e degli atti formati ovvero detenuti da una pubblica amministrazione o da un privato gestore di un pubblico servizio»: atti, in sintesi, strumentali alla trasmissione.

Vale richiamare il punto nella sua testualità perché – a parere di chi scrive – lascia fugacemente irrisolto o comunque in ombra uno dei quesiti di maggior spessore costituito dal bilanciamento fra il diritto all’accessibilità dei dati che si basa sulla pubblicità e trasparenza quali valori fondanti e precipui dell’assetto democratico ed il valore – almeno di pari grado, se non di caratura maggiore – che è quello che l’Opinione pubblica (“la sfera pubblica”) sia posta a conoscenza di quanto avviene nelle Istituzioni ed in tutti i luoghi rilevanti della comunità sociale.

Conclude il TAR: «La delimitazione in siffatti termini della documentazione ostensibile, coinvolgendo l’interlocuzione intercorsa con soggetti di natura pubblica, rende priva di rilievo nel caso concreto la prospettazione difensiva articolata dalla Società resistente circa la prevalenza che dovrebbe riconoscersi al segreto giornalistico sulle “fonti” informative per sostenere l’esclusione ovvero la limitazione dell’accesso nel caso di specie».

A prima lettura, per contro, la conclusione non soddisfa.

Non è certo, infatti, anche rispetto ad una “fonte” giornalistica di natura pubblica, che l’assenza di qualsivoglia protezione non possa dirsi inutile, rispetto all’apicale bene della circolazione critica dei dati.

Riscontrano tali asserzioni le varie norme che, in diversi ambiti ordinamentali, proteggono e premiano chi riferisce nozioni di elevato valore civile.

Articolo a cura di Diotima Pagano

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