martedì, 29 Novembre 2022

Le proteste in Iran viste dall’interno: intervista a Fariborz Kamkari

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'advertising. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Fariborz Kamkari è un regista e sceneggiatore iraniano di origine curda, attivo in Italia.

Tra le sue opere, il film drammatico I fiori di Kirkuk (2010), che racconta il genocidio curdo voluto dal regime di Saddam Hussein alla fine degli anni ‘80, e il documentario Essere curdo (Kurdbun), in questo momento al cinema, che testimonia la quotidiana lotta del popolo curdo contro l’oppressione dell’esercito turco.

  1. Quali sono i punti salienti della storia del Paese dal punto di vista della partecipazione femminile alla vita politica, sociale, economica?

In Iran c’è stata una rivoluzione costituzionale nel 1906, la più antica in Asia. Il risultato più importante ottenuto è stato togliere il sistema giudiziario dalle mani della Chiesa e dare libertà alle donne.

Fariborz Kamkari

Cinquant’anni dopo, nel 1979, c’è stata un’altra rivoluzione, riconosciuta come la Rivoluzione Islamica, a seguito della quale il governo fondamentalista ha nuovamente assegnato il controllo della giustizia alla Chiesa e privato di ogni diritto le donne (che non avrebbero più potuto avere qualsiasi impatto politico, sociale e culturale all’interno della società). Questo passaggio è stato fatto in modo molto duro e violento. Il governo fondamentalista, inoltre, è stato finanziatore di tutti i movimenti radicalisti, dal 1979 in poi, il cui scopo era tornare all’origine di uno Stato Islamico.

Il regime, tuttavia, non è riuscito a realizzare tutti i suoi sogni, perché le donne avevano già vissuto la loro libertà e avuto un ruolo importante nella società iraniana, al contrario di tante altre società in Medio Oriente. Oltretutto, in Iran, c’è una grandissima popolazione giovanile: più dell’86% della popolazione ha meno di 40 anni. Questi giovani non hanno mai partecipato alla costruzione dello Stato Islamico e si ritrovano un sistema completamente fallimentare: l’economia non funziona, c’è grande corruzione, i diritti delle donne e delle minoranze etniche e religiose vengono calpestati sistematicamente. È un sistema che si chiama patria potestà, che conferisce al capo supremo il diritto di esercitare la sua volontà su qualsiasi cittadino.

In questi 40 anni, il regime però ha sempre eliminato qualsiasi volontà di cambiamento, di resistenza (movimenti degli studenti, delle donne, etc.) e qualsiasi partito politico.

Finalmente, durante quest’ultima ribellione da parte del popolo, le donne sono riuscite, con uno slogan semplice ma efficace “donna, vita, libertà”, coniato dal popolo curdo, a creare un ombrello sotto il quale si identificano tutte le classi sociali, le etnie e le religioni che vivono nel Paese. E così, unificando tutte le forze e grazie alla forza di volontà delle donne, questo movimento di protesta è diventato una grande forza rivoluzionaria. La particolarità di questa protesta è che viene dal basso: è stato il popolo a scendere per la strada e chiedere il cambiamento.

Avrete visto le donne che bruciano il velo in questi giorni. Il velo in Iran è un simbolo, è la bandiera del regime. Tutta la sua identità viene identificata in questo simbolo; bruciare il velo è come bruciare l’esistenza di questo sistema.

  1. Perché proprio questo evento specifico, la morte di Mahsa Amini, ha sollevato il polverone?

La situazione era già esplosiva e molto difficile. L’economia stava crollando, distrutta dalle sanzioni, abbiamo un’inflazione al 45%, l’ingiustizia è spaventosa, la differenza tra ricchi e poveri si è moltiplicata per 140.

La morte di Mahsa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Anche secondo i canoni del regime lei era innocente e la vicenda per questo ha colpito tutto il Paese. Una protesta che nasce da un evento simile è più forte; lo slogan della gente per strada non è uno slogan per l’economia, ma per la libertà.

E poi questa protesta nasce come tale ma diventa una vera e propria rivoluzione: ormai diffusa in tutto il Paese, tra tutte le classi sociali, e con una richiesta molto precisa: l’eliminazione del sistema politico.

  1. Come sta agendo il governo iraniano?

Come sempre, il governo iraniano sta agendo con grande brutalità. Il regime in questi anni è sempre riuscito a disinnescare qualsiasi rivolta, separando i gruppi sociali. Ma questa volta non riesce: è una protesta iniziata nelle piccole città, poi diffusa anche nelle grandi città, compresa Teheran (17 milioni di abitanti), e infine addirittura nelle città e quartieri religiosi che storicamente erano sostenitori del regime. Anche moltissimi studenti, da anni immobilizzati, sono scesi in strada, dai licei, dalle scuole medie ed elementari.

Il regime non ha la forza per eliminare queste persone, sono troppe, e cerca di spaventarle, aumentando la violenza. In questi giorni, è arrivato ad attaccare le scuole e uccidere ragazzi giovanissimi. È una brutalità frutto della sua frustrazione e incapacità di gestire la situazione.

  1. È possibile che la società civile iraniana riesca, in un dato momento, a rovesciare il regime degli Ayatollah?

Questo per forza accadrà, perché c’è tanta rabbia, tanta frustrazione e senso di impotenza da parte della società. L’86% della popolazione non sostiene il regime, abbiamo un sistema politico che perseguita le donne, le minoranze, una situazione economica e politica precaria, uno Stato molto corrotto, e che non ha nessun senso di difesa della natura (i due laghi più grandi dell’Iran sono stati prosciugati). È diventata una situazione che il popolo non è più disposto ad accettare.

Quindi direi che la fine del regime è inevitabile; non so quanto si prolungherà questa situazione, sicuramente sarà lunga e dolorosa, ma se siamo già alla quinta settimana di rivoluzione, non penso che si fermerà.

  1. Che tipo di ruolo sta giocando la comunità internazionale? Dovrebbe fare di più?

Assolutamente, è molto importante che la comunità internazionale faccia di più.

Il regime cerca di eliminare la rivoluzione in modo brutale, usando armi letali. Ci sono stati 2000 morti in 5 settimane. Nel 2011, in Siria, 2000 persone sono state uccise in 2 mesi e l’ONU aveva dichiarato di voler mandare a casa il governo. In Iran, siamo arrivati alla stessa cifra in sole 5 settimane.

Il regime vuole fare tutto questo con conseguenze minime a livello internazionale; il fatto che stia arrestando turisti stranieri è indicativo della sua volontà di usarli come elementi di ricatto. Li prendono in ostaggio, accusandoli di essere coinvolti in complotti contro il regime, inducendo così l’Europa, ad esempio, a non reagire.

Ma non si può accettare questo ricatto, bisogna condannare, levare qualsiasi risorsa che il regime riceve dall’estero. I soldi che il regime guadagna con il petrolio non vengono usati per il bene del popolo, ma per armare la polizia e mantenere uno stato dittatoriale.

  1. Quali sono le differenze tra l’Iran e gli altri Paesi del Medio Oriente in merito alla partecipazione femminile alla vita politica, sociale ed economica?

Quando si parla di modernità in Medio Oriente, si parla di popolo curdo. Anche se considerata e trattata come una minoranza, è il popolo diviso più grande del mondo (50/60 milioni di persone, divise in 5 paesi). Questa “minoranza” non ha altra scelta che lottare per la democrazia, perché solo tramite la democrazia riuscirà a ottenere i suoi diritti fondamentali.

Nei Paesi mediorientali, in particolare in Turchia, Iran, Iraq e Siria, c’è questo movimento storicamente potente, molto radicato nella popolazione, che è il motore del cambiamento verso la democrazia. Lo slogan “donna, vita, libertà”, come accennavo prima, viene dall’esperienza della società curda.

Poi, l’Iran, al contrario degli altri paesi mediorientali, ha una storia centenaria di democrazia.

Terzo elemento fondamentale, che dà speranza: questo movimento di protesta parte dal basso: non c’è una élite, non ci sono partiti (tutto distrutto dal regime ormai). La protesta nasce da una volontà popolare. Anche per questo il regime fa fatica, perché non esiste la testa di questo movimento. E questo ci fa capire che è arrivato il momento: il popolo ha sviluppato una consapevolezza, una conoscenza che lo porterà verso il futuro.

  1. Come valuti la chiusura degli Stati Uniti rispetto al regime iraniano? Un atteggiamento diverso potrebbe giovare in qualche modo alla società civile iraniana?

La società civile iraniana ha bisogno di un sostegno morale, non solo da parte degli Stati Uniti ma anche dall’Europa e da tutto il mondo. Ricordiamoci che l’indifferenza internazionale incoraggia la brutalità del regime, e quindi in qualche modo l’indifferenza è complicità.

Il mondo deve agire, deve condannare e impedire al regime di fare affari.

Per quanto riguarda l’intervento degli Stati Uniti, nessuno lo chiede perché sono sempre stati più dannosi che utili. È una lunga storia quella del percorso del popolo iraniano verso la democrazia e gli americani sono sempre stati un ostacolo, mai un aiuto.

La prima rivoluzione iraniana, nel 1906, è stata fermata da un colpo di Stato da parte degli inglesi. La seconda, nel 1953, da un colpo di Stato da parte della CIA. Durante la rivoluzione del 1979, gli americani si sono alleati con il regime, hanno aiutato Khomeini a prendere il potere, pensando così di impedire che lo facessero i comunisti, come era successo in Afghanistan.

Anche in questi 40 anni, quando gli Stati Uniti potevano aiutare a favore della democrazia in Iran, non lo hanno fatto, e spesso adottando politiche contrarie.

L’ultimo episodio è stato recente, nel 2009: in Iran era in corso la “rivoluzione verde”, una grande rivoluzione con la quale il popolo chiedeva le dimissioni del Presidente Ahmadinejad; ma il governo di Obama ha sostenuto il regime. Tra l’altro, pochi giorni fa, proprio Obama ha confessato che è stata una politica sbagliata la sua.

Quindi, negli anni, il regime ha preso questi come “via libera” per fare quello che voleva. Perché aveva la garanzia che il mondo non avrebbe reagito.

Oggi, abbiamo la responsabilità di impedire che accada una cosa del genere. Se l’Occidente non interviene, almeno che non resti indifferente.

  1. Ti chiedo un’ultima opinione flash. Ci potrà mai essere, secondo te, uno stato curdo?

Il popolo curdo è il popolo senza uno Stato più grande del mondo. Nel 1923, il Kurdistan è stato diviso e oggi, come qualsiasi altro popolo, ha il diritto di avere il suo Stato e la sua dignità.

L’indipendenza è sicuramente il sogno di ogni curdo, proprio per la storia che hanno vissuto. Ma in realtà il popolo curdo sta lottando in primis per vivere in una società democratica e per poter esercitare i suoi diritti.

Ad esempio, in Svizzera vivono 3 etnie che parlano 3 lingue diverse; nessuno desidera l’indipendenza perché sanno bene che insieme si è più forti, si vive meglio. Ma c’è quell’elemento che unisce, che è la democrazia. Il problema dei paesi in cui il popolo curdo è diviso è la mancanza di democrazia. Poi se decidono di avere un loro Stato, possono farlo. Devono avere il diritto di scegliere.

Io credo che otterranno dei risultati, perché la volontà popolare è una forza. E si stanno muovendo; in Iran, sono il motore della democrazia; in Turchia, i partiti curdi stanno facendo grandi cambiamenti contro lo Stato; in Siria, esiste uno stato laico nella parte curda, dove le donne e le minoranze hanno tutti i diritti.

Questo è anche il motivo per cui tutti i dittatori odiano i curdi, perché dove hanno potuto realizzare uno statuto, la gente vive in pace con rispetto e con dignità. E questo fa paura ai dittatori; non tanto perché sono numerosi, ma perché hanno capito che l’unico modo per avere la loro libertà è rispettare i diritti di tutti.

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