venerdì, 07 Ottobre 2022

Prospettive di Welfare Aziendale: il workshop di FOR

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Roma, 30 ottobre 2018. La vera crescita di un Paese può realizzarsi solo quando l‘intera comunità viaggia nella stessa direzione. Il mondo del welfare è il contesto in cui si gioca la partita più importante e dove lavoratori, imprese e istituzioni convergono per trovare soluzioni che favoriscano la coesione e il benessere collettivo. Temi fondamentali che sono stati affrontati nel workshop “Il welfare aziendale. Realtà e prospettive in Italia” organizzato da FOR, in un intenso dibattito tra Marco Leonardi (Professore ordinario di Economia politica e autore del libro “Le riforme dimezzate”) e Alberto Perfumo (AD di Eudaimon e autore del libro “Il welfare aziendale è una iattura”). A moderare Gianfranco Borghini (Vice-Presidente di FOR).

Il live tweeting dell’incontro

Fin da subito è sembrato chiaro come le prospettive del welfare aziendale siano legate indissolubilmente all’evoluzione storica che il concetto ha subìto fin dagli anni ‘60. Inizialmente tra impresa e sindacati vigeva uno stato di contrapposizione permanente, supportato dall’idea di questi ultimi che lo sviluppo del Paese dipendesse principalmente dall’opera dello Stato. Il lavoro era un “campo di battaglia” in cui gli interessi non potevano che scontrarsi e, dunque, anche il welfare era concepito solo come una misura paternalistica. Al contrario l’esperienza Olivetti, il più grande esempio di un modello di welfare evoluto, è rimasta un unicum anche per l’incapacità del sistema di accedere ad un livello successivo di maggiore collaborazione tra le parti.

Come ha sottolineato Marco Leonardi, oggi le misure di welfare sono contrattate attivamente da imprese e sindacati, ma non sono ancora diffuse a sufficienza su tutto il territorio nazionale. Nel 2018 solo un lavoratore su 5 sceglie i benefit promossi dal welfare invece del contributo di denaro in busta paga. Tale scelta dipende principalmente dalla situazione economica italiana, dove la crescita dei salari è ferma da 20 anni e dove il sommerso continua ad avere un impatto rilevante sul modesto aumento del PIL.  È facile intuire, dunque, che chi ha un basso salario preferisca misure che incrementino, anche solo relativamente, il reddito piuttosto che conquistare facilitazioni su servizi. L’unica soluzione – continua Leonardi – sarebbe quella di individuare misure di welfare più convenienti rispetto al semplice compenso economico. Un esempio? Spingere sulla previdenza sanitaria complementare (valore di 3000 euro) in alternativa ad un premio in busta paga (1000 euro).

L’intervento di Marco Leonardi

Che la questione del welfare sia culturale è anche l’idea di Alberto Perfumo, imprenditore che si confronta quotidianamente con realtà grandi e piccole che concepiscono i benefit come misure di vantaggio economico e fiscale e non come benefici di più ampia portata. La possibilità di utilizzare i benefit per le più svariate attività (tra cui l’abbonamento alla pay tv o allo stadio) secondo l’AD di Eudaimon non fa che rendere più caotico e indistinto l’intero istituto. Ma l’aspetto cruciale è il rapporto inverso che lega il salario dei lavoratori all’utilizzo del welfare aziendale: più si scende nella scala sociale e più ai vantaggi del welfare vengono preferiti gli interventi che impattano direttamente sul reddito. Da questo punto di vista Perfumo crede che il sindacato potrebbe forse essere più attivo nel coinvolgere i propri iscritti ad accedere a tutte le informazioni.

Interviene Alberto Perfumo

Sul ruolo delle organizzazioni di settore si è dunque acceso il dibattito: tra chi ritiene che in questi anni si è assistito ad una disintermediazione positiva tra l’impresa e il lavoratore (Giampiero Castano, Resp. Unità Gestione crisi aziendali MiSE), e chi invece ritiene ancora centrale il ruolo del sindacato in questo processo (Delia Nardone, Resp. Bilateralità CGIL Nazionale).

Oltre alle parti sociali, secondo Andrea Melchiorri (Area Lavoro, Welfare e capitale umano di Confindustria) e Antonello Gisotti (Fondi interprofessionali e formazione continua Fim-CISL) è però importante coinvolgere soprattutto le realtà locali, anche se si tratta di un processo culturale che richiede necessariamente del tempo.

Al di là delle diverse posizioni riscontrate, consenso generale è stato infine espresso sulla necessità che istituzioni, imprese e sindacati lavorino per un obiettivo comune: un cambiamento culturale che porti all’aumento del benessere complessivo attraverso misure di welfare aziendale più convenienti rispetto ad interventi diretti sul reddito.

Un processo che richiede tempo e che necessita di risorse e impegno da parte di tutti i soggetti coinvolti. Perché solo l’alleanza tra i protagonisti del mondo del lavoro può produrre una reale evoluzione economica, sociale ma soprattutto culturale per l’intero sistema Paese.

 

di Jacopo Simonetti

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