martedì, 22 Giugno 2021

Politica e Social Media: davvero niente di meglio di una Card?

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Alessandro Fiorenza
Laurea in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, per un po' ha provato a mettere in pratica, sul suo territorio, le teorie apprese all'Università, ma ha capito presto che ad interessargli, più che la politica attiva, erano analisi e scrittura. Ha pubblicato un saggio sulla crisi dei partiti, si diletta con la narrativa, lavora come comunicatore, e sotto lockdown ha imparato a fare certi spritz che lévati.

Un avversario politico rilascia dichiarazioni controverse? Facciamo una card. Una vicenda giudiziaria conquista i titoli principali dei mass media? Facciamo una card. Accade un fatto drammatico che impatta in modo rilevante sulla pubblica opinione? Scriviamo un breve post con parole di profondo cordoglio ma non dimentichiamoci di fare una card.

L’omologazione della comunicazione politica

A chiunque si occupi di comunicazione, ed in particolare delle strategie e delle tattiche adottate dalla politica per diffondere i propri messaggi sui social media, non sarà sfuggita questa progressiva omologazione delle pratiche di comunicazione politica online. Non c’è Social Media Manager che non si sia sentito rivolgere dal proprio committente queste tre famigerate parole: “facciamo una card“. Così come ormai non c’è partito o singolo esponente della politica che non ricorra ad un’immagine di forma quadrangolare che contiene una foto e un breve virgolettato messo in evidenza. Qualunque sia l’argomento trattato o la polemica del momento. E anzi, soprattutto se si tratta di dover polemizzare con un avversario. Se un tempo, nelle fasi di maggiore tensione sociale, le cronache parlamentari registravano veri e propri confronti fisici tra deputati inferociti, e nelle piazze gli scontri raggiungevano livelli di drammatica durezza, oggi la lotta politica si combatte a micidiali lanci di card.

La card funziona davvero?

Intendiamoci, funziona. Semplifica il messaggio, se ben costruita è di immediato impatto, subito visibile agli utenti, stimola la condivisione del post, e asseconda il traffico social così come prodotto dall’algoritmo. Insomma, genera affluenza sulla pagina del promotore, ed in potenza rappresenta un mezzo di ampia diffusione del proprio messaggio. Ma a ben guardare non è altro che l’ennesimo prodotto di una comunicazione pigra, unidirezionale, che punta a target limitati e circoscritti alla base dei sostenitori, e che in definitiva appare inutile a quello che dovrebbe essere lo scopo finale della comunicazione politica, e cioè generare consenso. È parte integrante di quello che l’elettore medio percepisce come quotidiano teatrino politico, a cui ormai da tempo guarda da molto lontano.

La card, inoltre, porta ad utilizzare i media online come fossero mezzi di comunicazione tradizionale: cos’è quell’immagine, infatti, se non un manifesto politico che invece di essere appeso per le vie della città spunta sullo schermo dello smartphone ogni volta che apriamo l’app di Facebook? E così come nella realtà i manifesti restano sullo sfondo delle nostre attività quotidiane, riuscendo al massimo ad attirare uno sguardo distratto mentre ci passiamo davanti, così anche le card finiscono per confondersi tra loro, e a fare solo da cornice, nella migliore delle ipotesi, alle discussioni online con i nostri amici.

Le potenzialità ignorate dei Social Media

Esiste un altro modo di utilizzare i social media come mezzo di comunicazione politica efficace e di ampia diffusione, e che se applicato con attenzione permetterebbe a chi ne fa uso, nel campo della politica, di distinguersi, e di dare ai propri messaggi maggiore visibilità e diffusione. Un metodo che, piaccia o meno, tra i personaggi pubblici attualmente sulla scena, quello che più di altri sta dimostrando di saper usare a dovere è Federico Lucia in arte Fedez.

Prima obiezione: Fedez non è un politico, ma un personaggio divenuto celebre grazie alla sua attività di musicista e al lavoro in televisione e chi lo segue non lo fa per votarlo. I suoi sostenitori sono fan, non elettori. Vero. Ma il modo in cui Fedez si è costruito la sua fanbase è del tutto irrilevante. Quello che conta, nel nostro ragionamento, è il modo in cui l’artista, qualunque siano le ragioni che lo spingono a sposare determinate battaglie politiche, sfrutta i suoi media per diffondere i propri messaggi. Sarà un caso, ma non usa le card.

Dalla raccolta fondi per l’Ospedale San Raffaele all’inizio della pandemia, passando per la campagna in favore del cosiddetto Ddl Zan fino ad arrivare al fondo istituito per i lavoratori dello spettacolo, tra dirette Instagram e stories nelle quali si riprende con il telefonino guardando dritto in camera, Fedez parla a chi lo ascolta senza filtri, con una comunicazione diretta, non mediata, in grado, anche per modernità di linguaggio, di rivolgersi ad una platea che è molto più ampia della base dei suoi ammiratori. È efficace, entra nel merito delle questioni, e riesce a rivolgersi, affrontando temi che sappiamo essere anche molto divisivi, a categorie demografiche, come quelle delle più giovani generazioni, che i partiti e in generale la politica faticano da sempre a coinvolgere su questioni di interesse generale.

Seconda obiezione: applicare tecniche di comunicazione proprie dei cosiddetti influencer ad esponenti della politica è già stato fatto, con risultati non esattamente stimolanti (e in qualche caso addirittura involontariamente comici).  Anche qui, verissimo. E tuttavia, quello che emerge in modo piuttosto chiaro è che utilizzare i social media per le loro potenzialità, quelle di mezzi di comunicazione che consentono di disintermediare il messaggio e di raggiungere in modo diretto ed efficace i cittadini-elettori, riesce a chi fa “irruzione” sulla scena politica facendo con queste modalità campagne nel merito dei temi. E, abbastanza paradossalmente, non riesce invece alla politica stessa che continua, nonostante tutto, a guardare ai social media come solo un altro dei tradizionali strumenti di propaganda a disposizione.

Magari, potrebbe prendere spunto.

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