martedì, 22 Giugno 2021

Più BES che PIL: gli indicatori di benessere come nuovo modello economico

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Quando, nel 2016, gli indicatori di Benessere Equo e Sostenibile sono entrati nel ciclo di finanza pubblica italiano, noi BES addicted abbiamo esultato, soddisfatti che l’Italia fosse il primo Paese al mondo a riconoscere per legge la necessità di affiancare alle misurazioni economiche, come il Prodotto Interno Lordo, anche quelle connesse al benessere, alla valutazione delle disuguaglianze, alla sostenibilità sociale e ambientale.

Poi, razionalmente, ci siamo fatti sobri e rigorosi. Perché inserire e gestire il BES nella programmazione economica non è un gioco da ragazzi e chi sta sul tema ha l’obbligo di uscire dalle discussioni di principio e di riempire di contenuti espressioni ormai di tendenza come sviluppo sostenibile e felicità. Ci sono – ho avuto la straordinaria fortuna di incontrare molti di loro – uomini e donne che hanno speso decenni nella costruzione di questo approccio multidimensionale che si affiancasse all’insufficiente PIL. E bisogna rendere loro il merito di aver portato l’Italia a questo livello di consapevolezza, assicurandoci di non svuotare di significato quelle espressioni.

Con ordine e molto in sintesi: Istat, CNEL e un ampio comitato di associazioni, affiancati da una commissione scientifica definiscono un insieme di indicatori utili a misurare il progresso del nostro Paese in termini di Benessere Equo e Sostenibile. Nel 2013 esce il primo Rapporto, quinta edizione nel 2017, con i 129 domini BES organizzati in 12 indicatori e un set ampliato e aggiornato degli indicatori di sviluppo sostenibile di Agenda 2030.

Solo che i dati – per quanto intrinsecamente belli – non servono se restano dati. Ed è un cruccio dei pionieri: usarli come approccio e guida per incidere profondamente nella realtà sociale ed economica, trasformarli in un grimaldello per scardinare sperequazioni, migliorare il presente, costruire il futuro. E questo accade con una presa di responsabilità che non può essere affidata solo all’adesione volontaristica. Serve che a questi principi sia garantita un’efficacia (oserei dire) perentoria.

Che accade ad un certo punto in Italia? La legge n.163/2016 riforma il bilancio dello Stato e, fra le altre cose, affianca al Documento di Economia e Finanza un allegato sull’andamento – nell’ultimo triennio e in previsione – degli indicatori di BES, la cui composizione è in capo al MEF. Il Ministero ogni anno deve presentare alle Camere, per la trasmissione alle Commissioni competenti, una relazione sull’evoluzione di quegli indicatori sulla base degli effetti derivanti dalla legge di bilancio per il triennio corrente.

Viene istituito un Comitato, composto da esperti di altissimo livello, che ha selezionato dapprima 4 indicatori, subito inseriti nel DEF 2017, poi 12, adottati nel novembre 2017. Complesso, molto complesso. E qualche problema c’è di sicuro. L’Ufficio Valutazione Impatto del Senato ne ha recentemente sollevato qualcuno in ottica costruttiva. Per esempio, l’opportunità di progettare ex ante gli indicatori utili al monitoraggio e non limitarsi ad un approccio data driven. Ma, insomma, si tratta di un processo e man mano sarà sempre più preciso e capace di cogliere anche specificità territoriali che oggi magari non sono leggibili.

Dunque, esultiamo sobriamente, qui nella Camera di commercio in cui lavoro, noi che il BES l’abbiamo portato a Taranto con timidezza (“sensibilizziamo il territorio, cominciamo ad informare”) alla fine del 2014 e che poi ne abbiamo fatto uno strumento dirompente per affrontare ogni aspetto della nostra economia, insieme ad Agenda 2030, alla responsabilità sociale d’impresa, all’incontro fra profit e non profit, alle società benefit, all’impresa sociale… il BES come framework, metodo e simbolo di un profondo desiderio di rinnovamento del modello di sviluppo del territorio.

Con il Politecnico di Bari e il Centro di cultura Lazzati di Taranto, ad esempio, abbiamo organizzato un corso di alta formazione per la progettazione e gestione di città e territori sostenibili che si conclude il 19 marzo con due risultati per noi straordinari: un project work che finalmente prova a leggere Taranto attraverso la lente del BES e la costituzione per decreto di un gruppo di lavoro highlevel che provi ad applicare il BES agli interventi previsti dal Contratto istituzionale di sviluppo per l’area di Taranto.

Per scrivere questo pezzo, ho sentito nei giorni scorsi Lorenzo Semplici, dottorando in scienze dell’economia civile presso la LUMSA e membro del team di ricerca di NeXT, che per il nostro Corso ha reso un’appassionata lezione sulle dinamiche territoriali del BES e sui processi di convergenza. In un suo articolo – davvero bello – su Bene Comune, Lorenzo ha scritto: “L’educazione a queste tematiche è la leva per attivare la cittadinanza responsabile necessaria per progettare e realizzare scelte economiche, ma non solo, che siano mosse dal paradigma proposto nel BES (e negli SDGs a livello internazionale), integrando ed armonizzando nell’analisi costi-benefici tanto gli aspetti ambientali quanto quelli sociali” e che questa urgenza della sfida educativa è stata colta, per esempio, dalla Camera di Commercio di Taranto (con il corso di cui ho parlato).

È così: questo viaggio è un impegno responsabile, complicato, corale.

Noi lo chiamiamo Taranto BES City.

 

di Francesca Sanesi

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L’obiettivo è utilizzare il BES come framework, metodo e simbolo di un profondo desiderio di rinnovamento del modello di sviluppo del territorio

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