lunedì, 15 Agosto 2022

Perché la riforma del catasto “agita” gli animi?

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Diotima Pagano
Laureata in giurisprudenza. Fortemente convinta che il diritto sia (anche) fantasia, creatività, interpretazione e molto spesso filosofia. Amante della Vespe e della musica in vinile. Il suo motto è "...Things To Come..."

La discussione sulla delega fiscale mostra un “cuore” pulsante nell’art. 6 relativo alla revisione del catasto.

È di questi giorni la notizia che per un solo voto (23 e 22[1]) il Governo sia riuscito a mantenere indenne il proposito di revisione degli estimi catastali, pur in presenza delle ripetute dichiarazione del premier Draghi che la riforma non dovrebbe comportare ulteriori tasse; affermazione non creduta da numerosi gruppi partitici che ventilano, per contro, la introduzione di una nuova, silente patrimoniale[2].

Questo travaglio catastale ci trasmette una prima impressione: il nostro Paese non è così propenso alle riforme, al di là delle continue petizioni in tal senso. Ma perché il catasto è così divisivo? Alcune brevi notazioni storiche aiutano a fare chiarezza.

Innanzitutto, impressiona che – secondo una tradizione storica risalente a Strabone ed Erodoto – da problemi catastali ebbe origine la necessità di perimetrare i confini dei terreni, implicati nelle inondazioni del Nilo e, come tali, soggetti a numerose variazioni.

Le date risalenti non devono spaventare se si pensa che il “nuovo” catasto edilizio urbano nasce nella primavera del 1939; è entrato in vigore nel 1962, mentre la riforma di cui si discute, capace di far vacillare il Governo in carica, dovrebbe andare a regime nel 2026.

Premesso che “catasto” deriva κατάστιχον (“riga per riga”), lo si può definire come “l’inventario generale dei beni immobili con l’indicazione della loro capacità di reddito e delle persone che li possiedono”.

La finalità del catasto è tributaria quale base per determinare il reddito che consegue al possesso di un fondo rustico (catasto terreni) ovvero di un immobile cittadino (catasto fabbricati o catasto edilizio): così l’utilizzo principale delle rendite catastali degli immobili urbani è quello per l’applicazione dell’IRPEF e dell’IRPG ai rispettivi proprietari.
Il catasto svolge anche una funzione “civile”, offrendo una serie di parametri che “fotografano” la consistenza immobiliare e la sua appartenenza.

Venendo al dato normativo che interessa, l’art. 6 del disegno di legge sulla delega fiscale, si intitola “principi e criteri direttivi per la modernizzazione degli strumenti di mappatura degli immobili e la revisione del catasto dei fabbricati”.

Come ha affermato a chiare lettere il ministro Renato Brunetta siamo in presenza di «una misura esclusivamente di carattere programmatico e conoscitivo, che non comporta alcuna riforma dell’attuale sistema catastale, alcun aumento o modifica degli estimi, alcuna variazione delle tasse[3]».
Viene allora da chiedersi: perché tale riforma “ricognitiva” si colora – come ha detto il premier Draghi – di tale “emotività”?

La risposta è nei numeri: secondo l’ultima edizione de “Gli immobili in Italia”, a cura del Ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate, gli immobili nel nostro Paese sono circa 64,4 milioni, di cui 57,1 milioni di proprietà di persone fisiche.

“Le unità non riscontrate nelle dichiarazioni dei contribuenti sono quasi 2,1 milioni.”

Che occorra un condono anche per il catasto, per placare i partiti ed i tremori della maggioranza governativa?


[1] https://www.ilsole24ore.com/art/catasto-novita-riforma-che-spacca-maggioranza-AEJ5bmHB

[2]Agitare la paura delle tasse fa sempre comodo per raccogliere i consensi” – Perché la riforma del catasto è una questione di giustizia sociale –  Roberto Carlini su L’essenziale del 12 marzo 2022

[3] https://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/ministro/08-03-2022/brunetta-%E2%80%9Cil-catasto-spiegato-chi-non-lo-vuole-capire#:~:text=In%20sintesi%2C%20l’articolo%206,adeguato%20alle%20condizioni%20di%20mercato.

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