giovedì, 21 Ottobre 2021

Parlamento e CSM ai “ferri corti” sulle intercettazioni: la tempesta istituzionale “perfetta”

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Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) al centro di istanze referendarie (già per quanto attiene al suo accesso) sconta, nella sua funzione disciplinare, uno snodo critico costituito dalla confluenza, nell’intricata vicenda mediaticamente denominata “Loggia Ungheria”, anche i risvolti della cruciale questione dei limiti della utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche – da sempre al centro di un costante dibattito, con aspirazioni a tratti ampliative, il più delle volte, restrittive[1] – dilatato dall’aggravante che, nel caso di specie, le conversazioni intercettate coinvolgono, seppure, in modo “residuale”, un membro del Parlamento Italiano.

Il casus belli è dato dalla partecipazione ad un incontro, ritenuto strumentale a definire alti incarichi presso prestigiosi Uffici giudiziari, di un magistrato in aspettativa parlamentare che ora il CSM vorrebbe sottoporre a procedimento disciplinare, come già avvenuto per altri partecipanti a quella cena, di sicuro indigesta.

Si possono tralasciare i dettagli della vicenda: il cuore problematico da attenzionare è procedurale, concentrandosi sulla utilizzabilità (o meno) delle intercettazioni che hanno captato il parlamentare.

La tesi garantista è che gli inquirenti erano a conoscenza della partecipazione alla cena di lavoro del predetto e, pertanto, avrebbero dovuto disattivare lo strumento captatorio, essendo necessaria l’autorizzazione preventiva della Camera di appartenenza.

La tesi opposta, ricava lustro dalla circostanza che il parlamentare-magistrato non rientra nel “perimetro delle indagini”, sicché l’ascolto delle sue esternazioni è da ritenersi del tutto “occasionale” e, pertanto, sfuggente a qualsivoglia deliberazione preventiva con conseguente utilizzabilità, in sede disciplinare, sulla base della “sola” autorizzazione postuma.

Brevi osservazioni in argomento.

Nessuno dubita che la segretezza delle proprie comunicazioni sia inviolabile (art. 14 della Carta); parimenti è indiscutibile che il parlamentare debba godere di una area di immunità che l’art. 68 della Costituzione “scolpisce”, affermando che i parlamentari «non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati»: seguono le guarentigie della necessità della autorizzazione per i principali strumenti investigativi e, in chiusura (art. 68 c. 3 Cost.), rispetto alle intercettazioni.

Quest’ultima disposizione (comma 3, art. 68 Cost.) sembra raccordarsi in modo netto al primo comma, collegandosi alla principale garanzia del parlamentare, in riferimento alla libertà per le affermazioni, di cui lo stesso deve godere, sempreché – va sottolineato – rapportabili all’esplicazione del suo alto mandato.

Il punto è accertato. Discettando della posizione del soggetto ai vertici della scala immunitaria, si è infatti statuito (Corte di Cassazione n. 8733/2000): Pur non essendo il Presidente della Repubblica vincolato ad esprimersi solo con messaggi formali (controfirmati a norma dell’art. 89 Cost.), il suo c.d. «potere di esternazione», non integra di per sé una funzione, per cui è necessario che l’esternazione sia strumentale o accessoria ad una funzione presidenziale, perché possa beneficiare dell’immunità. (Cfr. altresì Corte Costituzionale n. 1/2013).

Oltre a non prevedere, invero, la distinzione fra intercettazioni dirette ed indirette, la Costituzione non menziona neanche le “occasionali”, ed in base al criterio “ubi tacuit non voluit”, si deve ragionevolmente ritenere che per le stesse non vi sia una protezione costituzionale esplicita.

È pur vero, tuttavia, che il procedimento disciplinare – nel cui ambito quelle intercettazioni sarebbero utili – non esclude, in tesi, esiti pesantemente sanzionatori: è perciò corretto che la Camera di appartenenza sia investita dalla possibilità di conoscere i fatti, nell’ottica peculiare e limitata di escludere qualsivoglia carattere compressivo delle libertà di espressione parlamentari.

Si tratta, in altri termini, di affermare la fondante esigenza dell’immunità, ma non renderla (in ipotesi contrassegnate da marginale occasionalità) “tiranna” rispetto ad altre esigenze ordinamentali di pari o superiore rilievo, quali quelle afferenti ad indagini su reati di notevole gravità e di rilevantissimo allarme istituzionale.

I limiti, del resto, previsti dal’art. 270 C.P.P. della utilizzabilità delle intercettazioni “in altri procedimenti” (cfr., in generale, Cass. Sez. UU. Penali, 2 gennaio 2020 n. 51[2]) paiono esplicitamente riferirsi ai procedimenti penali e potrebbe essere dubbia l’estensione ai procedimenti disciplinari che – quali interna corporis – ben si ancorano a più flessibili criteri appropriativi degli elementi di accusa.

In termini comparativi, v’è una suggestione da cui non sfugge fra immunità parlamentare da intercettazioni casuali, ed immunità epidemiologica da Covid-19: per entrambe, la regola salvifica è il distanziamento sociale (qui declinato in senso contrario al convivio magistratuale) ed, ancor più, con l’assenza di emissioni foniche, strumento principe di diffusione del contagio.

Tanto rimanda al silenzio, e, continuando nelle assonanze, alle approfondite analisi sul suo carattere aureo, quale veicolo attuale ed ottimale della comunicazione politica[3].

Articolo a cura di Diotima Pagano


[1] Si rimanda, da ultimo, al d.l. 30 dicembre 2019, n. 161, convertito con modificazioni dalla l. 28 febbraio 2020, n. 7, con proroghe successive che ha modificato l’art. 270, comma 1, c.p.p. nel senso che “I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino rilevanti e indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza e dei reati di cui all’articolo 266, comma 1”.

[2]  La massima della c.d sentenza “Cavallo” è la seguente: “il divieto di cui all’art. 270 cod. proc. pen. di utilizzazione dei risultati di intercettazioni di conversazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali siano state autorizzate le intercettazioni – salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza – non opera con riferimento ai risultati relativi a reati che risultino connessi ex art. 12 cod. proc. pen. a quelli in relazione ai quali l’autorizzazione era stata ab origine disposta, sempreché rientrino nei limiti di ammissibilità previsti dalla legge”.

[3] In argomento, C. Ferlan, Alle origini del silenzio gesuitico che Draghi usa molto più delle parole”, Il Domani, 17 settembre 2021 pg. 13).

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