giovedì, 08 Dicembre 2022

Nord Stream 2, ultimo atto (?)

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Noel Angrisani
Laureato in Scienza della Politica, ha completato il suo percorso di studi con un master in Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d'Impresa. Per due anni si è occupato di progettazione europea, successivamente ha lavorato presso un'agenzia di eventi corporate e B2B per il No-Profit. Dopo essersi cimentato nel public affairs, oggi lavora come consulente in ambito organizzazione e pianificazione.

«Il mio fermo sostegno al Nord Stream 2 è stato chiaramente un errore. La mia valutazione era che Vladimir Putin non avrebbe preso in considerazione la completa rovina economica, politica e morale del suo Paese per la sua mania imperiale. Io, come altri, mi sbagliavo».

Le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Federale di Germania, Frank-Walter Steinmeier, che rischiano di perdersi nel mare magnum della guerra tra Russia e Ucraina, rappresentano in realtà uno spartiacque importante. Nell’ultimo ventennio Steinmeier ha ricoperto un ruolo decisivo all’interno dei governi di Große Koalition guidati dalla Merkel, almeno per la metà del tempo è stato Vicecancelliere e Ministro degli Esteri. In tali vesti ha giocato una parte fondamentale nel portare avanti il gasdotto della discordia ritenendolo, appena un anno fa «uno degli ultimi ponti tra l’Europa e la Russia. Credo che bruciare i ponti non sia un segno di forza».

Il difficile rapporto tra Russia e Germania

In questa fase è tremendamente semplice confrontare dichiarazioni del recente passato e riposizionamenti resi obbligatori dal conflitto. Tuttavia, le affermazioni dell’ex vicecancelliere hanno un ulteriore peso specifico in virtù del controverso rapporto di realpolitik instaurato dalla Germania merkeliana con la Russia di Putin – il caso Schröder è solo l’esempio più lampante – ma soprattutto dei precedenti storici che collocano il rapporto «in un’altra dimensione», volendo citare nuovamente Steinmeier, con evidenti riferimenti alla Seconda guerra mondiale.

Indubbiamente, se la fine dell’era Merkel e lo scoppio del conflitto russo-ucraino hanno consentito, da un lato, un timido riposizionamento del governo Scholz, seppur con qualche difficoltà, dall’altro hanno mostrato un evidente indebolimento nella capacità di contrattazione tedesca sia con Biden che con Putin. Inoltre, le implicazioni morali nella stipula di accordi con chi rischia un processo per crimini di guerra, rappresentano un fardello troppo pesante da sopportare di fronte ad un’opinione pubblica provata, non solo dal conflitto, ma dalle opposte propagande.

Il Nord Stream 2 «tratteneva Putin»

Oltre ai risvolti etici, inevitabili in un conflitto ad alta intensità, sono le ricadute economiche e geopolitiche ad avere l’impatto più significativo. Infatti, il nucleo narrativo sul conflitto – al di là degli aspetti umanitari – ruota principalmente intorno al tema dell’energia e della sicurezza nell’approvvigionamento. Indubbiamente, il gasdotto ha rappresentato per lunghi anni il pomo della discordia tra Stati Uniti e Unione Europea, un grande equivoco e una somma di debolezze, in cui confliggevano i rispettivi interessi strategici.  Dal punto di vista russo, invece, come evidenziato da Alberto Negri su Il Manifesto, il Nord Stream 2 «era la vera leva politica ed economica che tratteneva Putin da azioni dissennate come la guerra. Molti non lo avevano capito perché attribuivano al gas russo una valenza soltanto economica: aveva invece un enorme valore politico per tenere agganciata Mosca all’Europa».

I tempi per un chiarimento nel controverso rapporto tra Unione Europea, in particolare la Germania, e la Russia non sono ancora maturi. Un’ulteriore dimostrazione arriva dalle dichiarazioni del Ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner: «Vogliamo diventare il prima possibile indipendenti dalle importazioni di energia dalla Russia e la Germania sosterrà ulteriori sanzioni alla Russia, ma al momento non è possibile tagliare le forniture di gas […] ma per arrivare a un embargo abbiamo bisogno di tempo, al momento dobbiamo distinguere tra petrolio, carbone e gas. Dobbiamo tagliare tutte le relazioni economiche con la Russia, ma al momento non è possibile interrompere le forniture energetiche, abbiamo bisogno di un po’ di tempo». Un destino condiviso da molti Paesi, a partire dall’Italia.

Tornare indietro o andare oltre?

Si stima che saranno necessari 2 o 3 anni almeno per svincolarsi dal gas russo e dalle aspettative di un progetto e il Nord Stream 2, “ormai morto” secondo le parole del sottosegretario agli esteri USA, Victoria Nuland. Al di là della retorica, l’Unione Europea sarà costretta ad una scelta di campo: o ricucire con la Russia – anche se sarà operazione complessa, ma non impossibile, business is business – o sposare definitivamente un atlantismo energetico mediante il gas naturale.

Proprio in questi giorni, oltre a diversificare i fornitori, gli Stati Uniti hanno proposto un “joint game plan” in tre step, come riporta il Financial Times: in primo luogo, gli USA aiuteranno l’UE a garantire forniture di GNL  a breve termine per iniziare a sostituire il gas russo. In secondo luogo, l’Europa lavorerà per allargare il mercato verso il gas statunitense. Terzo, gli Stati Uniti aiuterebbero l’Europa ad accelerare la sua transizione verso l’energia pulita, riducendo la sua domanda di gas.

Il piano è ambizioso e soprattutto perché prevede un ripensamento degli equilibri geo-economici. In questa partita, però, i membri dell’Unione Europea sembrano al momento più impegnati a “giustificare” i loro solidi e fruttuosi rapporti con la Russia – espiando tramite pacchetti di sanzioni – che ad elaborare strategie di mix energetico in grado di consentire regolarità nell’approvvigionamento.

Se i vertici comunitari hanno ritenuto sbagliato accordarsi con Putin e hanno valutato come un errore il sostegno al Nord Stream 2, perseverare con velleitarismo e facili utopie è diabolico.

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