domenica, 29 Gennaio 2023

Non si vince di soli like

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“Tu vivi sempre connessa / come una disconnessa / chi ti conosce meglio è il tuo motore di ricerca”. Quando nel 2015 Marracash scrisse Sindrome depressiva da social network probabilmente non aveva in testa il risvolto politico della questione. E cioè la quantità di dati a disposizione di chi, oggi, decide di “scendere in campo” candidandosi. Da questa constatazione deriva una domanda che ormai tutti si pongono: è possibile manipolare il consenso attraverso i social? Partiamo da una storia vera, raccontata da Jacopo Iacoboni nel libro L’Esperimento. Inchiesta sul Movimento 5 stelle.

Siamo a fine anni ‘90 e Gianroberto Casaleggio, futuro fondatore con Beppe Grillo del Movimento 5 Stelle, è un giovane manager dell’azienda WebEgg. Con un pallino in testa: sperimentare nuove tecniche di distribuzione del consenso sfruttando il web. Casaleggio decide così di creare un gruppo di lavoro di cinque persone che si occupino della gestione di un forum aziendale, al cui interno si cerchi di orientare l’opinione dei dipendenti su svariati argomenti.

Il metodo è tanto innovativo quanto cinico: un membro del team lancia sul forum la discussione su un tema, un altro membro risponde con una posizione contrastante, altri due appoggiano la causa del primo. Nelle ore successive i normali dipendenti iniziano spontaneamente a sposare la causa del primo: si crea quella che Casaleggio definisce la “valanga del consenso”. Se ci pensate, siamo di fronte a un passaggio cruciale per il futuro della politica italiana.

Nei fatti si tratta, in una forma basica, dello stesso tipo di sistema utilizzato una decina di anni dopo sul blog di Grillo. Il tutto parte dall’idea che attraverso tecniche mirate di ingegneria sociale si possa orientare l’opinione pubblica. Il tema centrale, rispetto alle tecniche utilizzate nell’era pre-digitale, resta sempre lo stesso: come si convince un soggetto e quanto conta il “come” si pone un problema. Una questione che la retorica classica si era già posta e che gli esperimenti di psicologia cognitiva avevano provato ad affrontare. Kahneman e Tversky, ad esempio, osservarono che lo stesso problema, presentato in modo differente, può spingere un soggetto a compiere scelte diverse.

L’intuizione di Casaleggio è stata quella di adattare la manipolazione alle nuove tecnologie, sfruttando le proprie competenze in campo digitale. Questo non significa che il Movimento 5 stelle, alle scorse politiche, sia riuscito ad ottenere più del 32% per via della maggiore abilità nell’utilizzo degli strumenti digitali. Lo ha fatto per la capacità di fornire risposte (giuste o sbagliate) a istanze presenti nella società, che cercavano qualcuno in grado di prendersene cura.

Personalmente rimango dunque convinto che sia un profondo errore ragionare sulla base di una logica input-output quando si parla in generale di convincimento e, in particolare, di mercato elettorale. Lo dicono i fatti: due soggetti possono benissimo reagire in maniera differente alla lettura dello stesso articolo, alla visione dello stesso talk politico o delle stesse Instagram stories. Il ricevente è attivo, sviluppa un processo di significazione che dipende dalle proprie esperienze, dal proprio livello di coinvolgimento emotivo, dalle proprie motivazioni.

I social sono certamente un territorio di conquista del consenso elettorale, ma in un quadro in cui gli utenti non subiscono passivamente i messaggi dei candidati, ma li reinterpretano. L’accumulo di un’enorme quantità di dati può rappresentare quindi un vantaggio per partiti e candidati, ma in assenza di un messaggio di fondo efficace serve davvero a poco.

E non è neanche una questione di quantità: essere più engaging sui social – ottenendo un elevato numero di visualizzazioni, condivisioni, like etc. – o vedere i propri temi qualificanti tra le tendenze, anche attraverso il contributo di pagine unofficial, non si traduce automaticamente in consenso elettorale. C’è un caso recente abbastanza eclatante: quello della sfida Gori-Fontana alle ultime elezioni regionali in Lombardia. In rete il confronto tra i due era impietoso. È sufficiente citare un dato per farsi un’idea: a fine campagna elettorale il profilo Twitter di Gori vantava 78 mila follower, quello di Fontana, candidato dell’ultim’ora, 1.600. E distanze abissali erano riscontrabili anche su Facebook, social su cui, fino a poche settimane prima del voto, il candidato leghista non disponeva neanche di una pagina pubblica. Com’è andata a finire nel segreto dell’urna? Fontana ha sfiorato il 50%, Gori si è fermato sotto il 30%. Il blocco politico-sociale che aveva sostenuto il centrodestra negli anni precedenti era ancora molto solido.

Un altro esempio è rappresentato da Casapound, che si piazza addirittura al terzo posto tra i partiti italiani per numero di like su Facebook, ma che alle ultime Politiche non è riuscito a raggiungere l’1% dei voti. Mi chiedo dunque, davanti a casi del genere non affatto rari, come sia possibile affermare con sicumera frasi come “i 5 stelle hanno vinto grazie ai social”. Che fanno al pari con l’ormai datata, ma valida ancora per molti, “Berlusconi governa grazie alle televisioni”. Ma se ne siete convinti, va bene così.

 

di Pietro Raffa

 

(articolo pubblicato sul numero di Maggio de Il Mensile di Ottimisti & Razionali)

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Internet, politica, democrazia. il web non è tutto

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