martedì, 22 Giugno 2021

Non ci stiamo capendo niente. Ma da mo’

Da non perdere

In giro se ne leggono di ogni. C’è chi scrive che M5S e Lega rappresentano il nuovo bipolarismo, e che il centrosinistra, o quello che ne resta, dovrà necessariamente decidere da che parte stare. C’è chi divide l’Italia in due: a Nord hanno votato Lega i ceti produttivi che vogliono la tassazione unica al 15% – aggiungendoci addirittura che hanno preferito Salvini a Berlusconi perché quest’ultimo proponeva un’aliquota più alta di un paio di punti – mentre il Sud assistenzialista ha votato in massa i 5 stelle, ingolosito dalla prospettiva di intascare 780 euro al mese restando comodamente sdraiato sul divano di casa, a non fare nulla tutto il giorno.

C’è addirittura chi dichiara che se si fosse votato un anno fa le cose sarebbero andate diversamente (e chissà perché, poi). Toni apodittici e soluzioni facili presentate come alternative secche da cui è impossibile tirarsi fuori: o con i sovranisti o con gli aperturisti; o così, o non ci saranno governi, il partito scomparirà, tempo due mesi e si vota e quelli arrivano da soli al 50%; o si fa così, oppure io non ci sto, e il governo lo farete #senzadime.

La verità è che non siamo lucidi. Tutti. Commentatori, analisti, politici (e anche questa è una frase un po’ apodittica, lo so). Avvertiamo l’ansia di capire cosa diavolo è successo, di riuscire a decrittare un rebus che in realtà non comprendiamo. E per farcela, non abbiamo altra scelta se non quella di inquadrare il risultato delle elezioni, i suoi risvolti, i numeri e le possibili conseguenze in categorie antiche, in cornici di riferimento che ci suonano familiari, che hanno funzionato in passato e che quindi, pensiamo, funzioneranno anche adesso. Voto al Sud: clientelare e assistenzialista. Voto al Nord: securitario e anti tasse. Voto di protesta: giovane, poco scolarizzato, periferico. Voto per la continuità: maturo, mediamente colto, centrale. Lo sbocco istituzionale e politico? Facile, nuovo bipolarismo, maggioranza e opposizione, dialettica classica, io faccio e tu ti opponi, ci si rivede nelle urne fra 5 anni. Chiaro, semplice, netto, comprensibile.

Come se la società fosse ancora divisa in blocchi demo – geografici uniformi, omogenei, impermeabili, i cui comportamenti sono facilmente interpretabili, e dunque perfettamente prevedibili ad ogni singola elezione. Solo che poi nessuno è mai in grado di prevedere davvero come andranno le cose (tolti quei pochi fortunati che il giorno dopo ci tengono a far sapere che loro, beh, loro avevano già previsto tutto da tempo). La conseguenza è quella di avvitarci in una discussione, davvero, insopportabile, fondata su premesse fallaci, e pure infarcita di pregiudizi sui giovani scioperati del sud, o sui piccoli imprenditori del triveneto che evadono le tasse.

Il fatto è che oggi, alla luce dei risultati di questa tornata elettorale, affidarsi ai criteri antichi non ha più alcun senso. Non ha senso parlare di confronto maggioranza/opposizione, non ha senso cercare di inquadrare il sistema politico in uno schema bipolare o tripolare, non ha senso parlare di coalizioni e alleanze. Non ha più senso neanche incasellare gli elettori in categorie demografiche (per fasce d’età, ad esempio) o dividerli per aree geografiche: a guardare con attenzione i dati, quello che vediamo non è il movimento di masse compatte di elettori che si spostano a sostegno di un’offerta politica, ma singole esperienze che convergono su proposte specifiche, spinte – come sostiene Velardi nella sua serie di articoli sull’opinione quantica – da una miriadi di ragioni, più facilmente spiegabili con le scienze comportamentali, che non con la politologia classica. L’unica cosa che sappiamo, oggi, è che l’elettore decide sulla base della sua esperienza diretta, non per appartenenza ad una categoria sociale.

“Tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria”, diceva un certo Karl Marx. Ecco, noi siamo in una situazione simile.

 

di Alessandro Fiorenza

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