giovedì, 24 Giugno 2021

Non bastano le norme: la Pubblica Amministrazione deve fare un salto culturale. E lo smart working può aiutarla.

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Lavorare in pantofole da casa (o dove vuoi tu) non è un sogno. E non lo è da quando due anni fa il nostro Paese ha compiuto un grande passo in avanti con la Legge n. 81 del 22 maggio 2017, che ha meglio definito dal punto di vista legale lo smart working, una pratica già conosciuta abbastanza nella cultura anglosassone.

Una rivoluzione della natura stessa del rapporto subordinato, riorganizzato in base agli obiettivi. Un lavoro flessibile che risponde sia ad un crescente bisogno di conciliare i tempi lavorativi con i tempi di cura familiare che alle trasformazioni del lavoro connesse alla diffusione di strumenti tecnologici sempre più avanzati. Ma se nelle grandi aziende il lavoro agile costituisce una realtà e nelle piccole e medie imprese un fenomeno emergente, ben diversa è oggi la situazione all’interno delle pubbliche amministrazioni. Nonostante lo sforzo normativo della Direttiva Madia (norma che richiede a tutti gli enti pubblici di dare la possibilità ad almeno il 10% dei dipendenti di fruire di forme flessibili di organizzazione del lavoro, tra cui lo smart working), gli smartworkers nel pubblico sono ancora pochi.

Vi è mai capitato di mettere piede in un Comune di 10 mila abitanti? L’esempio non è casuale: il gap di innovazione, il ritardo nel processo di digitalizzazione e l’elevata età di molti dipendenti la fanno da padroni. E allora, sarebbe opportuno formulare la nostra riflessione partendo da due domande fondamentali: la PA è pronta ad affrontare la trasformazione digitale? Ed è pronta al cambiamento culturale? Perchè è di questo che stiamo parlando: di una nuova filosofia manageriale. Una questione non solo di cultura organizzativa, ma di tecnologia. Senza dimenticare le persone, dal funzionario al dirigente, che sono al centro del lavoro agile.

Ma i benefici?

Sono tanti e sono sotto gli occhi di tutti. Dal risparmio di costi alla possibilità di attrarre talenti e far crescere il management, lavorando sulla qualità attraverso il potenziamento della riforma della PA. Non solo, le differenze di genere vengono abbattute, smantellando alcuni pregiudizi che alimentano le discriminazioni; le forme di assenteismo fisiologico ridotte e l’inserimento di professionalità digitalizzate notevolmente favorito. Il processo di lavoro agile è partito. Le molte iniziative di sperimentazione, dal caso della Provincia Autonoma di Trento a quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri, lo testimoniano. Ma serve di più per fare in modo che la pratica non resti un privilegio di pochi. Allora, la PA dovrebbe rimboccarsi le maniche. È tempo di cogliere quest’ottima opportunità di trasformazione culturale e di innovazione di un nuovo modello di servizio al cittadino. È tempo di puntare sulla formazione delle nuove competenze digitali delle persone e sulla diffusione di una cultura results driven che consenta di non limitare gli effetti dello smart working al solo ambito della conciliazione.

 

di Claudia Dionisi

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I benefici sono tanti e sono sotto gli occhi di tutti. Dal risparmio di costi alla possibilità di attrarre talenti e far crescere il management, lavorando sulla qualità attraverso il potenziamento della riforma della PA. Non solo, le differenze di genere vengono abbattute, smantellando alcuni pregiudizi che alimentano le discriminazioni; le forme di assenteismo fisiologico ridotte e l’inserimento di professionalità digitalizzate notevolmente favorito.

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