venerdì, 25 Giugno 2021

NIMBY: evoluzione di un fenomeno ai tempi dei social network

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Un concetto che nei suoi trent’anni di esistenza ha subìto una lunga evoluzione, cambiando la propria pelle e svuotandosi man mano del significato originario. Capire la sua storia significa interpretare nella giusta maniera i fenomeni di oggi.

Il Nimby (acronimo di Not In My BackYard, non nel mio giardino), come spiega la prestigiosa Enciclopedia Britannica, nasce verso la metà degli anni settanta negli Stati Uniti d’America. L’iniziale uso serve a giornalisti e studiosi per classificare le reazioni delle comunità locali alla costruzione delle centrali nucleari in alcuni stati della Federazione. Un fenomeno che prende addirittura il connotato di “sindrome” quando le proteste, negli anni ottanta, si fanno più diffuse e impellenti, arrivando a diventare un movimento importante a livello anche nazionale.

Ma già in questa fase il termine, dal suo uso oggettivo e distaccato dei primi commentatori, assume un significato critico, teso a sottolineare l’egoismo insito nell’acronimo e la visione limitata dei movimenti di allora. Per questo fin quasi da subito gli attivisti tendono a infastidirsi per tale etichetta, iniziando ad allontanarla e smascherarla come uno strumento rientrante nel lessico spregiativo dei potenti della terra, contrari alla rivoluzione verde in atto.

Per quanto riguarda l’Italia, la parola fa capolino per una prima ma fugace apparizione tra il 1988 e il 1989, facendo la sua comparsa negli articoli di alcuni giornali come l’Unità! e il Corriere della sera. Entra però come termine straniero, un modo elegante e diverso per definire i movimenti che anche nel nostro paese si vanno diffondendo a cavallo del decennio, senza riuscire a fare presa nell’uso collettivo. Tanto che, finito questo periodo di interesse generale, per tutti gli anni novanta scompare quasi dai radar, relegato a eccentrico e poco fortunato anglicismo.

Tuttavia il destino ha previsto per lui un altro finale, una rinascita che ha una data e un luogo ben precisi. È il 13 novembre 2003, quando il Consiglio dei Ministri decide di creare un deposito di stoccaggio delle scorie radioattive in un piccolo paesino della Basilicata, Scanzano Jonico (oggi tornato sotto i riflettori per la sua opposizione alla tecnologia 5G). Immediata scatta la ribellione dal basso in quel centro, contraria all’installazione in loco di quei rifiuti pericolosi, nonostante tutte le rassicurazioni e i vantaggi che ne sarebbero derivati. Inoltre una ferma opposizione viene mossa anche dalle istituzioni locali, sindaco compreso, che non vogliono farsi scavalcare dallo stato. Passano giorni di confusione con una crescente attenzione dei media, giornali e televisione, nei riguardi della vicenda che pone quindi la necessità di una soluzione efficace. Un’ipotesi appare, in un certo momento, la scelta di un deposito esistente dentro Roma, alla Casaccia. Ma anche qui, in emulazione del piccolo comune meridionale, la popolazione e il sindaco si mettono di traverso. Si capisce perciò che qualunque luogo venga scelto, troverà sempre l’opposizione della comunità locale. E così, per spiegare il fenomeno, viene riesumato il termine Nimby, da tempo chiuso nel cassetto, come avviene sul Corriere della sera del 22 novembre 2003.

Da allora il termine è usato in maniera diffusa nel nostro paese per descrivere conflitti locali di questo tipo, nati dalla contrarietà a decisioni calate dall’alto che incidono sui loro territori spesso frutto più dell’irrazionalità che della consapevolezza.

Il significato che viene dato in Italia si trova però sfasato rispetto a quella che è stata l’evoluzione del termine lì dov’era nato, negli USA. Qui infatti già dalla fine degli anni ottanta il vocabolo era stato citato dall’allora sindaco di New York, Edward Koch, per criticare le opposizioni degli abitanti di alcuni quartieri alla presenza nei dintorni di carceri, rifugi per i senzatetto e cliniche per gli ex tossici. Un utilizzo quindi in un’accezione chiara dovuta a un contesto dove non si poteva nascondere in alcun modo l’egoismo meschino alla base delle proteste. Ancora oggi Nimby è usato negli USA per segnalare questi casi nella maggior parte delle volte in cui viene menzionato, preferendogli nelle altre circostanze parole diverse con i rispettivi acronimi: BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything or anyone) o LULU (Locally Unwanted/Undesirable Land Use).

Oggi con l’esplosione dei social network la situazione si è molto complicata e sfaccettata. I media tradizionali hanno perso presa sulla popolazione che usa altri mezzi per informarsi e, soprattutto, per diffondere eventi, avvenimenti, considerazioni e proposte. 

Uno studio interessante di alcuni ricercatori dell’Università di Wuhan e di Adelaide ha messo in luce il meccanismo di diffusione su una qualunque piattaforma internet di notizie su un evento che produce conflitti locali. Analizzando alcuni casi presi come esempi, hanno potuto osservare un sistema di diffusione detto a “doppia ondata”. Una prima fase vede la condivisione in crescita di post riguardanti soprattutto i rischi per sé stessi dell’intervento, con una prevalente trasmissione tra utenti e attori locali. Una crescita che dopo un picco tende però a calare. È allora che sovviene la fase due, la seconda ondata, che vede una risalita delle condivisioni che stavolta hanno tuttavia un diverso contenuto, basato sulla valutazione dell’avvenimento, e che si allarga a una platea molto più ampia, non più limitata al solo territorio locale. Cosa sia a  scatenare questa nuova fase non è sicuro, ma probabilmente è la diffusione su qualche media tradizionale o la condivisione di qualche influencer che riaccendono l’attenzione sull’accaduto.

Diventa quindi impossibile nell’era di internet continuare a usare il termine NIMBY nell’accezione passata. A tal fine è interessante la classificazione che ha redatto il professor Luigi Bobbio nel 2011 dividendo il fenomeno in sei tipologie di narrazioni diverse che vanno da quella preferita dai sostenitori degli interventi a quella più gradita agli attivisti: il particolarismo, la sobillazione, sproporzione costi/benefici, rischi, luoghi contro flussi, nuovo modello di sviluppo.

Quel che è certa è una ridefinizione del fenomeno, con numerosi studi, tra cui quello citato, che stanno tentando di delinearne i contorni. Studiare e comprendere il cambiamento è infatti l’unico modo per riuscire a predisporre contromisure e per evitare quindi di esserne travolti.

 

Articolo di Giorgio Galeazzi

 

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