giovedì, 21 Ottobre 2021

May I Startup?

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Luigi Santoro
Dopo la laurea in Filosofia (anzi, Scienze Filosofiche!) alla Federico II di Napoli si è messo a studiare il tedesco, cosa che l’ha spinto oltre il baratro della follia, sul cui ciglio vagava dopo aver scritto una tesi su Adorno. Invece di proseguire con la carriera dell’insegnamento ha deciso di voler avere a che fare con il mondo aziendale; ora non lavora in azienda. Scrive molto, vorrebbe leggere di più.

Al 2019, in Italia, si contavano oltre 10.000 Startup iscritte al Registro delle Imprese. Prima della sentenza del Consiglio di Stato del 29/03/2021, un grande vantaggio nel metter su una Startup stava nell’esenzione dall’atto notarile, che si traduceva in un risparmio sui costi di avvio di circa 2.000 euro[1]. Ebbene, questa esenzione non è più contemplata; chi vuole dar vita ad una Startup dovrà sostenere anche le spese di costituzione per atto pubblico notarile.

Startupper (non) per caso

Mi spiace doverlo dire ma non è vero che tutti possono diventare Startupper a cuor leggero. Innanzitutto, questi imprenditori innovativi devono ricorrere alle proprie finanze o a quelle di privati, disposti a rischiare i propri capitali. Ora, soprattutto nelle fasi iniziali, il rischio che vada tutto a rotoli è decisamente elevato; il momento di ingresso nei mercati è senza dubbio delicatissimo (supponendo di esser riusciti a creare un progetto originale, innovativo e con buone possibilità di guadagno) ed è molto facile che la Startup in questione fallisca anzitempo. Va da sé che la narrazione secondo cui chiunque possa diventare uno Startupper va leggermente modificata, in modo da dichiarare: “chiunque (disponga dei mezzi finanziari necessari o se li riesca a far prestare da qualcuno) può fondare una Startup.

Secondo Gianmarco Carnovale, Presidente di Roma Startup, la recente sentenza del Consiglio di Stato porta ad un «danno reputazionale spaventoso»[2]. Un «ritorno all’800», secondo Carnovale, che contribuisce ad aumentare l’incertezza attorno alle Startup. Reputazione che giustamente entra in gioco, tenendo conto del fatto che in altri Paesi (Israele, ad esempio, che prevede prestiti fino all’85% in capitale per le Startup in via di costituzione – e che tra l’altro vanno restituiti solo in caso di successo) il terreno è decisamente più fertile per iniziative di tal genere.

Un mondo di norme

Non è il caso di entrare nel merito della sentenza del Consiglio di Stato; però, mi chiedo, data la natura fortemente innovativa e anche orientata al digitale di questo nuovo modo di fare impresa, non sarebbe il caso di incentivare chi è intenzionato ad intraprendere una strada del genere? Anche e soprattutto alla luce degli avvenimenti degli ultimi tempi, che hanno assestato un bel colpo all’economia, potrebbe essere saggio pensare alla semplificazione delle normative, invece che complicarle – aumentando, nel caso specifico, le spese iniziali di costituzione. A proposito di norme: in Italia queste sono, secondo stime del 2020[3], circa 160 mila contro le 5.500 della Germania e, addirittura, le 3000 nel Regno Unito. Anche ad una lettura superficiale, questi dati indicano una situazione su cui è necessario intervenire; il caso delle Startup è senz’altro emblematico se consideriamo anche il periodo storico in cui ci troviamo. La rivoluzione digitale – il discorso sulla necessità di digitalizzare, ad esempio, le PA è caldissimo – non può non interessare anche il campo delle norme; e, se questo è fuor di dubbio, è lampante che vi sia una sorta di imbarazzo per quanto riguarda la sentenza del Consiglio di Stato di cui abbiamo parlato.

Pensate che in Italia la Lombardia è in prima posizione per quanto riguarda il numero di Startup in relazione alla popolazione – su 100 mila abitanti – e il 24.4% delle Startup si trovano nel Mezzogiorno. Per altro, questo particolare tipo di impresa digitale ha reagito molto bene durante la pandemia globale; sono più digitalizzate e, proprio in virtù della loro natura più flessibile, molto meglio predisposte ad affrontare rischi, incertezze e imprevisti in generale. Si tratta di un qualcosa che l’Italia può interiorizzare ad ogni livello; per bisognerebbe spianare la strada a questo modo di far impresa anziché frenarlo.

C’è infatti il rischio che molti lascino perdere ancor prima di cominciare. La domanda è: perché andare a scoraggiare un’impresa già di per sé molto rischiosa imponendo un primo sbarramento dettato dall’atto notarile? In particolar modo in un periodo come questo, dove la ripartenza è necessaria e auspicabile, non si potrebbe pensare ad un incentivo per chi sceglie di correre dei rischi?

Per approfondimenti: Nella costituzione delle startup innovative è veramente indispensabile l’intervento del notaio?


[1] https://www.infodata.ilsole24ore.com/2019/11/17/cosa-fanno-le-nostre-10630-startup-la-fotografia/?refresh_ce=1

[2] https://www.wired.it/economia/start-up/2021/03/30/startup-notaio-sentenza/

[3]https://www.corriere.it/economia/aziende/cards/imprese-italiane-soffocate-burocrazia-italia-160-mila-norme-germania-5500/italia-160-mila-norme-contro-5500-germania.shtml

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