martedì, 22 Giugno 2021

L’opinione quantica e il voto – 1

Da non perdere

Venerdì 16 Febbraio 2018. Stamattina trovate su tutti i giornali l’ultima infornata di sondaggi elettorali pubblicabili. Non ci sono più parole per descriverne il carattere sciatto, fuorviante e totalmente ascientifico. Due soli esempi, giusto per archiviare il discorso e andare oltre:

1) tutte le indagini pubblicate sono fatte su base nazionale, senza sondare i candidati nei singoli collegi. Che peseranno, anche se non sappiamo in che misura dato che il sistema elettorale è inedito: ma è certo che, in tante realtà, basterà qualche voto in più o in meno per determinare un’elezione. E, a cascata, per cambiare il risultato dei partiti, che se ne gioveranno o saranno penalizzati nelle percentuali, nella distribuzione dei seggi (e nelle valutazioni del giorno dopo);

2) i sondaggi sono fatti, di norma, su 1000 intervistati (il quotidiano che preferisco, che ha pure un direttore intelligente e competente, oggi ne pubblica uno fatto con 500!). Ora aprite bene le orecchie: per avere 1000 risposte, bisogna intervistare 10mila cittadini, perché in 9 mila si rifiutano di rispondere. Spalmate sui collegi (232 alla Camera, 116 al Senato), le 1000 risposte (sui 10mila sentiti) fanno la stratosferica cifra di 4 elettori a collegio per la Camera e 8 per il Senato. Che attendibilità possono avere simili indagini? Vi è chiaro di che imbrogli stiamo parlando?

A consolazione, va detto che da domani la diffusione dei sondaggi sarà vietata (nella vita io non vieterei mai nulla, ma questa la ritengo una elementare  misura di igiene pubblica). Quindi il marketing si sposterà in rete, dove saremo sommersi da conclavi, corse di cavalli e di auto che mimeranno con scialbi nomi di fantasia la corsa elettorale.

Ho detto marketing, perché solo di questo si tratta. Partiti e media hanno da vendervi un prodotto e cercano di convincervi dicendo (con la forza dei numeri dei sondaggi di cui sopra) che c’è tanta altra gente che si sta orientando a comprare quello giusto. È ampiamente studiato e sperimentato (in letteratura il fenomeno si chiama bandwagon effect) che il consumatore si orienta nella sua scelta sulla scia di quello che fa (o mostra di voler fare) la maggioranza degli altri consumatori: si comporta così per sentito dire, mancanza di conoscenza, pigrizia, conformismo (intendiamoci, in generale non è neppure male che accada: pensate alla difficoltà di dover scegliere qualsivoglia prodotto al supermercato senza ascoltare consigli, senza far leva sulle esperienze di altri, etc…). Per questo motivo alcuni partiti non fanno che ripetere “tutti i sondaggi ci danno in testa”, “siamo il primo partito, la gente è con noi”, mentre gli altri sono costretti a dire “non date retta ai sondaggi, la gente vera che incontriamo dice tutt’altro, etc…”. Come abbiamo visto, quasi sempre hanno ragione questi ultimi: i sondaggi diffondono fake news, ma l’onda del bandwagon può fare danni assai seri a chi non vince prima di tutto nel marketing.

È vero che vi sono altri comportamenti collettivi su cui possono contare coloro che vengono massacrati o oscurati dal marketing dei sondaggi. Dall’effetto underdog (quel comportamento per cui il consumatore/cittadino/elettore tende a diffidare del prodotto pubblicizzato e luccicante, e – ragionando con la sua testa o per banale anticonformismo – sceglie il prodotto alternativo e concorrente), alla spirale del silenzio, nella quale si avvolgono coloro che non hanno forza e coraggio per opporsi pubblicamente all’opinione dominante, e aspettano l’occasione giusta, magari nel segreto delle urne, per dire la loro (il sottoscritto sperava in questo possibile comportamento nel referendum costituzionale, e in effetti la “spirale del silenzio” ci fu, ma a favore del No, che prese il 60% contro il 52/53% dei sondaggi!), fino alla cosiddetta lethargy, in cui sono immersi quelli che a votare generalmente non ci vanno o si risvegliano solo in momenti topici.

Ma gli svantaggiati dai sondaggi possono neutralizzarli o invertirne il segno purché ingaggino battaglia: in caso contrario per loro c’è sempre in agguato il fenomeno più sconcertante e definitivo, quella profezia che si autoavvera, che sarebbe una versione sofisticata della nota sindrome tafazziana o l’inveramento di una classica legge di Murphy: ti affliggi talmente e pubblicamente per la tua condizione che alla fine la sciagura che ti terrorizza si realizza (fischiano le orecchie a qualcuno?).

In sintesi: altro che sondaggi. Le motivazioni che portano un cittadino a votare (o a non votare) sono mille. E altri mille sono i motivi per cui si sceglie nell’urna uno o l’altro dei concorrenti. E spesso hanno a che fare, credetemi, con la sociologia dei comportamenti, la psicologia cognitiva, le neuroscienze più che con la politica. Ma di tutto questo cominceremo a parlare dalla prossima puntata.

(1 – continua)

di Claudio Velardi

[dt_quote font_size=”normal”]Le motivazioni che portano un cittadino a votare hanno spesso a che fare con la psicologia cognitiva e le neuroscienze più che con la politica[/dt_quote]
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