martedì, 22 Giugno 2021

L’ombra della plastic tax

Da non perdere

Francesca Santoro
Classe '95. Cultrice di linguistica generale, scrittrice in erba, lettrice appassionata. Ama i bei film e le serie tv, ma non più del suo gatto. Teinomane convinta.

Nel film Disney Wall-E – quello del robottino tenero un po’ malmesso e con gli occhioni tristi – la Terra è sommersa dall’immondizia, e i terrestri sono costretti ad abbandonare il pianeta e vivere su una stazione spaziale in attesa di un futuro più “verde”. Ne I Simpson, quando la spazzatura sommerge Springfield senza via d’uscita (a causa di una serie di eventi disastrosi provocata, ovviamente, da Homer), l’unica ed estrema soluzione è “spostare” la città un po’ più in là. Sembra proprio che, superato il punto di non ritorno, ci sia solo un modo per uscirne: fuggire.

È allettante l’idea di una Terra II, un posto dove andare quando il nostro pianeta sarà al collasso. Anche i parassiti, d’altro canto, sfruttano al massimo le risorse dell’ospite e poi si trasferiscono. E così sopravvivono. Efficace. Sono decenni che ci comportiamo come se le risorse a nostra disposizione fossero infinite, dimostrando in effetti meno lungimiranza dei parassiti. Al momento, infatti, la Terra è l’unico pianeta che abbiamo e il nostro punto di ritorno è decisamente più vicino del momento in cui ci saranno le tecnologie per spostare 7 miliardi di persone. Magari un po’ meno: prima i ricchi.

L’Europa diventa (si spera) plastic-free

Qualche soluzione c’è, anche se sarebbe stato meglio iniziare prima. Energie rinnovabili, riciclo, plastic-free, riutilizzo, sono molte delle parole chiave che ci interessano. Le nostre case (voglio sperare) sono popolate di bidoni colorati per vetro, carta e plastica. Ma non c’è solo questo. Non basta trasformare mezza bottiglia di plastica in una lampada. Con la spada di Damocle della plastic tax (1° luglio 2021) che pende sulle teste dei CEO delle aziende italiane, numerose industrie stanno un po’ correndo ai ripari. La plastic tax è «una tassa del valore fisso di 0,45 centesimi di euro per ogni chilo di prodotti di plastica monouso venduto» (Confcommercio), più eventuali sanzioni. Ho recentemente letto parole venate di disperazione per la possibile futura scomparsa delle palette di plastica (quelle in legno pare siano troppo deperibili) per girare il caffè dei distributori automatici. Una catastrofe. Niente paragonato al Global warning e al Climate change.

Prodotti vecchi, confezioni nuove

L’azienda Plasmon, che oltre ai biscotti fa anche moltissime altre cose, ha lanciato per la sua merenda “spremi e gusta” un packaging completamente riciclabile – se riciclato correttamente. Ed è un grande “se”, poiché dopo anni di raccolta differenziata i cittadini fanno ancora resistenza, e “Questo dove si butta?” viene chiesto in media una volta a settimana nelle case degli italiani (dati ISTAT, eh). Per chiarezza, poiché c’è molta confusione a riguardo, gli scontrini in carta termica (cioè, la maggior parte degli scontrini), non vanno né nella carta né nella plastica, bensì nell’indifferenziata. Molto male, direi.

Plasmon, McDonald, Coca-Cola, con i loro nuovi packaging riciclabili o già riciclati seguono i principi dell’economia circolare, che sostanzialmente elimina il concetto del “rifiuto”. Considerando che nel 2019 l’Italia, da sola, ha prodotto 30 milioni di tonnellate non è un’idea irragionevole. L’economia circolare è «un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile» (europarl.europa.eu). È contrapposto dunque a quello dell’economia lineare, il modello tradizionale seguito sconsideratamente da millenni. L’economia circolare prevede ovviamente anche l’utilizzo di energie rinnovabili, design intelligenti, semplici da riciclare, collaborazione fra le aziende. I vantaggi comprendono la diminuzione dei gas serra, conseguenza di un uso dissennato delle materie prime (necessarie anche nell’economia circolare, ma in misura minore), aumento del PIL e, stando al nuovo piano d’azione per l’economia circolare, la creazione di 700mila nuovi posti di lavoro. Dunque non più “estrarre, produrre, utilizzare e gettare”, schema dell’economia lineare, ma “estrarre poco, produrre con intelligenza, utilizzare molto, anzi, moltissimo, e riciclare”. Da qualche parte andrebbe aggiunto anche “sensibilizzazione” delle aziende. Bene la plastic tax ma, considerando che entrerà in vigore a breve, prodotti come salumi, pasta, cose tecnologiche (pensate a quelle confezioni in plastica dura impossibili da aprire senza una sega elettrica e guanti protettivi), continuano a usare moltissima plastica. Conviene più pagare la tassa che cambiare materiale?
Vedremo.

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