giovedì, 21 Ottobre 2021

Lo SPID fra valorizzazione democratica e principio di autoresponsabilità

Da non perdere

Commento a:

Tar Campania – Napoli – sentenza del 23 aprile 2021 n. 2608

Tar Lazio – Roma – sentenza del 12 aprile 2021 n. 4229

L’entusiasmo mediatico con cui è stata accompagnata la sottoscrizione referendaria sulla cannabis, facendo risaltare la strategicità dell’utilizzo dello SPID per raggiungere la fatidica soglia delle 500mila firme, è oggetto di sorvegliata riflessione da parte di costituzionalisti e, più in generale, di politologi circa le implicazioni di democrazia diretta che quella fulminea raccolta sottende o potrebbe innescare: peraltro, sono di questi giorni – e valutati con altra, differente attenzione rispetto al passato – gli esiti dei referendum che hanno interessato, su vaste problematiche afferenti i diritti delle persone, sia la Svizzera[1] che la Repubblica di San Marino[2].

L’idea è “bilanciare” il predetto entusiasmo, disvelando un aspetto della utilizzabilità delle nuove tecnologie che, solo apparentemente, possono inscriversi nell’ambito delle semplificazioni burocratiche, comportando, per contro, modifiche complesse e profonde nel rapporto stesso, fra cittadino – Pubblica Amministrazione.

Sotto tale angolazione, emblematico è il caso offerto dalla sentenza del Tar Campania – Napoli del 23 aprile 2021  n. 2608.

A fronte di una istanza di accesso ad un atto del sistema anagrafico, al fine del rilascio di un certificato di residenza, funzionale ad individuare la abitazione di un soggetto poi da evocare in un giudizio civile, il TAR partenopeo sottolinea come la scelta della parte interessata di ottenere quella certificazione con il rito dell’accesso agli atti, abbia in effetti concretizzato una violazione della regola aurea della buona fede e diligenza, essendo sproporzionato chiedere con un rito giudiziale quanto si può ottenere in modo semplice, non contenzioso, tramite, appunto, la procedura abilitata dallo SPID.

Osserva (testualmente) il giudice partenopeo: «Ritiene il Collegio che la scelta della parte appare, invero, posta in violazione delle regole di correttezza e buona fede che devono caratterizzare la condotta di tutte le parti del rapporto giuridico, anche quelle del cittadino nei confronti della amministrazione con conseguenze in punto di inammissibilità del ricorso.

Ed invero, il costituito procuratore ha inteso procedere alla acquisizione della certificazione anagrafica con un meccanismo complesso ed articolato che non corrisponde alle ordinarie modalità con le quali i certificati dell’anagrafe e dello stato civile vengono richiesti all’amministrazione.

Egli, anziché rivolgersi direttamente agli uffici, ha proposto una istanza di accesso, neanche estremamente chiara nel suo contenuto che può aver indotto in errore l’amministrazione in ordine allo specifico contenuto della richiesta.

Il già citato d.P.R. n. 223 del 1989, all’art. 33, comma 1, dispone che: “L’ufficiale di anagrafe rilascia a chiunque ne faccia richiesta, fatte salve le limitazioni di legge, i certificati concernenti la residenza e lo stato di famiglia”.

La stessa parte avrebbe potuto ottenere il certificato di suo interesse con semplice richiesta inoltrata all’ufficio anagrafe del comune, senza formalità, ricevendolo a vista.

Lo stesso procuratore avrebbe, poi, potuto richiedere il certificato, come di norma accade, con pec rivolta all’ufficio anagrafe dello stesso comune o utilizzando il sistema dello SPID che consente a chiunque di avere immediato accesso ai certificati ed alle informazioni detenute dalle pubbliche amministrazioni.

Le amministrazioni nazionali, infatti, in attuazione dei principi di semplificazione consentono la consultazione informatica dei dati della anagrafe nazionale in attuazione dell’art. 62 del Codice della Amministrazione Digitale e dei principi contenuti nel Regolamento (UE) 2016/1191 del Parlamento e del Consiglio».

Il passo alla successiva affermazione dell’abuso del diritto è breve: aggravare un procedimento, ricorrere al giudice quando un risultato si può ottenere facilmente con uno strumento non contenzioso (lo SPID), sottende uno spreco di quella “risorsa limitata”, costituita dalla giurisdizione, che si traduce nella negazione della tutela innanzi al giudice (amministrativo) adito.

Svolge un percorso in parte identico, ma con applicazione di principio diversa, il TAR capitolino (sentenza del 12 aprile 2021 n. 4229), ove afferma che la domanda di partecipazione ad un procedura selettiva non accompagnata dalle pertinenti forme, identificative (lo SPID), è una istanza che correttamente la Pubblica Amministrazione, rifiuta, «in quanto non si tratta di procedere ad un’integrazione documentale, bensì di integrare un requisito fondamentale dell’istanza stessa, concernente l’individuazione della provenienza, cioè l’identificazione dell’autore; non si tratta di allegare o certificare circostanze di cui la PA è in possesso, bensì della stessa imputabilità della domanda all’istante, che perciò, in tale funzione non è surrogabile dalla PA, per cui trova piena e rigorosa applicazione del principio di autoresponsabilità dell’istante».

«In tale prospettiva – aggiunge il TAR – risulta dirimente la formulazione dell’art- 65 del d.lgs. 82/2005 nella versione precedente alle modifiche apportate dal D.L. 16 luglio 2020, n. 76, che, nel prescrivere le condizioni di validità delle istanze presentate in via telematica, indicava le diverse modalità utili a tal fine, stabilendo che: “1. Le istanze e le dichiarazioni presentate per via telematica alle pubbliche amministrazioni e ai gestori dei servizi pubblici ai sensi dell’articolo 38, commi 1 e 3, del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, sono valide: a) se sottoscritte mediante una delle forme di cui all’articolo 20; b) ovvero, quando l’istante o il dichiarante è identificato attraverso il sistema pubblico di identità digitale (SPID), …».

Può allora concludersi confermando che le tecniche sono in grado di modificare le forme, ma anche la sostanza dei rapporti: in questo caso, fra cittadino-amministrato e pubblici uffici, in quanto se è vero che si dilata sempre più il principio di responsabilità che pervade in uguaglianza tutti i soggetti, anche quelli Istituzionali, parimenti campeggia nell’attuale tempo, il principio di autoresponsabilità di cui lo SPID è, emblematicamente, segno proteiforme, sia della semplificata partecipazione, sia dell’impegnativa regola dell’interagire attrezzato, con le pubbliche Amministrazioni.

Ci dibattiamo fra sigle, acronimi, anglismi: la double face dello SPID può essere ben sintetizzata dall’antico brocardo: “ubi commoda, ibi incommoda”.

La traduzione è intuitiva.

Articolo a cura di Diotima Pagano

Per approfondire:


[1] Referendum “Matrimonio per tutti”: ha legalizzato i matrimoni tra le persone dello stesso sesso raggiungendo il 64% di SI

[2]Referendum per la legalizzazione dell’aborto è stato approvato col 77% dei voti favorevoli

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