martedì, 18 Gennaio 2022

L’internet che non ti aspetti

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Manuela Scognamiglio
Napoletana doc, vive a Milano e lavora nell'ambito del Digital Engagement e Intrattenimento. È appassionata di lingue e comunicazione. Apprezza le sfide, il coinvolgimento internazionale e la conoscenza, così come il confronto con le persone. Crede nella condivisione delle esperienze, nella creazione di opportunità e nel cambiamento.

Navigare su internet può non sembrare inquinante come navigare in mare, a bordo di uno yatch, ma, come spesso accade, apparenza e realtà non sempre vanno d’accordo.

I cloud, i data center che stanno raccogliendo piano piano i dati di tutto il mondo – raffigurati dalla nuvoletta azzurra, per intenderci – assorbono oggi l’1% della domanda globale di energia. I consumi diventano emissioni, stimate da 1 a 5 tonnellate di CO2 in un anno per un solo server. Eppure, dell’impatto di internet sul riscaldamento globale si parla poco (anche se il ministro Cingolani ne ha parlato recentemente).

Le Big Tech protagoniste

Fatta questa premessa, il primo pensiero va alle Big Tech. Ebbene, i numeri sono importanti: Amazon è la più inquinante, con quasi 55 milioni di tonnellate di CO2 emesse solamente nel 2020. Seguono Samsung con 29 milioni, Apple con 22 milioni, Google con 12,5 milioni, Microsoft con 11,5 milioni e infine Facebook con 4 milioni. Naturalmente le aziende in questione sono ben consapevoli di questi dati e si sono poste degli obiettivi: Apple punta a raggiungere la “carbon neutrality” entro il 2030; Samsung, in Cina, Europa e USA, utilizza il 100% di energia rinnovabile mentre, entro il 2050, Microsoft ha intenzione di eliminare dall’ambiente tutto il carbonio che ha emesso da quando è stata fondata, nel 1975.

E nel concreto?

La maggior parte dell’impegno riguarda il meccanismo delle compensazioni di carbonio. Si tratta di acquistare sul mercato dei certificati negoziabili equivalenti ad una tonnellata di CO2 non emessa o assorbita grazia ad un progetto di tutela ambientale. Google ne ha comprati per 8 milioni di tonnellate negli ultimi 5 anni. Facebook per 145mila tonnellate nel 2020. Microsoft pianta alberi in Madagascar, Amazon in Brasile. Un meccanismo che premia i comportamenti virtuosi, certo, ma che da solo chiaramente non può essere sufficiente.

Una strategia che potrebbe fare la differenza consisterebbe nel crearsi il proprio data center, acquistando sul mercato energia rinnovabile. La piccola italiana Aruba, ad esempio, dal 2011 utilizza al 100% energia rinnovabile con certificazione di Garanzia di Origine (GO). Il suo approvvigionamento per il data center proviene dall’acquisto di una società idroelettrica veneta, dall’installazione di parchi fotovoltaici, e utilizzo di geotermico. In questo modo, invece di esternalizzare la gestione dei dati, Aruba sceglie la propria fornitura di energia e riesce a misurare il proprio consumo che è possibile diminuire progettando, per esempio, siti internet che vanno in standby dopo alcuni minuti di assenza di navigazione. Lo fa il sito italiano di Suzuki, che ha ridotto 206 chili di CO2 l’anno. Se tale soluzione fosse implementata dai primi 100 siti italiani per traffico, la riduzione sarebbe di 15 600 tonnellate di CO2 l’anno; un po’ come se 5mila auto sparissero all’improvviso. Ed ecco che inizia a diventare interessante.

Il paradosso di internet

Se da un lato, sì, è vero, bisogna tenere presente che internet e il digitale inquinano anche se “non lo percepiamo”, dall’altro abbiamo a disposizione, oggi, degli strumenti che ci permettono di avere un minor impatto sull’ambiente. La tecnologia, che va utilizzata con le dovute accortezze perché sia il meno possibile nociva per l’ambiente, rappresenta in realtà la soluzione all’efficientamento dei processi, un’alternativa all’interazione fisica laddove complicata e quindi una risposta al risparmio di grandi quantità di CO2. Pensiamo alle videoconferenze che permettono di evitare lunghi viaggi in aereo, o a nuove tecnologie già sviluppate, che permettono di utilizzare il calore prodotto dai data center per riscaldare gli edifici nelle loro prossimità. O ancora alle potenzialità del 5G: secondo uno studio di Ericsson, l’utilizzo della tecnologia 5G nei settori dell’energia, del trasporto, manifatturiero e dell’edilizia, quattro settori ad alta intensità di carbonio, potrebbe creare un risparmio annuale di emissioni tra i 55 e i 170 milioni di tonnellate di CO2. Per immaginare la portata di questi numeri basti pensare che sarebbe come togliere dalle strade dell’Unione Europea oltre 35 milioni di automobili ogni anno. Lo studio sostiene, non a caso, che almeno il 40% delle soluzioni per la riduzione di CO2 adottate nell’UE da qui al 2030 si baserà sulla connettività fissa e mobile.

Insomma, più che una questione di tecnologie, sembra una questione di volontà. È importante che la tutela dell’ambiente sia tra le priorità delle Big Tech, degli enti regolatori, ma anche di chiunque abbia a che fare con la tecnologia, perché la linea d’azione tenga sempre in considerazione tale variabile.

E non sottovalutiamo il potere dei consumatori. Adeguando i nostri comportamenti alle esigenze di salvaguardia ambientale, non ci vorrà molto affinché le aziende comincino a offrire soluzioni sempre più innovative ed efficaci.

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