mercoledì, 04 Agosto 2021

L’intelligenza artificiale è tutta un’altra cosa

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Il termine tecnico, bruttissimo, è: singolarità tecnologia. Che sta a dire: l’evoluzione tecnologica è così rapida che arriverà un momento nel quale tutti i paradigmi muteranno e il mondo non sarà più irreversibilmente quello di prima. Nel concreto sta a dire che l’intelligenza artificiale supererà quella umana e le macchine la faranno da padrone.

Un misto di fantascienza e fantascienza. La prima fantascienza è quella nata dalla fantasia dei narratori e dei cineasti. La seconda è quella che, dopo essersi diffusa come ragionevole preoccupazione, sembra ormai inquietare molti ricercatori, imprenditori, scienziati. Lo stesso Stephen Hawking, non molti mesi prima di lasciare questo mondo, ci ammoniva insieme a Bill Gates a fermare questa macchina prossima a diventare completamente autopoietica.

Ma davvero l’umanità rischia di precipitare in una cybersocietà nella quale l’umano sarà marginalizzato, dove gli automi la faranno da padrone, dove accederemo ad una sorta di immortalità facendo l’upload dei nostri cervelli su computer tanto potenti da rimpiazzarci in ogni nostra terrena attività? Una risposta, molto autorevole, documentata e dettagliata, viene da Jean-Gabriel Ganascia, professore di informatica all’università Pierre-et-Marie-Curie di Parigi e presidente del comitato etico del CNRS, autore di Le mythe de la singularité, pubblicato da Seuil. E dice: no, quei rischi li vede soltanto la futurologia empirica; nulla di concreto permette di disegnare un futuro simile.

Semmai, ad avviso di Ganascia, è vero il contrario: certamente, l’intelligenza artificiale sta facendo passi da gigante, ma dobbiamo imparare a prender le misure non soltanto guardando al passato ma anche rispetto ai target; e se il target è l’immane complessità del cervello umano appare chiaro che l’intelligenza artificiale è ancora ben lontana anche soltanto dall’assomigliargli. Gli argomenti portati da Ganascia sono molto interessanti, perché non provengono da un umanista, ma da un cibernetico, non da qualcuno che vede con terrore la scienza e la tecnica, ma da un ricercatore che vive da trent’anni tra computer sempre più veloci e algoritmi sempre più efficaci.

Dice, Ganascia, che la cosiddetta legge di Moore, per la quale la potenza dei computer raddoppia all’incirca ogni due anni è una farloccaggine. In primo luogo, perché deriva da un’osservazione empirica sul passato e non da un modello fondato prospetticamente. E, in secondo luogo, perché ci sono dei limiti tecnologici che non siamo ancora in grado di gestire.

Senza entrare nei dettagli tecnici, basti considerare il fatto che l’aumento della potenza delle macchine è strettamente correlato alla miniaturizzazione, la quale non è infinitamente perseguibile: esiste un limite oggettivo, costituito dalle dimensioni fisiche dei cristalli di silicio, oltre il quale non sarà possibile andare, pena cambiare tecnologia, magari inventando nuovi materiali, dei quali, però, non si ha oggi né idea né traccia. Insomma: la legge di Moore non è una legge, è una semplice constatazione. Analoga sorte deve toccare, secondo Ganascia, alla legge di Kurzweil: mica vero che lo sviluppo delle tecnologie segue sempre e per forza un andamento esponenziale.

Addirittura segue un andamento a zig-zag, con arresti repentini e ritorni indietro. Ray Kurzweil teorizza sei epoche dell’evoluzione del mondo: quella fisico-chimica, fino alla formazione delle cellule; quella biologica, con le cellule e il patrimonio genetico; la terza è l’epoca del cervello umano; la quarta è quella della scienza e della tecnologia; poi arriva la quinta, con la fusione tra la tecnologia e il cervello umano; infine, la sesta epoca: l’intelligenza umana, ormai ben poco biologica e quasi tutta di silicio, permea l’universo in una roboante marcia trionfale.

Ora, l’idea di Kurzweil, che Ganascia detesta, è che queste epoche siano sempre più rapide. Mica vero, dice il cibernetico francese: è solo apparenza; il fatto che la prima epoca sia durata milioni e milioni di anni non comporta che la prossima, la quinta, debba risolversi in un battibaleno. Ultima nota: rimane il fatto che le macchine del futuro potranno assumere comportamenti finalizzati in maniera autonoma. Non è vero, scrive Ganascia: “L’autonomia di un agente, in senso tecnico, comporta che esiste una catena di causalità materiali che vanno dall’acquisizione di informazioni attraverso dei sensori, fino alla decisione e poi all’azione, che non vede alcun intervento di agenti esterni, in particolare dell’agente umano. Ma sotto un altro profilo, l’autonomia attiene alla capacità di darsi una propria legge che detti le regole e le finalità del proprio comportamento. In questo secondo punto di vista, l’autonomia si oppone all’eteronomia, cioè alla sottomissione di un agente ad una legge dettata da altri, dall’esterno.

Ora, siccome gli algoritmi di apprendimento sono basati sul rinforzo e siccome questo algoritmo è configurato da qualcuno che in quel modo ne determina i criteri di ottimizzazione a priori, ne deriva che la macchina non sarà mai in grado di modificarli”. Epilogo: l’intelligenza artificiale è tutta un’altra cosa.

 

di Stefano Bevacqua

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davvero l’umanità rischia di precipitare in una cybersocietà nella quale l’umano sarà marginalizzato e gli automi la faranno da padrone?

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