domenica, 29 Gennaio 2023

L’insostenibile leggerezza di essere nativi digitali (senza educazione)

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Non esistono i nativi digitali. O meglio, esistono, ma non sono i nostri figli, nipoti, cugini, sorelle e fratelli minori che scrivono coi pollici e vivono metà delle loro giornate con uno smartphone in mano. L’idea che ci siamo fatti in questi anni, da quando Internet è entrato a 360° nelle nostre vite, è che sia sufficiente avere un accesso al web per sentirci liberi e competenti nella nostra esistenza digitale. Così, trasmettiamo il nostro approccio naif ai figli, trascurando totalmente l’importanza dell’educazione digitale.

Ma chi è un nativo digitale? A coniare questa espressione, fra critiche e non, è stato Marc Prensky, un consulente nel campo dell’educazione. Secondo Prensky, le persone esposte fin da subito al digitale, al contrario della generazione precedente (gli immigrati digitali), sviluppano nuove forme di apprendimento ed elaborano le informazioni in maniera diversa. L’espressione è stata, poi, a più riprese criticata, probabilmente con buone ragioni. Che i bambini digitali siano esposti a nuovi e differenti stimoli è un dato di fatto: oggi un bambino che ancora non sa leggere è comunque in grado di riconoscere le app sul cellulare e di fare tap su quella dei giochi. Così com’è in grado di scorrere da solo, con il classico gesto del su e giù dell’indice, il feed di YouTube e far partire l’ultimo video più cliccato nella categoria cartoons. Tutto questo basta? No, anche perchè con questo approccio  stiamo contribuendo ad alimentare un nuovo gap in cui formazione e digitale non vanno di pari passo. E a confermarlo sono i dati sulla digitalizzazione del sistema scolastico. Nell’ultimo rapporto dell’Agcom sull’educazione digitale, viene fuori una netta divisione tra scuole del nord e scuole del sud, dove il 3% degli istituti è senza nessun tipo di connessione. Nuove discipline e approcci innovativi, quindi, come il coding e il pensiero computazionale, faticano a essere inseriti all’interno delle programmazioni scolastiche e, dunque, a fare da motore alla rivoluzione digitale e all’innovazione educativa. E fuori dalle aule scolastiche, la situazione non è certo migliore. Neppure in famiglia, infatti, viene trattato il tema del rapporto con il digitale, ma tutto viene lasciato all’improvvisazione, dai like sui social media, fino ad arrivare ai rapporti con gli altri utenti del web. Si instaura così, tra genitori e figli, una comunicazione smorzata fatta di ansie, controlli e poco dialogo, in cui il gap generazionale si allarga sempre di più.

Che si tratti quindi di generazione Z o generazione Millennial è opportuno trovare il punto di incontro tra le due facce della stessa medaglia, ovvero comprensione e educazione. Ma prima di fare questo ci toccherà assimilare il concetto che per avere le competenze digitali dovremmo, almeno, leggere il libretto di istruzioni. Ecco, nel momento in cui avremo capito questo passaggio, allora avremo imboccato la strada giusta. Ma fino a quel momento, resteremo (ancora) tutti nativi digitali. A uno stato embrionale.

di Elania Zito

[dt_quote]L’idea che ci siamo fatti in questi anni, da quando Internet è entrato a 360° nelle nostre vite, è che sia sufficiente avere un accesso al web per sentirci liberi e competenti nella nostra esistenza digitale. Così, trasmettiamo il nostro approccio naif ai figli, trascurando totalmente l’importanza dell’educazione digitale.[/dt_quote]

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