martedì, 22 Giugno 2021

La versione di Mark Zuckerberg

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Per le piattaforme digitali i nodi stanno venendo al pettine, con Facebook a fare da capro espiatorio, ma la strada per acquisire una reale consapevolezza delle dinamiche dei nuovi media è ancora lunga. Intanto il 10 aprile è stato un giorno che ha fornito parecchie indicazioni a chi frequenta Web e social network.

Mentre Mark Zuckerberg si apprestava a rispondere alle domande di 44 senatori americani, il Pew Research Center pubblicava un sondaggio condotto tra il 3 e il 10 gennaio 2018. Dai risultati è emerso che il 68% degli adulti in Usa è iscritto a Facebook ed è superato solo dal 73% di Youtube. In particolare, le donne rappresentano il 74% e gli uomini il 62%.

È più probabile che a usare la piattaforma siano persone che vivono nei centri urbani e che hanno frequentato almeno il college. I giovanissimi sono i più fedeli, basti pensare che l’81% di chi ha tra 18 e 29 anni è su Facebook, contro il 41% di chi ha 65 anni o più, ma l’utilizzo della piattaforma da parte di quest’ultima categoria è aumenta del 20% dall’agosto 2012.

Pare inoltre che non si possa fare a meno di usare il popolare social network. Il 74% degli americani intervistati dichiara infatti di controllarlo almeno una volta al giorno e il 45% lo fa per informarsi, dunque per ricercare notizie, sebbene poi, in base ai dati di una ricerca condotta a marzo 2017, le persone considerino bassa l’attendibilità di ciò che leggono su Facebook e in generale sugli altri social media. In particolare, solo il 5% ha molta fiducia e il 33% un po’ di fiducia in ciò che legge.

Ancora, il 10 aprile ha avuto luogo anche il DigitalDay18, che segue gli accordi raggiunti al DigitalDay17 del 23 marzo 2017 a Roma. Si è parlato di Intelligenza artificiale, Blockchain, robotica, big data, perché anche nel vecchio continente si vogliono incoraggiare gli investimenti nelle tecnologie e nelle infrastrutture digitali e raggiungere impegni congiunti.

Nel corso del meeting, come riporta Primaonline, Mariya Gabrel, che in Commissione europea è responsabile per l’economia e la società digitali, ha affermato che la protezione dei dati personali è un valore non negoziabile, come testimonia la prossima entrata in vigore del Regolamento generale sulla privacy. Ma quali rassicurazioni ha dato Mark Zuckerberg al Congresso Usa?

Il Washington Post ha riportato la trascrizione integrale dell’audizione di cinque ore alle Commissioni Giustizia e Commercio del Senato e si possono leggere diverse analisi da cui emerge che non si è parlato solo di dati. “Facebook è un’azienda idealista e ottimista. Per la maggior parte della nostra esistenza, ci siamo concentrati su tutto il bene che le persone che si uniscono, possono fare”.

“E, quando Facebook è cresciuto, le persone in tutto il mondo hanno ottenuto un potente nuovo strumento per rimanere in contatto con coloro che amano, per far sentire la propria voce e per costruire comunità e imprese”, ha affermato il Ceo della piattaforma più criticata del momento. Ma com’è possibile mantenere gratuito questo potente strumento? Grazie alle pubblicità, come lo stesso Zuckerberg ha risposto su domanda diretta del senatore Hatch.

Molti sono stati gli aspetti discussi e si è cercato di definire la natura stessa della piattaforma. Il Senatore Sullivan infatti, ha chiesto al suo interlocutore se reputa Facebook una società tecnologica o un editore, in particolare il più grande editore del mondo viste le dimensioni.

Scegliere l’una o l’altra ipotesi infatti condiziona anche l’eventuale tipo di regolamentazione da adottare. Milioni di americani consultano la piattaforma per aggiornarsi su ciò che accade, come peraltro abbiamo ricordato in precedenza grazie ai dati del Pew Reasearch Center.

Il Ceo ha affermato che Facebook nasce per creare prodotti tecnologici ma che è responsabile per i contenuti, pur non producendoli e che questa situazione non è incompatibile con l’essere una società tecnologica.

Molti sono stati gli aspetti discussi e l’audizione davanti alla Commissione Energia e Commercio della Camera del giorno seguente, è stata ancora più difficile da affrontare per l’imprenditore, che ha rivelato come le sue stesse informazioni personali siano tra quelle a cui ha avuto accesso Cambridge Analytica.

Infatti la deputata Anna Eshoo ha chiesto a Zuckerberg se le sue informazioni fossero “incluse nei dati venduti alle terze parti malintenzionate” e la risposta è stata affermativa. Intanto, mentre si discute di concorrenza, neutralità della rete, eventuali violazioni e ipotesi di regolamentazione alla luce di quanto affermato da Zuckerberg davanti al Congresso Usa, cresce anche oltreoceano l’apprezzamento nei confronti del Regolamento europeo sulla privacy che entrerà in vigore tra poco.

Proprio dal Vecchio Continente, Věra Jourová, Commissario europeo per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere, chiarisce che lo scandalo di Facebook riguarda tre aspetti: la protezioni dei dati degli utenti, l’ipotesi di frode e la garanzia di libertà durante le elezioni, sui quali l’Ue sta facendo la propria parte. Tuttavia, come ci ricorda Pier Luca Santoro su DataMediaHub, il report dell’Eurostat “Digital economy & society in the EU – 2018 edition” mostra scarsa consapevolezza della gestione dei propri dati online.

Il 71% di chi ha tra 16 e 74 anni, ha fornito almeno un’informazione personale in Rete, con gli Italiani al 52%. La media scende al 22% se i dati richiesti riguardano geo-localizzazione, salute, reddito, lavoro e fotografie. In questo caso gli Italiani registrano addirittura un 14%. Eppure, sempre secondo l’Eurostat, solo il 37% ha letto l’informativa sulla privacy di un sito web, il 31% ha ristretto l’accesso ad informazioni sulla propria geo-localizzazione e solamente il 10% ha richiesto di aggiornare o cancellare le proprie informazioni personali.

Santoro evidenzia quindi come vi sia scarsa consapevolezza in merito alle informazioni che disseminiamo online e che più che legislazioni restrittive o campagne più o meno aggressive, serve intraprendere percorsi di educazione digitale.

 

di Giusy Russo

[dt_quote font_size=”normal”]Senatore Hatch: “Come si sostiene un modello di business che offre un servizio gratuito?”

Zuckerberg: “Senatore, noi pubblichiamo spot”

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