lunedì, 16 Maggio 2022

La Turchia tra energia e diplomazia

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Noel Angrisani
Laureato in Scienza della Politica, ha completato il suo percorso di studi con un master in Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d'Impresa. Per due anni si è occupato di progettazione europea, successivamente ha lavorato presso un'agenzia di eventi corporate e B2B per il No-Profit. Dopo essersi cimentato nel public affairs, oggi lavora come consulente in ambito organizzazione e pianificazione.

Nel più classico degli scenari di scomposizione e ricomposizione, il conflitto russo-ucraino ha costretto gran parte delle potenze mondiali a ripensare le catene di approvvigionamento. Gli stati comunitari si sono affrettati a prendere le distanze dalla Russia di Putin, dopo un lungo sodalizio, adducendo come motivazione l’inaccettabile violazione dei principi dell’ordinamento internazionale. Il neo-vuoto russo ha messo ancora più in evidenza la dipendenza energetica dell’Unione Europea e, vista la cronica incapacità di sviluppare una strategia di autonomia e autosufficienza energetica, si stanno immaginando scenari alternativi, dall’Algeria al gas naturale statunitense.

La Turchia “epicentro energetico”

Questo scenario vede emergere nuovi attori protagonisti, in particolare la Turchia di Erdogan. Infatti, come si legge nell’ultima relazione annuale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), lo stato turco è annoverato tra i principali attori globali – insieme proprio alla Russia e Cina – in quanto «ambisce a diventare il principale hub di passaggio di gas verso il territorio europeo». Un’ambizione fortemente incoraggiata dal tramonto (definitivo?) del Nord Stream 2 che ha spinto inevitabilmente ad una valutazione non solo di fonti, ma soprattutto gasdotti alternativi.

In questo contesto la posizione geografica in cui si colloca la Turchia ne fa un epicentro energetico tra gasdotti e oleodotti, oltre ad una notevole ricchezza naturale con affacci sul Mar Nero e Mediterraneo Orientale. Proprio in questo fazzoletto di mare sono stati scoperti numerosi giacimenti – da Israele con Leviathan (nel 2010, la riserva di gas naturale più grande scoperta in un decennio) all’Egitto con Zhor (un vasto giacimento di gas naturale nell’offshore egiziano) fino all’Azerbaijan con Shah Deniz – che hanno reso l’intera area un centro nevralgico, soprattutto per le rotte del gas.

Tra energia e diplomazia

Ovviamente gli appetiti energetici si sono sommati a nodi diplomatici irrisolti rendendo la situazione estremamente problematica – ad esempio le ataviche tensioni tra Turchia e Cipro. Al momento, però, gli interessi economici ed energetici sembrano prevalere, così come gli sforzi diplomatici. In questa chiave va letto il riavvicinamento tra Turchia e Grecia, così come il ruolo da negoziatore assunto da Erdogan insieme ad Israele per risolvere il conflitto tra Mosca e Kiev.

L’elenco delle triangolazioni potrebbe continuare a lungo, ma il minimo comune denominatore, in questa fase, continua ad essere la Turchia. Il riferimento non è solamente alla proiezione neo-ottomana di Ankara – dalla Siria all’Africa, non c’è scenario in cui Erdogan non sia partecipe – ma alla centralità infrastrutturale e strategica sotto il profilo energetico: dal gasdotto TransAdriatico (TAP) al TurkStream passando per il gasdotto Trans-Anatolico (TANAP).  Un attore con cui è inevitabile fare i conti, non solo per l’ampio raggio d’azione, ma soprattutto per il potere d’interdizione rispetto ad un’infrastruttura – che vede coinvolte Cipro, Israele e la Grecia – strategica nel medio-periodo e di cui si è ripreso a discutere: il gasdotto Eastmed.

Un’alleanza complicata

Secondo alcuni addetti ai lavori l’Eastmed rappresenterebbe un’ottima alternativa per garantire l’approvvigionamento energetico, permane però una duplice incognita evidenziata da Mario Draghi: la prima investe «la Commissione che sta continuando lo studio di fattibilità, bisogna valutare la sostenibilità economica e quella energetica, ovvero quali sono le fonti di approvvigionamento che verrebbero agganciate». La seconda riguarda direttamente la Turchia, in quanto «non è chiaro se sarà coinvolta o no». È un aspetto decisivo, soprattutto perché – come si legge sempre nella relazione del DIS – «Ankara contesta i criteri di ripartizione delle ZEE tra i Paesi rivieraschi, denunciando l’inadeguatezza del principio che estende anche alle isole i diritti di sfruttamento delle risorse presenti nelle piattaforme».

L’energia può rappresentare l’ennesima carta offerta dall’Unione Europa alla Turchia – continuamente in procinto di entrare in Europa e membro della Nato – per sancire la sua indispensabilità. Per quanto possa essere urgente e necessario trovare un’alternativa alla Russia, il rischio è di passare dalla dipendenza ex sovietica a quella della mezzaluna.

Se Putin non è stato mai considerato un allievo di Tocqueville, Erdogan è ritenuto «un dittatore, di cui però si ha bisogno […] pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese» – un po’ come è stato per i flussi migratori.
In un distillato di realismo politico, come ha concluso Mario Draghi, «bisogna trovare il giusto equilibrio». Operazione complessa in un’epoca di manicheismo e caccia alle streghe.

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