martedì, 29 Novembre 2022

La sfida lanciata dai giovani alla politica

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Parlare dei giovani è complesso. Come si affronta la questione giovanile per non cadere nello scontro “tra la retorica degli sfruttati e la retorica dei bamboccioni, quella tra vittimisti e colpevolisti”?

Nell’introduzione di “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia”, pubblicato pochi giorni fa da Egea, Francesco Cancellato scrive: “Quella generazionale è la più importante e grave questione che l’Italia ha di fronte, almeno per i prossimi vent’anni (..) Abbiamo una disoccupazione giovanile che nel 2016 lambiva il 38%, una delle più alte in Europa, trenta punti superiore a quella tedesca. Abbiamo un numero di giovani che non studiano né lavorano inferiore solamente a quello dei giovani greci (..)”.

“E nonostante questo, non c’è paese che spenda meno per politiche e servizi a sostegno delle famiglie con figli o che vorrebbero averne, e non c’è paese che più di noi spreca il talento femminile tenendolo fuori dalla porta del mondo del lavoro”.

Incompresi, traditi, delusi, i giovani in Italia vivono un’esperienza dai risvolti sostanzialmente negativi. Negli anni le risposte alle istanze giovanili sono state disattese dalla politica e la questione è diventata non più procrastinabile.

Alessandro Rosina su La Repubblica di oggi riporta i dati di un’indagine dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, condotta su 1009 ragazze e ragazzi prima e dopo le elezioni. È emerso che chi ha tra 20 e 35 anni ha votato spinto da due fattori: l’insoddisfazione nei confronti dei governi precedenti e la distanza rispetto ai partiti tradizionali. L’unica apertura possibile verso la politica è rappresentata da chi presenta proposte nuove, supportate poi dai fatti. Talvolta però la spinta all’azione, propedeutica a cambiamenti di carattere politico, arriva dai giovani stessi.

A comprenderlo è Oxford Dictionaries, che alla fine di ogni anno stila un elenco delle parole più significative, e che per il 2017 ha scelto proprio youthquake, ovvero “un significativo cambiamento culturale, politico o sociale nato grazie all’azione o all’influenza dei giovani”. Di solito Oxford Dictionaries introduce neologismi ma in questo caso l’espressione, già nota, era stata coniata negli anni Sessanta da Diana Vreeland di Vogue per indicare l’influenza che i giovani britannici stavano avendo sulla moda e sulla musica. Lo scorso anno invece il termine ha assunto un’accezione di carattere politico-sociale.

Come è stato riportato sul Guardian, Casper Grathwohl, il presidente di Oxford Dictionaries, per giustificare la scelta ha detto: “a volte tu scegli una parola come parola dell’anno perché riconosci che è arrivata, ma altre volte ne scegli una che sta bussando alla porta e che tu vuoi aiutare a entrare”.

L’auspicio è che in sostanza siano le nuove generazioni stesse a far progredire società impantanate in emergenze diventate problemi cronici e ferme davanti a gruppi che si fanno portatori di istanze confliggenti. Nei mesi la scelta di Oxford Dictonaries si è rivelata lungimirante.

Tutti ricordiamo l’emozionante March for Our Lives dello scorso 24 marzo che ha coinvolto giovani americani e non solo, per garantire scuole sicure e rivedere la legislazione in materia di armi.   In realtà però, come riporta per il World Economic Forum, Gordon Brown, ex Primo Ministro inglese e Inviato speciale delle Nazioni Unite per l’educazione globale, sono molteplici gli esempi di attivismo giovanile in giro per il mondo.

Basti pensare alla marcia contro il lavoro minorile in India, quella contro i matrimoni forzati in Bangladesh. Nel 2015 il gruppo Youth Advocates for Change ha attraversato la capitale della Nigeria Abuja per chiedere scuole sicure e una protezione adeguata della polizia e dell’esercito contro i terroristi di Boko Haram.

Ancora in India a gennaio, 40 milioni di giovani e adulti hanno protestato contro i matrimoni tra bambini formando una catena umana lunga più di 8.000 miglia. A febbraio, gli studenti peruviani sono scesi per strada contro gli stage non retribuiti, in Honduras contro l’eccessivo costo dell’istruzione superiore.

Brown scrive inoltre che in Pakistan, dove a sette milioni di bambini in età scolare è negata la possibilità di frequentare la scuola, nei prossimi giorni verrà lanciata una petizione che chiede il diritto all’istruzione, appello che sarà sostenuto al G20 del prossimo novembre in Argentina.

Da “problema” a soluzione il passo è breve, i giovani in giro per il mondo stanno dimostrando di essere molto più di una risorsa. Non si limitano a chiedere alla politica ma la sfidano, svelandone contraddizioni e incapacità. Potrebbe sembrare un’antinomia ma stiamo scoprendo in maniera sempre più palese la saggezza dei giovani.

 

di Giusy Russo

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Potrebbe sembrare un’antinomia ma stiamo scoprendo in maniera sempre più palese la saggezza dei giovani

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