lunedì, 16 Maggio 2022

La Russia Eterna e interna

Da non perdere

Andrebbe ignorato ciò che vien detto solo per turbare le coscienze, per provare a guardare dentro le ragioni degli irragionevoli. Lasciando perdere semplificazioni consolatorie. Cartina di tornasole: Mélenchon, la sinistra radicale o chiamatela coerente, che chiede cose quasi altrettanto irrealizzabili della destra. Poi in parte si unisce ma solo “contro” non “per costruire”. Sullo stesso piano ci sono, ma stanno con la Le Pen, Salvini o Giorgia Meloni, intercambiabili, per chi, tra i “rassegnati reclamanti” di destra si va annoiando dell’uno o dell’altra.

Restano in scia con questi ed altri “radicalismi” capaci di allineare ingiustizie vere e presunte, delusioni d’aspettative fondate o meno, anche terrapiattisti e no vax, putinisti, dubbiosi o indifferenti, i non-resistenti antiatlantici e persino un bel pezzo di complottisti insurrezionali, soddisfatti ed ostili per le fatiche e gli errori delle democrazie. Tutti sullo stesso piano? No, ma quasi tutti egualmente “aggressivi” e “post-veritieri”. Attentissimi, ed attenzionati, da quell’ecosistema della rabbia che vede esplodere un 6% di destra ed un 8% di destra sui social, in due direzioni:        

  1. occupare con parole d’odio tutto lo spazio che le piattaforme consentono, e sostengono. Costruendo “spirali” e “bolle” potenti ed “appetibili”;
  2. attaccare senza quartiere i moderati del proprio campo strozzandoli in una tenaglia e che aiuta la narrazione del campo avverso. Questo avviene soprattutto a sinistra e soprattutto tra i democratici americani.

La questione non è solo il come o il chi, ma il perché della paura, della sua dilagante forza antisistema. Le ragioni oggettive per cui si sono esaurite le grandi conquiste e i benefici, i consensi e le deleghe istituzionali del lungo periodo di pace dell’Occidente moderno, sono abbastanza irrevocabili. L’esaurimento della spinta propulsiva del “moderno” procede da tempo, e negli anni ‘90 è stata pure incalzata, culturalmente, dalla contestazione post-moderna. Sono radici forti, economiche, sociali ed innanzitutto demografiche: oggi vediamo che una società che invecchia diventa, quasi per forza, reazionaria, e se non cambia (ed è difficile) declina e si chiude.

Parlando di noi, molti boomer hanno consumato risorse ed accumulato delusioni rispetto alle generazioni precedenti, abituate a star sempre meglio dei genitori. Pur avendo vissuto molto al di sopra delle sofferenze dei padri e dei nonni, si sentono frustrati nelle loro aspettative. I loro figli e nipoti vivono, oltre alle frustrazioni proprie, le narrazioni deluse dei padri. Le società affluenti sono cresciute e migliorate, quando è stato possibile, grazie a libertà ed apertura, anche acquisendo giovane forza lavoro dall’esterno (o dalle aree interne più povere). Quando si sono fermate, per mutate condizioni globali e condizioni tecnologiche della crescita, vecchi e giovani sono entrati in frizione con i flussi migratori, con i cambiamenti culturali, oltre che con le loro aspettative socioeconomiche.

Anche le società multietniche dinamiche ed aperte, come gli USA, hanno scavato fossati, alzato muri sperando di proteggere una condizione o di restaurarla (MAGA), e su questo hanno lavorato impostazioni conservazioniste (ambiente) o piuttosto illusioni conservatrici. Naturalmente la scelta delle “preferenze” social mediatiche (i like), ha via via plasmato l’infosfera, indirizzato i contenuti documediali per il verso del conflitto, e costruendo nemici per ogni “verso”.

Ciò è avvenuto diversamente da una zona del mondo all’altra, con alcuni tratti comuni, ma altrettante diversità. Mutuo qualche considerazione da un libro molto bello ed esaustivo (almeno quanto le sue lezioni) del prof Andrea Graziosi, “il futuro contro: democrazia, libertà, mondo giusto” per ricordare come il ruolo dello stato nazionale abbia catalizzato le spinte liberali e liberatorie di metà 800, i risorgimenti, ed altrove anche quelle della decolonizzazione con fallimenti e successi.

Fu tra le altre una particolare definizione costruita della “Questione Nazionale”[1] a guidare Lenin verso la violenza e a forgiare la “Russia che ha scelto la schiavitù” (Vasilij Grossman)[2] che Stalin condusse verso la de-ucrainizzazione, l’Holodomor ed il “terrore”: questo impianto arretrato ma sperimentato sostiene anche le spinte conservatrici, i revanscismi, le ideologie antimoderne e le nostalgie premoderne di oggi.

La storia di adesso, così, viene strumentalizzata, utilizzando elementi veri (la democrazia è mercato, la libertà reca il rischio delle fazioni come ricordavano Madison e De Toqueville), si acquisiscono diritti impensati in nome dei quali si costruiscono e distruggono mondi nei quali la “persona” è l’ultima cosa.

La Russia post-comunista, il suo blocco, prima s’è accartocciato, poi ha liberato energie; nei paesi del centro Europa, sostenuti ed aperti c’è stata democrazia, crescita, ma anche chiusura (Ungheria, Polonia). Nell’immenso continente russo, alla speranza di modernizzazione seguita alla fine del comunismo è succeduto il sequestro delle ricchezze e potere, da parte di nuovi apparati che hanno dirottato, assieme ai petrorubli, anche la rabbia e la delusione popolare, contro l’ideologia di un nemico multiforme in senso reazionario.

Eterna Russia
Fonte immagine: sentiericona.it

Per questo nella mente del “Putin collettivo” si stagliano i nemici di sempre: “la kulakaglia”, l’ebreo, il traditore, il separatista, chi non parla russo. Ma anche il capitalismo e l’imperialismo. Contro i quali la Russia post-sovietica, insorge col Nuovo Testamento ed il Kalashnikov in mano. Affonda in questo immaginario la “denazificazione” cioè la de-ucrainizzazione, nasce dal vittimismo aggressivo dipinto nell’invenzione della “Eterna Russia” (lingua, territori, risorse, fede) di Il’ja Sergeevič Glazunov (morto nel 2017) definito da lui stesso «un libro di testo della storia russa nella sua genuina maestà, una canzone della gloria della nostra nazione». Orribile e chiaro solo a guardarlo.

Nel quadro speculare «Il mercato della nostra democrazia, 1999» dove il pittore pretende di rappresentare “l’intero incubo del turbolento fine Novecento” – costruito secondo lui contro la Russia del dopoguerra – c’è, nonostante tutto, un raggio luminoso di speranza e fiducia nell’imminente rinascita della Russia.

Il mercato della nostra democrazia, 1999
Fonte immagine: archive.com

Dove sono messi in rilievo insieme quelli che non credono nella fede, e quelli che non credono in sé stessi, i deboli, gli effeminati, omosessuali e nazisti, e Marilyn Manson. Brutto ma molto vero. I moscerini, insomma, che Putin sputa indicano una supremazia “spirituale” che si avvera con la guerra di aggressione e il consenso del popolo.

Articolo a cura di Massimo Micucci, Direttore Merco Italia


[1] Holodomor: la carestia sovietica in Ucraina con Andrea Graziosi

[2] Grossman, la Russia ha scelto la schiavitù

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