giovedì, 21 Ottobre 2021

La possibilità di scelta ai tempi di WhatsApp

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Luigi Santoro
Dopo la laurea in Filosofia (anzi, Scienze Filosofiche!) alla Federico II di Napoli si è messo a studiare il tedesco, cosa che l’ha spinto oltre il baratro della follia, sul cui ciglio vagava dopo aver scritto una tesi su Adorno. Invece di proseguire con la carriera dell’insegnamento ha deciso di voler avere a che fare con il mondo aziendale; ora non lavora in azienda. Scrive molto, vorrebbe leggere di più.

Quando una cosa che diamo per scontata ci viene improvvisamente sottratta veniamo assaliti da scoramento, perdita, quasi paura. Ai tempi della comunicazione 4.0, quella immediata, quella che consente di parlare in tempo reale a qualcuno che si trovi dall’altra parte del globo terracqueo, questa sensazione si prova quando vengono meno quei servizi che ci consentono appunto questo tipo di comunicazione. Whatsapp

Il tanto temuto #WhatsAppDown, l’hashtag che rimbalza ovunque nel web quando qualcosa non funziona, è capace di gettare nel caos intere nazioni. Voglio dire, chiunque ha WhatsApp; persino i famosi boomer(s), oramai, utilizzano – quasi tutti – l’app con disinvoltura. Del resto, i vantaggi sono talmente evidenti che descriverli è inutile: basta SMS dai caratteri limitati, basta piani tariffari che debbano tener conto del loro costo, della quantità – chi ricorda le summer card? Quelle consentivano di inviare 100 SMS al mese per 30 giorni gratis, previo costo di attivazione? Insomma, il discorso è chiaro.

WhatsApp è gratis, non ci sono costi di download o di attivazione; ma, come per molte cose, un prezzo da pagare c’è. Sembra una affermazione drammatica, certo, ma avete presente la scritta “i messaggi e le chiamate sono crittografati end-to-end, nessuno al di fuori di questa chat, nemmeno WhatsApp, può leggerne o anche ascoltarne il contenuto?”. Ecco.

I Big Data, oggi, sono una merce e, in quanto merce, hanno un valore ed è anche piuttosto alto. Presente cos’è accaduto, tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, ad ho.mobile? Insomma, il rischio di vedere i nostri dati sensibili finire in mano a terze parti dalle intenzioni oscure è sempre in agguato. Ora, nonostante WhatsApp non salvi sui propri server i messaggi che ci scambiamo, ci sono dati che l’utente accetta di fornire per creare l’account e dati che possono essere concessi o meno. Ci sono delle zone d’ombra – ad esempio, quando anche non volessimo autorizzare WhatsApp ad accedere alla nostra posizione, altre informazioni (come i prefissi telefonici) vengono utilizzate “per fini di diagnostica e risoluzione dei problemi”.

Che significa? Che ci sono dati dal cui incrocio potrebbe venir dedotta la posizione, anche se non precisa al 100%, dell’utente.

“Il problema è WhatsApp, con tutte le app che nemmeno si capisce cosa facciano dei nostri dati?” Chiederete. Una domanda legittima; e infatti il problema è un po’ ampio. Il punto è: quanto siamo tutelati rispetto a compagnie internazionali di questa dimensione, dai fondi che si registrano con i fantastiliardi di disneyana memoria? Molte autorità nazionali (tra cui il Garante italiano per la Privacy) ritengono poco chiara la nuova policy di WhatsApp in termini di privacy. Cosa significa, questo, per gli utenti che usano quotidianamente l’app? Il caso di WhatsApp è emblematico, ma certo non unico. Si può applicare a qualsiasi azienda, multinazionale o simili che gestisca i dati degli utenti.  

Il senso della privacy

Dicevamo: a noi utenti basta cliccare, anche distrattamente, sulla conferma al trattamento dei dati e WhatsApp ci mette a disposizione tutte le sue funzionalità. Oppure, semplicemente, non usiamo WhatsApp. Il discorso è: abbiamo veramente possibilità di scelta? Certo, potremmo passare a Telegram, o simili, ma siamo sicuri che non presenti gli stessi problemi, se non altri, relativi alla privacy? In altre parole: quanto conta la volontà dell’utente, degli organi nazionali e sovranazionali, dinnanzi allo strapotere (economico e non) di un colosso come WhatsApp (leggasi anche Facebook)? Andiamo oltre: ha senso preoccuparsi della privacy quando, di fatto, una multa per certe società è paragonabile ad una goccia nell’oceano?

Il punto è che nessuno – nessuno – è veramente in grado di garantire la sicurezza dei nostri dati. Ci sono due strategie, fondamentalmente, che è possibile adottare.

Strategia numero uno: fidarsi. Certo, una parola pesantissima; ma forse l’unica, vera, soluzione per riuscire a stare più o meno tranquilli. Fidarsi del fatto che i nostri dati verranno usati solo a nostro vantaggio, fidarsi che non verranno condivisi con terze parti – ma è una fiducia difficile da accordare a cuor leggero. Insomma, domani ci svegliamo, leggiamo che Facebook ha venduto i nostri dati a chissà chi e scopriamo che ha ricevuto una multa, per dire, di un miliardo di dollari (è una pura speculazione). Bene, il fatturato di Facebook nel 2019 è ammontato a circa 70 miliardi di dollari, con un utile netto di circa 18. Dunque? Uno schiaffo sulla mano e via. Non useremo più Facebook, per protesta?

Il che ci porta alla strategia numero due: andiamo offline. Via i dati, via il WiFi. Nessuna app, niente social, niente di niente. Torniamo ai nostri cari SMS. Decidiamo di uscire dal mondo, di azzerare i contatti (virtuali, ma che significa oramai?) con gli altri. Eremiti offline in un mondo digitale.

The only winning move is not to play”, ammette il supercomputer del film WarGames (1983), in relazione al gioco del Tris. Ma è una mossa, questa, che possiamo permetterci di compiere? 

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