giovedì, 21 Ottobre 2021

La Norvegia della politica e della transizione

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Noel Angrisani
Laureato in Scienza della Politica, ha completato il suo percorso di studi con un master in Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d'Impresa. Per due anni si è occupato di progettazione europea, successivamente ha lavorato presso un'agenzia di eventi corporate e B2B per il No-Profit. Dopo essersi cimentato nel public affairs, oggi lavora come consulente in ambito organizzazione e pianificazione.

Nello scacchiere mondiale la Norvegia ha assunto sempre un ruolo minore e piuttosto defilato; in realtà per gli osservatori più attenti alle dinamiche energetiche ed economiche, riveste una certa rilevanza. Basti pensare che il fondo sovrano norvegese – il più ricco al mondo – gestisce i proventi di gas e petrolio del maggior produttore dell’Europa occidentale.

Per queste ragioni, solo i più distratti possono liquidare come semplice cronaca l’interesse per le recenti elezioni in Norvegia. Il confronto tra gli schieramenti è avvenuto principalmente sulla possibilità o meno d’interrompere l’estrazione di petrolio e gas naturale: da un lato conservatori (in carica da due mandati) e laburisti favorevoli a sfruttare le ingenti risorse almeno fino al 2050 – con i secondi impegnati in una più rapida transizione energetica; dall’altro i Verdi e il Partito Rosso, sostenitori di un’interruzione definitiva nel giro di qualche anno.  

Un contributo recente ad infiammare la campagna elettorale su queste tematiche è derivato dal sesto report Ipcc sul cambiamento climatico – descritto dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, come un «codice rosso per l’umanità» – in cui si evidenzia la necessità di agire in maniera immediata sul clima per evitare conseguenze irreversibili.

La questione è dunque spinosa, ma come sintetizzato efficacemente dal leader-vincitore dei laburisti, Jonas Gahr Støre: «to close down an industry like Red and the Greens want to is like throwing people into the sea and then throwing the rescue rings in afterwards».

Paradosso norvegese?

Osservare il Paese scandivano dal punto di vista del dibattito elettorale e delle scelte politiche ci consente di comprendere cosa voglia dire contemperare gli interessi economici e quelli ambientali. La Norvegia sembra vivere un apparente paradosso: infatti pur essendo tra i maggiori esportatori di gas e petrolio al mondo, è anche uno dei paesi più all’avanguardia su tematiche green, con ampio e diffuso utilizzo di rinnovabili,  ma soprattutto «è leader mondiale nella diffusione degli EV (sono il 54% del mercato) e sta per raggiungere anche la vetta mondiale nell’uso di elettricità per ogni abitante, preceduta solo dall’Islanda».

Le ragioni non sono di natura etica, ma hanno fondate – e semplici – motivazioni economiche. L’utilizzo dei veicoli elettrici «non è stato determinato, a differenza di altri Paesi, da generose sovvenzioni (vi ricorda qualcosa?) ma, al contrario, da una tassazione rigida» – come spiega l’economista Lasse Fridstrøm – «Il passaggio all’elettrico è stato dunque inevitabile per non pagare tasse e pedaggi e l’aumento delle imposte sul valore aggiunto per le auto benzine e diesel».

Un nuovo modello di welfare?

L’esempio delle auto elettriche mostra come sia la sostenibilità economica, non solo ambientale, ad orientare le scelte politiche, rendere credibile e incentivare la transizione energetica.

Dal caso norvegese emergono alcune tendenze macroscopiche che avranno un ruolo centrale in futuro, sia negli orientamenti dell’opinione pubblica che nelle scelte di istituzioni e partiti.

Le tematiche energetiche e ambientali, con relativi riflessi economici, sono ormai ineludibili, ma non è dato sapere però se il successo sia dovuto a questioni di orientamento politico. Infatti, per la prima volta dal 2001, i Paesi nordici sono nuovamente guidati dai socialdemocratici, motivo per cui ci s’interroga se le scelte di politiche energetica possano rappresentare un nuovo modello dopo la riuscita esperienza del welfare scandinavo.

Non solo la Norvegia

Un ulteriore banco di prova di questa tesi, con le dovute proporzioni e differenze, verrà offerto dalle elezioni tedesche del 26 settembre. I sondaggi danno come favorito il socialdemocratico Olaf Scholz, dopo aver inizialmente pronosticato un successo della leader dei Grünen, Annalena Baerbock, la cui “bolla” è presto scoppiata.

La velocità con cui si sono evaporate le speranze di successo da parte dei Verdi non deve però trarre in inganno. Anche in Germania, come in Norvegia, le tematiche ambientali sono e restano al centro della campagna elettorale. Non solo il North Stream 2, ma è sulla percorribilità degli obiettivi di neutralità climatica e l’uscita dal carbone che discutono i candidati.

La Germania rappresenta il primo esempio di paese del G20 concretamente impegnato ad affrontare le sfide della transizione energetica, soprattutto in campagna elettorale.

In Italia il pallino è saldamente nelle mani di Mario Draghi; le forze politiche impegnate in sterili schermaglie propagandistiche, non avvertono l’urgenza del tema pur in presenza di crudi allarmi.
Senza prefigurare scenari apocalittici, il conto economico ed energetico rischia di essere più salato di quello elettorale.

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